Inquadramento storico dalla morte di Tito al 1996

4 maggio – Il maresciallo Tito muore a Lubiana. Tre giorni prima del suo 88° compleanno, dopo 35 anni di potere incontrastato e più di 40 di presenza nella Storia. Tutto il Paese si ferma. Masse di cittadini attendono il passaggio del treno che riporta il feretro a Belgrado. Ogni stazione ha una scritta inneggiante al “compagno Tito”. Ai solenni funerali arrivano 4 re, 31 presidenti, 22 primi ministri e 47 ministri degli Esteri, provenienti da 128 Paesi. Sono presenti Sandro Pertini, Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, il leader palestinese Yasser Arafat, la premier britannica Margaret Thatcher, la presidente del Parlamento europeo Simone Weil, il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, il primo ministro indiano Indira Gandhi, Andrej Gromiko e Leonid Bréžnev in rappresentanza dell’URSS. Dalla Francia arrivano François Mitterand e Lionel Jospin in rappresentanza del Partito socialista francese. Assenti il presidente statunitense Jimmy Carter, il francese Giscard d’Estaing per l’appoggio della Jugoslavia al Fronte di liberazione algerino e il premier albanese Enver Hoxha per i noti antichi dissidi col Maresciallo. L’omaggio dei tanti capi di Stato e autorità è il riconoscimento ad un vero punto di riferimento nelle relazioni internazionali, all’uomo che si oppose a Hitler e seppe dire di no a Stalin. Con la sua morte nel Paese si apre un periodo di grave incertezza.
A Tito succede una presidenza collegiale, formata dai presidenti delle repubbliche e delle province autonome. La presidenza federale è assegnata a rotazione secondo una cadenza prefissata di anno in anno.
Lo slogan I poslije Tita s Titom (Con Tito anche dopo Tito), non esprime un programma politico ma un disorientamento collettivo. La moglie Jovanka è messa agli arresti domiciliari e le sono revocati tutti i suoi diritti. Non le è riconosciuta la pensione di Tito né quella di maggiore dell’Esercito.
Di Tito, Martin Bell, ex corrispondente della BBC dai Balcani, dice: “Josip Broz Tito ha salvaguardato l’unità della Jugoslavia, Paese che ha rappresentato un mélange etnico, confessionale e linguistico per trent’anni.
A seguito della sua morte le tensioni etniche hanno attinto il loro massimo e ciò ha portato alle guerre balcaniche. Solo lui è riuscito a raggruppare le differenti correnti di pensiero sotto lo slogan Bratstvo i Jedinstvo (Fratellanza e Unità)”.
Il paese ha accumulato un debito estero pari a 20 miliardi di dollari per proseguire la crescita, una delle eredità più difficili del titoismo. L’imperialismo americano dell’amministrazione Reagan e del Fondo Monetario Internazionale attaccano la Jugoslavia, gli USA pretendono il pagamento dei debiti internazionali. Questo costringe la Jugoslavia a chiudersi dal punto di vista economico.

Estate – Forte crisi economica. Aumento del deficit della bilancia dei pagamenti, il debito estero ammonta a ¼ del PIL. Il FMI impone una svalutazione del dinaro del 30%. La Banca nazionale di Zagabria non onora un prestito di 500 milioni di dollari, provocando un’ondata di sfiducia nell’economia jugoslava, ma il sistema non reagisce. La dirigenza jugoslava preferisce ignorare la situazione, nonostante il paese debba pagare un miliardo di dollari l’anno di soli interessi.

Autunno – In varie regioni mancano beni di consumo a causa della carenza di valuta per le importazioni. Si ricorre al razionamento. L’inflazione sale al 30%. Lo standard di vita regredisce, scoppiano i primi moti popolari, la disoccupazione aumenta, tranne che in Slovenia.

Febbraio – L’Occidente vuole salvare la Jugoslavia. Oltre ai prestiti di Austria, Kuwait, Francia e Germania Ovest, arriva un maxi-prestito del FMI, il più alto mai concesso a un singolo Paese: 2,2 miliardi di dollari.

11 marzo – Le violente manifestazioni autonomiste in Kosovo assumono carattere di vera e propria rivolta popolare. Il governo centrale di Belgrado, colto alla sprovvista, minimizza con la stampa estera, ma poi passa al contrattacco, gridando alla “controrivoluzione fomentata da nemici interni e esterni”. Scatta la repressione con morti, feriti e decine di arresti. I dati ufficiali parlano di 10 morti e 75 feriti, mentre gli albanesi del Kosovo dichiarano 160 morti e 250 feriti. Nei processi comminate pesanti condanne ai capi del movimento di protesta. È abolita la Difesa territoriale del Kosovo.

31 marzo – Ripresa delle manifestazioni con carattere nazionalista a Priština. Si inneggia all’unità dei territori albanesi, esponendo immagini del leader albanese Hoxha. Purga nella Lega dei comunisti del Kosovo con 2.000 arresti tra gli iscritti. La durezza è un monito anche per le “tendenze nazionaliste” di sloveni e croati.

21 novembre – LCJ elabora un piano per il Kosovo, con strategia di sviluppo in piena parità di albanesi, serbi, montenegrini e il sostegno della Federazione. Stabilizzazione dell’economia, lotta ai gruppi “controrivoluzionari” e sostegno a serbi e montenegrini della provincia per rallentare l’emigrazione interna.

24-26 dicembre – Al Comitato centrale della Lega comunista di Serbia è contestata la Costituzione del 1981, con la sola opposizione della Vojvodina. I rappresentanti del Kosovo, in posizione politicamente molto debole, non hanno la forza di opporsi. Ne consegue un maggiore “centralismo democratico” che rafforzi il controllo della Serbia sulle due province autonome. Si profila tesi della “Grande Serbia”, in quanto la Serbia pensa di non avere parità di trattamento e diritti nella Federazione. Per la prima volta critiche nei confronti di Tito.

Gennaio – Le difficoltà economiche si accentuano, crescita pari a zero, disoccupazione al 12%. A causa delle limitazioni alle importazioni, compaiono i buoni-benzina e vengono a mancare caffè, detersivo, olio.

15 marzo – Eletto alla presidenza del parlamento federale il bosniaco Raif Dizdarević, con il pieno accordo di tutte le repubbliche e province.

26-29 giugno – XII Congresso della LCJ a Belgrado, detto “dell’unità e della continuità”. Scontro tra la corrente centralista (Serbia e Montenegro) e la corrente autonomista (difensori della Costituzione) cui si aggiungono conservatori e liberali. Compromesso in favore del “centralismo democratico”. Segue un Comitato centrale in cui Ante Marković, il politico serbo più rappresentativo – che, secondo le regole della rotazione, avrebbe dovuto essere eletto membro della presidenza del partito – non ottiene i ⅔ dei voti come previsto. Smacco senza precedenti che, oltre a provocare violente reazioni da parte serba, segna un altro passo verso il definitivo tramonto dell’era Tito. Petar Stambolić, uomo di punta della Serbia e presidente federale definisce la sconfitta di Marković “un gioco sporco”. È invece di un voto ad personam contro Marković per le sue concezioni politiche. Il CC, eleggendo Marković in una seconda riparatoria votazione, infligge un colpo mortale al proprio prestigio.

Novembre – In una drammatica seduta notturna per approvare il piano del FMI, il parlamento apprende la reale situazione e dell’impegno preso di farsi garante di ogni debito contratto da qualsiasi impresa. Ogni cittadino ha un debito di 850 dollari pro capite nei confronti dell’estero. L’economia, ingolfata dopo la straordinaria crescita degli Anni 70, è una delle principali cause di scontro fra le repubbliche. Il Paese inizia a perdere prestigio internazionale.

20 dicembre – Riunione riservata, senza accesso della stampa, di un numero ristretto di parlamentari col governo federale. Il capo dei negoziatori col FMI, Dragan, avverte che nel primo trimestre 1983 ci sarà un buco di 1,7 miliardi di dollari, insieme all’ulteriore dissanguamento delle riserve di valuta. Il FMI chiede: aumento dei tassi d’interesse; svalutazione del dinaro (in gennaio del 12,5% e, a seguire, dell’1,5% al mese); aumento dell’energia elettrica, dei trasporti, degli affitti. Richieste inaccettabili per il parlamento federale, oltre che irrealizzabili, ma sembra non esserci via d’uscita. Sospetto che Dragan abbia voluto anteporre gli interessi della sua repubblica di appartenenza, la Slovenia.

15 febbraio – Svalutazione complessiva del dinaro al 45%. Possibilità di finanziamenti da Cina e Kuwait per compensare le indebite pressioni del FMI, giudicato uno strumento degli USA nella politica jugoslava. Il governo federale accetta le imposizioni del FMI e mette il parlamento davanti al fatto compiuto.

Marzo – Scoperta un’organizzazione islamica in Bosnia-Erzegovina. Arrestate e processate per legami con “elementi reazionari” legati all’estero 12 persone, tra cui Alija Izetbegović che, come autore della Dichiarazione Islamica e con l’accusa di “estremismo e attività panislamica”, è condannato a 14 anni; ne sconterà meno di sei nel carcere di Foča ed è rilasciato nel 1988.

20 agosto – Muore a Dubrovnik Aleksandar Leka Ranković. Il suo funerale diventa una grande manifestazione popolare, cui prendono parte 100.000 persone, in cui si scandisce a gran voce il suo nome. Sebbene abbia tenuto, dopo la defenestrazione, un comportamento encomiabile, le masse serbe lo identificano ancora come il portavoce delle loro frustrazioni.

Ottobre – Stipe Šuvar, responsabile ideologico nel Comitato centrale croato, arcigno custode della purezza del partito, organizza un convegno contro la “spazzatura ideologica” prodotta dai critici del regime.

A Sarajevo si tengono i XIV Giochi Olimpici invernali.

Fra il 1980 e il 1984 il costo della vita è quadruplicato, i salari sono triplicati e il livello di vita ha perso il 6% l’anno. Le ineguaglianze fra le regioni restano notevoli. In Kosovo il salario medio è inferiore del 23% alla media jugoslava, quello della Slovenia superiore del 35%. Il commercio estero si è ridotto fortemente. Gli USA sfruttano le debolezze della socialista Jugoslavia per liquidare il “socialismo di mercato”, parte l’offensiva che avrebbe poi travolto l’URSS e l’intero blocco orientale.

Aprile – La crisi economica è incontrollabile. Il parlamento boccia una legge che taglia gli aiuti statali alle imprese in passivo. L’inflazione, programmata al 10%, sale all’80%. I prezzi di alcuni beni raddoppiano, i salari perdono potere d’acquisto. Compaiono borsa nera e speculazioni. Gli abitanti non pagano affitti e bollette dei servizi senza che le amministrazioni intervengano. A Belgrado frantumate le vetrine di negozi albanesi.

Maggio – A Belgrado, il Comitato centrale della Lega di Serbia chiede un deciso e chiaro “centralismo democratico” e il ripristino di un forte governo federale.

Dicembre – Arresto di 150 albanesi del Kosovo accusati di appartenere ad un’organizzazione clandestina separatista. Una campagna di stampa dimostra che nel Kosovo sono attivi 70 nuclei sovversivi. 2.000 serbi e montenegrini inviano una petizione in cui chiedono protezione dai vicini albanesi. Duecento autorevoli intellettuali di Belgrado chiedono l’abolizione dell’autonomia del Kosovo e la sua occupazione militare.

1° maggio – Kosovo, scoppia il caso Martinović, un contadino serbo che denuncia di essere stato aggredito da due uomini mascherati di nazionalità albanese per costringerlo a vendere la sua terra. La rivista belgradese Nin sostiene che la violenza subita dall’agricoltore è la continuazione storica della pratica turca dell’impalamento.

15 gennaio – Al Comitato centrale della LCJ il ministro della Difesa, ammiraglio Branko Mamula, ribadisce: “I problemi economici di fronte a cui si trova il Paese e gli ostacoli che si oppongono al lavoro della Lega dei comunisti incidono negativamente sulla sicurezza interna ed esterna”. Linguaggio farraginoso, ma messaggio chiaro: le forze armate guardano agli sviluppi degli avvenimenti con inquietudine e preoccupazione. I segnali di nervosismo, che vengono dai militari, si sono intensificati. Lo stesso Mamula aveva parlato di “nemici interni ed esterni” che sfruttano le difficoltà per minacciare lo Stato e le sue forze armate. La crisi economica porta all’inflazione più alta d’Europa, il 90%. Negli ultimi tre anni il potere d’acquisto dei salari è sceso del 18%.

28 maggio – Per arginare, oltre alla crisi, anche gli scioperi, è nominato primo ministro Branko Mikulić, croato-bosniaco, già organizzatore dei Giochi Olimpici. Il suo programma non introduce misure concrete per rallentare il tracollo, l’unica novità è un governo aperto a tecnici ed esperti. Al XIII Congresso, Slobodan Milošević diventa primo segretario della Lega dei comunisti serbi; presidente rimane Ivan Stambolić, suo padrino politico. Milan Kučan è a capo della Lega slovena.
Al momento della prevista rotazione alla presidenza della Società degli scrittori jugoslava la carica spetterebbe a Bulatović, ma gli sloveni si rifiutano di riconoscerlo, non in quanto serbo, ma per il suo eccessivo nazionalismo, particolarmente sul Kosovo. Bulatović aveva affermato che sarebbe andato in Kosovo solo nella torretta di un carro armato… Le violente polemiche portano allo sfacelo della Società degli scrittori jugoslava.

24-25 settembre – Pubblicato in ampi stralci sul quotidiano di Belgrado Vecernje novosti il Memorandum dell’Accademia serba delle scienze e delle arti. Il documento, attribuito a Dobrica Ćosić, presidente dell’Accademia, e ad altri intellettuali, denuncia una campagna anti-serba esterna e interna alla repubblica. Fornisce le basi al rinato nazionalismo serbo fondato sulla riedizione della teoria della Velika Srbija (Grande Serbia). La prima parte è una critica della politica comunista in generale, la seconda riguarda la sola Serbia. In sostanza, si accusano i comunisti di aver continuato ad applicare il precetto del Comintern, secondo il quale la Jugoslavia poteva essere grande soltanto se la Serbia era debole, da cui le due province autonome al suo interno, che ne ostacolano lo sviluppo. Base ideologica per ogni rivendicazione e futuro conflitto. Ribadisce che la crisi della Serbia è dovuta all’iniqua ripartizione dei fondi federali; alle ricche Slovenia e Croazia che vogliono umiliare Belgrado. Il “popolo celeste” è chiamato a compiere una missione storica di avanguardia della cristianità contro il nemico turco, reimponendo la propria centralità fra gli Slavi del sud. Il regime comunista ha permesso che gli albanesi dominassero in Kosovo, dal quale ora sono i serbi ad essere scacciati. È esplicitamente rivolta agli albanesi l’accusa di pulizia etnica e nel contempo si denuncia che i serbi di Croazia sono sottoposti ad assimilazione forzata. Per Ćosić “la Serbia di regola perde nella pace e vince nelle guerre”. Il Memorandum, che si conclude auspicando la creazione di uno Stato nazionale serbo, diverrà il documento teorico del nazionalismo serbo e la guida politica di Milošević, che non esita a cavalcare questa ondata nazionalista, adottando la teoria secondo la quale “la Serbia è là dove c’è un serbo”.
Contro il Memorandum si scatena una violenta campagna, sostenuta anche dal presidente della Repubblica serba Stambolić e dal segretario della Lega dei comunisti di Belgrado Pavlović, che ne denunciano lo sciovinismo. Il Memorandum scatena polemiche anche in Slovenia e in Vojvodina.

23 dicembre – La rivista slovena Mladina pubblica un rapporto segreto, già apparso in Occidente, sulla violazione dei diritti umani in Jugoslavia, compresi i numerosi delitti commessi dall’UBDA all’estero.

Il governo federale lega il salario dei lavoratori alla produttività. Messi in funzione meccanismi di controllo delle imprese. Si torna al tradizionale ruolo del sindacato come cinghia di trasmissione dei voleri del partito.
Per controbattere il Memorandum dell’Accademia delle scienze serba, la rivista slovena Nova Revija pubblica una serie di saggi sulla realtà jugoslava, tendenti a una società democratica e pluralista basata sulla sovranità popolare, ricorrendo all’autodeterminazione. 

25-27 aprile – Inviato da Stambolić ad incontrare i serbi inquieti per l’invadenza della maggioranza albanese, Milošević fa la sua prima uscita a Kosovo Polje, Campo dei Merli, dove il 23 giugno 1389 si svolse la battaglia tra turchi e cristiani. Diventa il suo trampolino di lancio quando, davanti a 15.000 serbi e montenegrini, afferma che la “sopraffazione albanese è una verità storica” e i serbi sono incitati all’azione.

Luglio – Scoppia lo scandalo finanziario e politico dell’Agrokomerc, impresa per la produzione e vendita di prodotti agricoli con sede a Velika Kladuša, Bihać, in Bosnia. È la più grande azienda bosniaca, con 30.000 dipendenti, decine di fabbriche, esportazioni nel mondo. L’accusa è l’emissione di cambiali scoperte per oltre 250 miliardi di dinari, pari a 350 milioni di dollari. Conseguenze: inflazione con ingenti somme scontate dal sistema bancario, 63 banche di tutte le repubbliche sono a rischio fallimento. Il direttore generale dell’Agrokomerc, Fikret Abdić, è uno dei membri del Comitato centrale della Lega dei comunisti di Bosnia. Parenti e amici siedono negli organi del Comune, del comitato cittadino del partito, della banca locale, della Sarajevska Banka. La rivista Nin lo accusa di “criminalità economica”. Abdić è molto vicino al bosniaco Hamdija Pozderac, vicepresidente della Federazione, e a Branko Mikulić, primo ministro della Federazione, croato di Sarajevo. Lo scandalo compromette molti dirigenti politici bosniaci e non solo.

9 luglio – Il Comitato centrale della LCJ promuove una battaglia per cambiare la situazione del Kosovo, per fermare la migrazione di serbi e montenegrini e per rimuovere i funzionari di partito che esitano a mettere in pratica queste decisioni. Mentre è in corso la riunione del parlamento federale, migliaia di serbi e montenegrini del Kosovo si radunano nel Parco dei Pionieri per chiedere che il partito li protegga dalla persecuzione. I politici non serbi la giudicano una pressione anti-democratica convinti che le dimostrazioni siano organizzate dalla leadership serba. In questa “calda estate” comincia il processo di destabilizzazione del Paese, accantonando gli obiettivi della politica comune, anteponendo gli interessi di politiche separatiste.

Agosto – Agrokomerc in liquidazione, dimissioni di Abdić e Pozderac, che sarebbe dovuto diventare nuovo presidente federale. Aggravamento della crisi economica, di cui lo scandalo non è solo effetto, è anche causa; inaugurato un periodo di paralisi statale. Il governo di Belgrado, cavalcando l’onda emotiva e per calcolo politico, enfatizza il buco finanziario. Alla classe operaia in lotta si uniscono gli studenti.

Settembre – Stambolić, accusato di cospirazione contro il partito e di minacciarne l’unità, è destituito nella sessione della Lega dei comunisti serbi. L’ennesima manovra di Milošević riesce anche contro il suo mentore più importante nel momento in cui ha osato impedirgli di accendere pericolosi fuochi.

22 ottobre – Riunione della Lega dei comunisti nelle Forze armate, Mamula descrive con preoccupazione la crisi economica del Paese, convinto possa ripercuotersi sulla coesione dei popoli jugoslavi e sull’esercito. Rivolge un appello ai dirigenti del Paese, li esorta alla responsabilità politica e a fronteggiare la situazione. Finora nessuna delle misure messe in atto è riuscita a fermare la crisi, che ora minaccia l’integrità e il sistema sociale jugoslavo. Poi la rivelazione: “Dal 1981 al 1987 sono stati scoperti 216 gruppi illegali formati da soldati albanesi che progettavano attentati, sabotaggi, furti di armi ed esplosivi, diserzioni e avvelenamenti delle reti idriche delle città. Addirittura, volevano aprirsi il varco con le armi fino alla loro regione per fomentare la controrivoluzione armata. C’è il pericolo che operazioni simili alla caserma di Paračin (una recluta albanese del Kosovo, Aziz Kelmendi, a settembre, ha aperto il fuoco sui commilitoni che dormono: 4 morti e 6 feriti, poi il soldato si uccide) possano compierle elementi più difficilmente localizzabili”. Per Mamula al Paese occorre un partito capace di guidare e iniziare un processo di radicali cambiamenti. Accuse drastiche mosse contro le burocrazie statalistiche delle repubbliche, che bloccano la riforma del sistema politico-sociale. Conclusione: la JNA è parte integrante della vita politica jugoslava, i generali sono membri dei più alti organi del Partito. Urge un partito-movimento politico, non un partito-potere.

14 dicembre – Dimissioni forzate di Stambolić, padrino politico di Milošević, anche da presidente della Presidenza della Serbia. Milošević, che gli subentra, ottiene un potere incontrollato, essendo anche presidente della Lega dei comunisti di Serbia. Repulisti nei mass media serbi e negli enti locali degli “anti-miloševiciani”.
Fadil Hoxha, influente capo della Lega del Kosovo e autentico eroe popolare, il più importante sostenitore delle origini “albanesi” della Jugoslavia, ad un pranzo ufficiale a Prizren afferma che le donne serbe dovrebbero abituarsi a soddisfare potenziali stupratori di etnia albanese. Quando la sua infelice uscita è riportata, le donne serbe del Kosovo protestano. Conseguenza è un’avversa campagna di stampa contro Hoxha, costretto alle dimissioni. In quanto strenuo oppositore delle modifiche costituzionali, va eliminato con ogni mezzo dalla scena politica, ricorrendo, se occorre, a pretesti reali o immaginari.

29 dicembre – La Slovenia blocca il bilancio federale 1988, chiede maggiore disponibilità di valute straniere. 

Gennaio – Manifestazioni serbe in Kosovo con gli slogan: “Via gli albanesi dal Kosovo – Dateci armi per uccidere gli albanesi…”.

20 gennaio – La Banca mondiale comunica che il debito della Jugoslavia è 21 miliardi e 363 milioni di dollari.

14 marzo – Gorbačëv a Belgrado, venuto a dire che il maresciallo Tito ebbe ragione a rompere con Stalin.

25 marzo – Belgrado, la JNA approva un piano per l’invasione della Slovenia e l’internamento degli oppositori. Nella segretezza, informati solo i Servizi segreti, nessuna comunicazione al vertice della Lega e al presidente federale; sancita l’autonomia decisionale della Narodna armija. Informato in via riservata, secondo le regole internazionali, lo Stato maggiore italiano della possibilità di azioni militari in Slovenia.

28 marzo – Formata in Serbia la Commissione per le riforme economiche, presidente Milošević. Centralismo, meno autonomie alle repubbliche, riassorbimento nella Serbia delle province autonome Vojvodina e Kosovo.

25 maggio – Nel giorno che ogni anno sancisce il cambio della guardia, la presidenza di turno della SFRJ passa a Raif Dizdarević, musulmano bosniaco, il decimo dopo la morte di Tito.

Maggio-giugno – Slovenia, manifestazioni di protesta contro il processo Janša, sospettato d’essere l’informatore delle riviste che hanno denunciato il piano d’intervento militare in caso di applicazione dello stato d’emergenza in Slovenia. Janez Janša, futuro ministro della Difesa sloveno e 3 redattori di Mladina sono giudicati da un tribunale militare di soli serbi in lingua serbo-croata, sebbene in Slovenia. La violazione del plurilinguismo costituzionale irrita la popolazione slovena. La crisi si placa con alcune concessioni: processo a Lubiana anziché a Belgrado, lingua slovena per il dibattimento e la promessa di pene lievi per gli imputati.
L’inflazione raggiunge il 167%, i prezzi continuano a crescere, la produzione industriale scende, il potere d’acquisto cala. Solo gli scioperi aumentano. Jugoslavia unico Paese europeo con Pil in discesa. 

16 giugno – Consiglio per la Difesa popolare della SFRJ, si evidenzia che Janša e i redattori di Mladina non sono arrestati per le loro posizioni politiche, ma perché collaborano con forze estere ostili all’esercito jugoslavo.

22 giugno – Protesta a Belgrado degli operai della Zmaj. “Siamo di Tito – Tito è nostro – Avete tradito Tito – La Jugoslavia è unità – Avete venduto il Kosovo – La dirigenza manipola la classe operaia e i contadini”. Dizdarević: “Chi di noi avrà la coscienza pulita se darà l’ordine di usare la forza contro i lavoratori? Chi?”.

7 luglio – Giornata dell’Insurrezione del popolo della Serbia, Milošević proclama: “Dopo quasi mezzo secolo trascorso nella pace e nel socialismo, la Serbia merita d’essere tranquilla e libera e non di entrare nel XXI secolo in un’Europa pacifica e forte, lottando per il territorio, la lingua e la libertà di migliaia di suoi cittadini”.

9 luglio – Circa 1.000 serbi e montenegrini giungono dal Kosovo a Novi Sad per manifestare il loro scontento per la politica della dirigenza della Vojvodina, urlando slogan: “Il Kosovo è Serbia, la Vojvodina è Serbia”.

18 luglio – Alla riunione della Lega dei comunisti dedicata al conflitto tra le dirigenze di Serbia e di Vojvodina, Milošević afferma: “Non so cosa sia la piccola e che cosa sia la grande Serbia. La Serbia non ha pretese territoriali nei confronti delle altre repubbliche, essa ha pretese sul suo territorio”.

27 luglio – Oltre 10.000 abitanti di Lubiana scendono in piazza per protestare contro la condanna emanata a porte chiuse dal Tribunale militare a carico degli imputati del caso Mladina. La gente di Lubiana depone fiori e un picchetto di civili monta la guardia alla bandiera slovena.

Ottobre – Conferenza straordinaria della LCJ con forti tensioni all’interno. Proteste operaie, con contestazione della burocrazia e richiesta di riforme democratiche. Decomposizione del sistema politico, inflazione al 200%.

5-6-7 ottobre – 5.000 serbi mettono sotto assedio l’Assemblea regionale della Vojvodina a Novi Sad. La folla, reclutata dagli agitatori di Milošević, contesta ai leader locali di non difendere gli interessi serbi. Il governo è costretto alle dimissioni, al suo posto insediamento di un gruppo di fedeli a Milošević. La presidenza federale, non informata dei fatti (che apprende dalla radio), riunisce il Consiglio per la difesa dell’ordine pubblico. Sollecitato a intervenire per calmare gli animi, Milošević promette, ma non mantiene, ribadendo un certo suo habitus mentale e politico. L’Assemblea della LCJ della Vojvodina presenta le dimissioni collettive. Sciolto il Comitato centrale a seguito dei raduni di protesta dei serbi e dei montenegrini.
Montenegro, la disastrosa situazione economica provoca una serie di scioperi. La polizia carica i manifestanti, il gruppo filo-serbo sfrutta gli incidenti per denunciare la repressione della volontà popolare, rispondendo con manifestazioni a favore della normalizzazione avanzata da Milošević. Il giovane Momir Bulatović s’impadronisce del partito, sarà uno dei più fedeli alleati di Slobo: diventerà presidente del Montenegro.

10 ottobre – La situazione è gravissima. Le parole del presidente della Repubblica Dizdarević, quasi di minaccia davanti agli avvenimenti degli ultimi giorni, sono un’ammissione d’impotenza: “Sei repubbliche, due province autonome, presidenza dello Stato a rotazione fra i leader delle principali comunità nazionali di questo Stato federato. A tenere unito il tutto per anni ci ha pensato il cemento della Lega dei comunisti, nel suo tentativo di sorreggere l’idea di Stato voluta da Josip Broz Tito”. La dirigenza serba esprime dubbi sulla validità e sull’autorevolezza di un discorso tv del presidente federale Dizdarević in quanto “musulmano”…

17 ottobre – A Belgrado si tiene un altro CC della LCJ. 4 membri della presidenza si dimettono in dissenso sulla situazione in Kosovo. Il croato Šuvar, il responsabile dell’ideologia, preoccupato della normalizzazione del partito in Vojvodina e Montenegro, propone la fiducia individuale per i membri del Comitato. L’obiettivo è fermare Milošević, ma questi sfugge al tranello, affermando che, in quanto capo del partito serbo, nei suoi confronti non è possibile presentare una mozione di sfiducia. Lo sloveno Hafner alza il dito contro Milošević, ammonendolo: “Compagno, rifletti bene sulla strada che stai per imboccare”. 

19 novembre – Manifestazione Bratstvo i Jedinstvo (Unità e Fratellanza) a Belgrado, 350.000 manifestanti si riuniscono al Parco dell’Amicizia per consacrare la leadership di Milošević, che dice: “Basta con i compromessi. Basta con uno stato che vede dodici milioni di serbi sottomessi agli altri, con rappresentanze politiche pari per numero. Basta con lo sfruttamento da parte della Slovenia, che viene qui a comprare materie prime a buon prezzo e ci rivende prodotti finiti a prezzi spropositati. Basta con i parassiti di regime. Basta con i croati, con i bosniaci che, in base al principio della rotazione degli incarichi, vengono qui a occupare palazzi. Fanno bene gli operai a scendere in piazza a protestare. Basta con gli albanesi, i traditori del Kosovo, che minacciano i fratelli serbi e li costringono a lasciare le terre e i luoghi sacri. È l’ora di una nuova politica, di una nuova democrazia che rispetti il numero “un uomo un voto”, di un nuovo Stato, di un nuovo potere socialista e progressista”. La folla urla, levando le braccia al cielo: “Idemo na Kosovo” (Andiamo in Kosovo).

30 dicembre – Cade il governo Mikulić. Il contrasto interetnico aggrava la situazione politico-economica. 

La Jugoslavia è senza governo, senza una politica economica e senza bilancio. È la più grave crisi economica della storia jugoslava. Scioperi e richieste di riforme e democratizzazione si mescolano alla “nazionalizzazione” della protesta. Il Kosovo sembra un territorio occupato. Proteste dei cittadini albanesi, che rivendicano l’uguaglianza con gli altri popoli della Federazione. A Podujevo, carri armati federali, quindi jugoslavi, pattugliano le strade. Un ufficiale spara un colpo di pistola dal portello del suo carro, un uomo si accascia. Fadil Talla, albanese: è il primo jugoslavo ucciso da un colpo partito da un carro armato dal 1945.

11 gennaio – Nasce a Lubiana l’Unione democratica slovena, primo partito indipendente della Jugoslavia.

4 febbraio – Riforma della Costituzione serba che sopprime l’autonomia di Kosovo e Vojvodina, autorizzando le autorità serbe a prendere il controllo delle forze di polizia, del potere giudiziario e della Difesa territoriale.

21 febbraio – Appello di 215 intellettuali albanesi per chiedere all’assemblea della Serbia e all’opinione pubblica della Jugoslavia di non sopprimere l’autonomia del Kosovo e di non distruggere le fondamenta dell’unità nazionale, in appoggio al 90% degli abitanti che si esprimono a favore dell’autonomia.

22 febbraio – 1.300 minatori albanesi restano in fondo ai pozzi, a 600 metri di profondità, nella miniera di Stari Trg, iniziando uno sciopero della fame. Protesta contro le modifiche della Costituzione che tolgono al Kosovo le prerogative di provincia autonoma. Serbia, protesta bollata come “controrivoluzionaria e anti-jugoslava”. La LCJ, anche col voto sloveno, acconsente alla proclamare lo stato d’assedio in Kosovo.

27 febbraio – Lubiana, organizzato un incontro per protestare contro la decisione e supportare i minatori albanesi, inviando derrate alimentari. Manifestazioni di solidarietà in Croazia e Macedonia. Belgrado, la folla davanti al palazzo presidenziale attende che Milošević annunci la soppressione dell’autonomia del Kosovo.

28 febbraio – Confermata l’intenzione del governo federale di accreditare i poteri serbi sul Kosovo e di agire contro i nazionalisti albanesi. Condannato l’appoggio sloveno e croato ai minatori. Arresto dei minatori della Trepča. Ottenute, oltre ad un aumento di stipendio, le dimissioni del nuovo capo della Lega comunista del Kosovo, Morina, colpevole di essersi incontrato segretamente con Milošević, e di altri dirigenti albanesi.

Primo raduno politico degli abitanti serbi di Knin, Krajina, contro lo status di cittadini di seconda classe; la nuova Costituzione croata vede nei soli croati il “popolo fondante” della nuova repubblica di Croazia.

1° marzo – Arrestato il leader dei comunisti albanesi Azem Vllasi, un delfino di Tito. Assieme a lui sono fermati il presidente del comitato dei minatori della Trepča, il direttore della miniera e una decina di dirigenti, con l’accusa di alto tradimento e attività controrivoluzionaria. Circa 200 tra politici, intellettuali e personaggi pubblici albanesi in “isolamento”. Oltre allo stato di emergenza, in Kosovo è introdotto anche il coprifuoco.

16 marzo – Debito estero e disoccupazione alle stelle, inflazione al 300%, crisi politica e tensioni nazionali in ebollizione, governo federale affidato al croato-bosniaco Ante Marković, “jugoslavo” per convinzione, politico molto apprezzato per il passato partigiano, conosciuto a livello internazionale come un dirigente moderno, esterno alle cerchie del potere. Marković propone una strutturale riforma economica, la “cura da cavallo” imposta dal FMI. Svaluta il dinaro, riporta i livelli inflazionistici al 120%, inizia le privatizzazioni. Restituisce fiducia e credibilità internazionale. Raggiunge risultati concreti. I provvedimenti intaccano il tenore di vita. Marković prepara anche la domanda di adesione alla CEE, nonostante gli evidenti ostacoli, come un’inflazione elevatissima, il monopartitismo e la presenza di un regime comunista. Nella formazione della nuova compagine, Marković non è prigioniero della cosiddetta “chiave nazionale”, ossia della regola che prevede una presenza paritetica di rappresentanti delle repubbliche nel governo. I serbi per la prima volta non sono in maggioranza tra i ministri, il governo è formato da tecnici competenti.

23-24-25 marzo – L’Assemblea del Kosovo, accerchiata dai carri armati dell’esercito federale, dà un consenso forzato alle modifiche costituzionali pretese da Belgrado, senza rispettare le norme della Costituzione jugoslava. Diverse migliaia di albanesi marciano verso il centro di Priština contro le modifiche alla Costituzione del 1974. Le città del Kosovo sono in rivolta. Repressione dei moti con morti e feriti.

28 marzo – Proclamata la nuova Costituzione serba. Eliminate le autonomie di Kosovo e Vojvodina. Le proteste si diffondono in Kosovo e culminano in scontri con la polizia, muoiono 24 persone. La situazione si calma dopo che la presidenza federale invia l’esercito. Gli scontri determinano la chiusura di scuole e dell’università, il confino per molti degli arrestati. Instaurazione di un regime di terrore razzista, aggravato dalla proclamazione dello stato d’assedio, per combattere un “attacco alla cristianità e alla civiltà…”. I giornali sloveni scrivono parole molto dure contro la follia serba. La Serbia invita a boicottare i prodotti sloveni.

Maggio – La crisi economica si fa acutissima, l’inflazione vola al 250%, il debito pubblico verso i 18 miliardi di dollari. In Croazia si forma l’HDZ, Hrvatska demokratska zajednica (Comunità democratica croata), il partito anti-comunista di Franjo Tuđman, formalmente illegale perché il pluripartitismo non è ancora autorizzato.
Alla Commissione di Controllo del Parlamento europeo è impedito di recarsi in Kosovo per verificare lo stato della minoranza albanese e dell’ordine pubblico.

8 maggio – Milošević, già capo della LCJ di Serbia, è eletto anche presidente della repubblica di Serbia.

28 giugno – Giorno di San Vito. A Gazimestan, in Kosovo, dove è eretto un monumento a ricordo della battaglia del 1389, la disfatta serba del Campo dei Merli, Kosovo Polje, davanti a 1.000.000 di serbi Milošević esalta i temi del nazionalismo serbo nel 600° anniversario della battaglia, divenuta il mito fondante del nuovo Stato serbo. Sei secoli dopo il popolo serbo continua a celebrare questo anniversario, commemorando l’antica sconfitta, che segnò la fine di un’epoca d’indipendenza e l’inizio di un lungo e sofferto asservimento al nemico musulmano. Milošević parla di “Velika Srbija” (Grande Serbia), di unità di tutti i serbi e di confini: “Dove vive un serbo, lì è Serbia. In Serbia non hanno mai vissuto solamente i serbi. Oggi, più che nel passato, pure componenti di altri popoli e nazionalità ci vivono. Questo non è uno svantaggio per la Serbia. Io sono assolutamente convinto che questo è un vantaggio. La Jugoslavia è una comunità multinazionale e può sopravvivere solo alle condizioni dell’eguaglianza piena per tutte le nazioni che ci vivono. La crisi che ha colpito la Jugoslavia ha portato con sé divisioni. Tra queste divisioni, quelle nazionalistiche hanno dimostrato d’essere le più drammatiche. Risolverle renderà più semplice rimuovere altre divisioni e mitigare le conseguenze che esse hanno creato. Sei secoli dopo, noi veniamo nuovamente impegnati in battaglie e dobbiamo affrontare battaglie. Non sono battaglie armate, benché queste non si possano mai escludere. Sei secoli fa, la Serbia si è eroicamente difesa sul campo del Kosovo, ma ha anche difeso l’Europa. A quel tempo la Serbia era il bastione a difesa della cultura, della religione e della società europea in generale. Perciò oggi ci sembra non solo ingiusto, ma persino antistorico e del tutto assurdo parlare dell’appartenenza della Serbia all’Europa. Che la memoria dell’eroismo del Kosovo viva in eterno! Viva la Serbia! Viva la Jugoslavia! Viva la pace e la fratellanza tra i popoli!”.
I serbi rispondono, cantando: “Slobo ti amiamo come la terra arida invoca la pioggia”.
È anche il 75° anniversario dell’omicidio di Francesco Ferdinando a Sarajevo, quando un altro serbo dette il via a una guerra. Gli albanesi vivono la celebrazione come un’invasione. In quell’estate sono riesumate le spoglie di re Lazar, eroico capo delle milizie serbe nel 1389 e il giro del sarcofago aperto è il grande spettacolo con cui Milošević annuncia la rinascita della “Grande Serbia”, stregando i serbi in una sorta di allucinante delirio di massa, una forma di paranoia accompagnata dalla continua ricerca di un capro espiatorio. Le Milizie territoriali delle varie repubbliche devono rinunciare alle armi su ordine dell’Armata federale; solo la Slovenia mantiene una parte degli armamenti, nascondendoli.

20 luglio – Proposta del parlamento di Lubiana di cancellare dalla Costituzione slovena il riferimento al ruolo guida della LCJ nella società. Altri emendamenti ribadiscono il diritto alla sovranità, all’autodeterminazione, alla secessione e il divieto di proclamare lo stato d’assedio senza consenso del parlamento della repubblica.

Agosto – Croazia, Krajina di Knin, manifestazione come quella di Kosovo Polje, slogan: “Questa è Serbia!”.

27 settembre – Il parlamento sloveno approva gli emendamenti costituzionali. Il presidente federale Drnovšek rientra dagli Stati Uniti per bloccare eventuali reazioni della JNA. In Serbia e Montenegro si grida all’alto tradimento e al pericolo per l’unità dello Stato, chiedendo le dimissioni di Drnovšek. Organi federali chiedono alla Corte costituzionale federale di considerare illegittime le istanze di autodeterminazione slovene.

Novembre – Annunciata una grande manifestazione a Lubiana per il 1° dicembre, giorno della nascita della Jugoslavia di Karađorđević. Meeting della verità, partecipazione di 100.000 serbi, obiettivo chiarire agli sloveni come si difende la Jugoslavia, rovesciando il governo sloveno che ha smarrito la linea politica. Contro questa marcia su Lubiana si ergono molte voci contrarie. Nel timore che scontri giustifichino l’intervento dell’esercito, il ministero degli Interni vieta la manifestazione, bloccando gli accessi alla Slovenia da sud.

9 novembre – Aperto il confine tra le due Germanie e abbattuto il muro di Berlino.

28 novembre – Il governo federale, con l’accordo di tutte le repubbliche, cambia la Costituzione, annullando l’autonomia di Kosovo e Vojvodina.

5 dicembre – Milošević dichiara interrotta ogni attività con la Slovenia.

11 dicembre – Congresso della LCJ di Croazia, annunciate per la primavera successiva libere elezioni. Ivica Račan alla testa della Lega dei comunisti croata, ricollegandosi ai principi della Primavera di Zagabria.

19 dicembre – Il premier Marković, di ritorno da Washington, dove ha incontrato il presidente George Bush e rinnovata la concessione di un pacchetto di aiuti, promuove riforme economiche radicali: ancoramento del dinaro al marco tedesco, svalutandolo e rendendolo convertibile; liberalizzazione dell’economia, accumulo di riserve per 5,8 miliardi di dollari, senza occuparsi dei diritti civili in Kosovo e dei conflitti etnici.

23 dicembre – Un gruppo di intellettuali albanesi fonda il primo partito legale degli albanesi del Kosovo: la Lega democratica del Kosovo (LDK), nel quadro dell’introduzione del multipartitismo nella Federazione. Ibrahim Rugova è eletto presidente.

1° gennaio – Entra in vigore la riforma Marković. Si mira a fermare l’inflazione, che deve scendere dal 2.400%.

20 gennaio – Convocato a Belgrado il XIV Congresso straordinario della LCJ, scontro tra delegati serbi e sloveni sulla situazione in Kosovo, il ripristino della Costituzione del 1974, la politica economica e la creazione di una confederazione, una specie di “terza Jugoslavia”. Delegati sloveni fischiati e dileggiati. La Lega dei comunisti di Serbia, in mano a Milošević, si oppone al programma economico di Marković, per la liberalizzazione delle importazioni e la riduzione del credito per le aziende in perdita. Il congresso è paralizzato dal dissenso tra i delegati serbi, sloveni e croati. Nella notte del 23 gennaio la delegazione slovena abbandona il Congresso. Lo strappo è irreparabile, il disaccordo totale. Dopo l’uscita della delegazione slovena è il capo dei comunisti croati, Račan, con l’appoggio dei bosniaci, ad assestare il colpo decisivo: senza gli sloveni il congresso è delegittimato. Si tenta di farlo continuare ugualmente, poi si decide di aggiornarlo, ma è chiaro a molti che non riprenderà mai più. In quella fredda giornata di gennaio muore la Lega dei comunisti di Jugoslavia, l’organismo che fu il motore e il collante della Federazione.

24 gennaio – Disordini in Kosovo contro lo stato d’assedio: 40.000 albanesi chiedono la fine delle misure d’emergenza, la liberazione dei prigionieri politici, l’interruzione dei processi e un referendum per elezioni libere; 25 vittime per la brutale repressione. Il CC sloveno chiede alle autorità federali di sospendere lo stato d’emergenza in Kosovo, di assicurare il rispetto dei diritti umani e di permettere libere elezioni multipartitiche.

30 gennaio – Sciopero generale in Kosovo. Circa 50.000 albanesi si radunano per il funerale di un dimostrante ucciso a Urosevac. I serbi organizzano incontri di protesta e chiedono protezione, minacciando di imbracciare loro stessi le armi. Nel villaggio kosovaro di Mališevo un’unità della polizia federale spara e uccide 3 albanesi, ne ferisce 11 e picchia gli altri senza ragione. In gennaio sono uccisi in Kosovo 20 albanesi. A Belgrado, diverse migliaia di studenti dimostrano davanti al parlamento federale, chiedendo un intervento per assicurare pace e sicurezza di serbi e montenegrini del Kosovo. In piazza della Repubblica si sentono canzoni četniche. A Spalato, 300 albanesi sollevano striscioni con scritto: “Intellighenzia croata, aiutaci!”.

3 febbraio – Costituzione in Slovenia di una Lega indipendente non più comunista, il Partito del rinnovamento democratico. La Corte costituzionale federale dichiara inammissibile l’emendamento sulla secessione introdotto nella Costituzione slovena, confermando il diritto della presidenza federale a proclamare lo stato d’assedio in tutta la Federazione senza alcun consenso.

4 febbraio – La Lega dei comunisti di Jugoslavia – LCJ – si scioglie. Partito unico dal 1945, era il punto di riferimento dell’intera Federazione e dell’intera nazione.
Il ministro dell’Interno serbo assume la responsabilità per l’ordine pubblico in Kosovo. Milošević dice che obiettivo della leadership serba è il ritorno in Kosovo di 100.000 serbi e montenegrini. Alla notizia del rilascio di Adem Demaçi, simbolo della rivolta albanese, si radunano 30.000 albanesi. Il movimento Alternativa del Kosovo pubblica un Atto per la democrazia e contro la violenza, 300.000 firme di cittadini kosovari.

15 febbraio – In Croazia, Dobroslav Paraga, feroce anticomunista, imprigionato negli anni 80, e Ante Paradžik, rispolverano il vecchio Partito croato del diritto (HSP), fuori legge dal 1929, con esplicito riferimento all’iconografia ustaša, compreso il motto Za dom spremni (Pronti per la Patria), come il Sig Heil nazista.

17 febbraio – Knin, nasce il Partito democratico serbo di Croazia (SDS), con a capo lo psichiatra Jovan Rašković, che ipotizza un unico Stato per i serbi dalla Lika fino a Dubrovnik-Ragusa, ma è disposto a riconoscere la repubblica di Croazia a patto che sia garantita autonomia culturale e politica alle enclave serbe. Il dottor Rašković è uno psichiatra, un uomo con una formazione, ma si applica a fare una classificazione etnica dei popoli componenti la Federazione: gli albanesi sono dei terroristi shiptar, dei quali si dice avessero una coda attaccata al coccige, con tanto di testimoni oculari; i croati degli ustaša genocidi o dei boia; gli sloveni separatisti e taccagni; i bosniaci musulmani dei fondamentalisti islamici. Il “popolo celeste” è solo quello serbo, alla deriva in un oceano in tempesta, e l’unico che può salvarlo è Slobo.

24 febbraio – Zagabria, l’HDZ che elegge Franjo Tuđman presidente. In quest’occasione Tuđman afferma: “L’NDH di Pavelić non fu una creazione assurda e un crimine fascista, è stata una formazione collaborativa relativa, ma anche l’espressione delle storiche aspirazioni del popolo croato”.

1° marzo – Stato d’emergenza in Kosovo. La Slovenia ritira i propri poliziotti federali “dall’osteria balcanica”.

4 marzo – 50.000 serbi provenienti da Croazia, Bosnia Erzegovina e Serbia raggiungono il monumento memoriale di Petrova Gora, contea di Karlovac, Croazia, dedicato ai partigiani caduti nella guerra di Liberazione. I manifestanti gridano: “Questa è Serbia”, lanciano accuse a Tuđman, inneggiano a Milošević.

27 marzo – Presentazione del programma dei dirigenti serbi per il Kosovo, che prevede aiuti economici, rifiuta ogni dialogo con i “separatisti”, ribadisce “l’intoccabilità” del Kosovo, parte integrante della Serbia.

8 aprile – Prime libere elezioni pluralistiche in Slovenia. Gli ex comunisti sono il primo partito, ma il cartello elettorale Demos ottiene la maggioranza assoluta alle Camere e vara il governo, il primo non comunista del dopoguerra, con primo ministro il democratico cristiano Lojže Peterle. Al ballottaggio, Milan Kučan, leader degli ex comunisti, è il nuovo presidente della Repubblica di Slovenia.
In Serbia, la propaganda di regime equipara la Croazia di Tuđman a quella di Pavelić, con conseguente attribuzione dell’epiteto di ustaša non solo agli estremisti ma a tutti i croati in quanto tali.

21 aprile – Tuđman, sulla Bosnia, dice: “Il mio partito si batte per il ripristino dei confini storici della Croazia, che sono ben più vasti di quelli attuali. Quali? Quelli che nei secoli hanno segnato il limite dell’Impero romano, del cattolicesimo… gran parte della Bosnia Erzegovina fa parte storicamente della Croazia”.

22–23 aprile – Elezioni libere in Croazia. Il partito di Tuđman, l’HDZ, vince con il 42% le prime elezioni multipartitiche con un programma fortemente nazionalista e con evocazioni simboliche che richiamano agli ustaša di Pavelić, come la scacchiera bianco–rossa sulla bandiera. L’SDS di Rašković ottiene a Knin l’83% dei voti e 5 seggi al parlamento di Zagabria. Tuđman ha pubblicato il libro Il deserto della realtà storica, che suscitò proteste e indignazione nelle comunità ebraiche per lo sfacciato anti-semitismo. Sul campo di sterminio di Jasenovac, Tuđman afferma che le vittime furono al massimo 20.000, quando fonti come l’Ammiragliato inglese riportano 675.000 morti fra serbi, rom, ebrei e oppositori antifascisti. Tuđman è vicino anche ai negazionisti dell’Olocausto. Dopo il voto, Tuđman e Rašković avviano colloqui riservati, nei quali il serbo Rašković ribadisce la disponibilità a riconoscere la Repubblica di Croazia purché questa garantisca autonomia politica e culturale alle enclave serbe. Tuđman rende pubblici questi colloqui e Rašković è subito sfiduciato; gli subentra Milan Babić, già presidente del municipio di Knin. Dopo le elezioni i vertici della JNA tacciano le nuove autorità di Slovenia e Croazia di essere “anti–jugoslave, separatiste e anti-socialiste”.

6 maggio – L’HDZ vince anche il secondo turno delle elezioni in Croazia. Il nuovo potere sottolinea l’affermazione con un Te Deum solenne nella cattedrale di Zagabria.

15 maggio – Si insedia il nuovo presidente federale, il serbo Borisav Jović.

17 maggio – L’Armata popolare, senza informare né il parlamento né il governo croati, requisisce le armi della Milizia territoriale croata. Quasi 200.000 fucili sono sottratti al controllo delle forze di polizia croate.

30 maggio – Prima seduta del nuovo parlamento croato ed elezione di Franjo Tuđman presidente del Consiglio di Stato e Stipe Mesić primo ministro.

26 giugno – L’Assemblea serba approva una legge che prevede l’assunzione di “misure temporanee”. Sospende il governo e il parlamento del Kosovo, decide il licenziamento dei direttori e dei quadri albanesi da imprese, istituzioni culturali e amministrative e dalla maggior parte delle scuole.

27 giugno – Un’assemblea a Knin forma l’Unione delle municipalità della Dalmazia del nord e della Lika.

2 luglio – Sulla scalinata del parlamento chiuso, i membri albanesi dell’Assemblea parlamentare di Priština, 114 su 123, approvano una dichiarazione per cui il Kosovo è un’entità federale al pari delle altre nella Federazione, di fatto il Kosovo è una repubblica paritaria e indipendente. La dichiarazione afferma che gli albanesi sono una nazione costituente della Jugoslavia e il suo “popolo” ha diritto all’autodeterminazione.

3 luglio – Il ministero dell’Interno di Croazia comunica che tutti dovranno accettare il nuovo simbolo statale: la bandiera con la scacchiera bianca e rossa, simile a quella dello Stato indipendente croato di Pavelić.

5 luglio – Il parlamento serbo annuncia altre misure speciali per il Kosovo. Chiusi i mezzi d’informazione albanesi, preso il controllo della televisione, le grandi imprese sono messe sotto il controllo centrale.
Polizia croata a Knin e Sebenico per convincere ad accettare i nuovi simboli, ma il popolo respinge.

12 luglio – Milošević propone ai serbi un referendum sull’approvazione della Costituzione. Approvato col 98,8%, conferma la fiducia dei serbi nel loro presidente. Milošević trasforma la Lega dei comunisti in Partito socialista serbo, è eletto presidente del nuovo partito con 1.228 voti dei delegati su 1.294.

25 luglio – Il Parlamento croato toglie il termine “socialista” dalla denominazione del Paese e introduce la nuova bandiera nazionale dove, al posto della stella rossa, compare la scacchiera bianca e rossa come nella Croazia di Pavelić, allarmando le minoranze serbe che la associano allo stato ustaša.
Nella Krajina è fondato il Consiglio nazionale serbo, che rigetta le modifiche costituzionali e annuncia un referendum per l’autonomia dei serbi di Croazia.

12 agosto – Milan Babić, nuovo leader della provincia autonoma serba della Krajina, si rivolge al presidente e al ministro federali, Jović e Gračanin, invocando garanzie affinché la nuova bandiera croata non sventoli su Knin: “Sotto quella bandiera i nostri padri, i nostri nonni e la nostra nazione sono stati assassinati”. Chiede che la polizia croata non entri nella Kninška Krajina, che i poliziotti serbi non mettano sulle divise la šahovnica.

19 agosto – Referendum sull’autonomia a Knin, nonostante il divieto della Corte costituzionale croata e l’intervento di truppe anti-sommossa del ministero degli Interni. Il 99,97% si esprime favorevolmente, gli aventi diritto al voto sono i soli serbi di Croazia e delle altre repubbliche della Federazione nati in Croazia. Stipe Mesić, premier della Croazia, protesta con il generale Adžić, che minaccia l’intervento dell’Armata federale se morirà un solo serbo. Mesić ribatte che, se la Croazia non può più esercitare la propria sovranità e ristabilire l’ordine pubblico entro i propri confini, dichiarerà immediatamente l’indipendenza dalla Federazione. 

13 settembre – I rappresentanti albanesi nel disciolto parlamento del Kosovo si riuniscono a Kačanik e adottano la Costituzione della Kosova republika, lo Stato democratico della “Nazione albanese, delle minoranze e dei serbi, musulmani, montenegrini, croati, turchi, rom e altri che vivono in Kosovo”. Si dimettono dalle forze di polizia 3.000 albanesi in risposta all’appello del ministro degli Interni del neo-governo kosovaro. Presidenza della SFRJ, governi federale e serbo dichiarano l’assemblea un atto contro lo Stato e contro l’unità di Jugoslavia e Serbia. 

28 settembre – La presidenza della Repubblica di Slovenia assume il controllo della Difesa territoriale, compreso quello sulle armi in dotazione. La Slovenia sostituisce il comandante della Difesa territoriale, sospettato di essere filo-serbo; per reazione la JNA ne occupa il comando, ma l’edificio è vuoto.
Approvazione nuova Costituzione in Serbia, ampi poteri Milošević in qualità di presidente della Repubblica, come il controllo delle forze armate e la nomina del presidente del Consiglio. Soppressione definitiva di ogni forma di autonomia per Kosovo e Vojvodina. Riferimenti alla tutela dei serbi fuori del Paese: “La Serbia è dappertutto dove ci sono tombe serbe”. Il Partito socialista serbo ribadisce che, qualora la Federazione si fosse smembrata, la Serbia avrebbe richiesto la competenza territoriale sui “propri territori storici ed etnici”.

30 settembre – Il Consiglio nazionale serbo, sulla base della consultazione popolare, decreta l’autonomia del popolo serbo di Krajina da Zagabria.

Ottobre – Provvedimento del governo federale: poste sotto controllo e disarmate le “milizie armate illegali”.

4 ottobre – Slovenia e Croazia propongono la trasformazione della Federazione in una confederazione di stati, con mercato unico e politica estera comune; proposta respinta dalla Serbia.

16 ottobre – La JNA, l’Armata federale, consegna armi ai serbi della Krajina.

5 novembre – Il Congresso americano, grazie “all’impegno” del senatore repubblicano Bob Dole, approva il Foreign Operations Appropriations Law 101–513, che impone alla Jugoslavia la restituzione immediata dei prestiti. Il provvedimento sancisce la dissoluzione della Jugoslavia. Prospetta una redistribuzione separata dei crediti ad ogni repubblica a condizione di “libere elezioni” ed il finanziamento diretto delle nuove formazioni “democratiche” nazionaliste e secessioniste, determinando nella Federazione una decisa destabilizzazione.

18 novembre – Libere elezioni in Bosnia Erzegovina. L’idea nazionale prevale su ogni considerazione. La popolazione vota compatta per la propria appartenenza: 40% ai musulmani, 32% ai serbi, 18 % ai croati. Il Partito di azione democratica (SDA), capeggiato da Alija Izetbegović, che raccoglie la quasi totalità dei voti dei musulmani, si esprime per una confederazione di stati, allineandosi alle posizioni di Croazia e Slovenia.
Il multipartitismo non ha cambiato il quadro politico bosniaco, ora la spartizione del potere avviene su base “etnica”: un serbo presidente del parlamento, un croato presidente del consiglio e il musulmano Izetbegović presidente della Repubblica. Successo personale di Fikret Abdić, ex direttore Agrokomerc. La componente serba di Bosnia esprime il partito Srpska demokratska stranka (SDS), presidente Radovan Karadžić.

22 dicembre – La repubblica di Croazia si dà una “nuova” Costituzione. La riforma è incostituzionale perché sia la Costituzione della SFRJ che della Repubblica di Croazia non ammettono discriminazioni etniche. Il parlamento di Zagabria stabilisce che la Croazia è la “patria dei croati” e non più dei “popoli costituenti serbo e croato”. Anche la Commissione europea, presieduta da Badinter, boccia la “nuova” Costituzione perché non tutela a sufficienza i diritti delle minoranze. Tuđman promette che sarà modificata. La riforma declassa 600.000 serbi di Croazia a minoranza etnica. I serbi della Krajina, timorosi di diventare cittadini a legittimità ridotta, dichiarano il proprio territorio Sao Krajina – Srpska autonomna oblast Krajina, regione autonoma serba di Krajina con capoluogo Knin, sospendendo il pagamento delle tasse al governo di Zagabria. Lo statuto definisce la Sao Krajina come un territorio autonomo dalla Croazia, nel quale la Costituzione e le leggi croate non sono applicate. Milan Martić, un ex fabbro autonominatosi generale, diventa capo delle milizie, che si presentano con simboli religiosi sulle divise. Martić impartisce l’ordine di saccheggiare gli arsenali della polizia in tutta la Krajina. L’Armata federale lascia fare.
A Belgrado, Milošević è eletto presidente della Serbia a larga maggioranza. Il Partito socialista serbo, gli ex comunisti, stravince le elezioni anche grazie ai brogli, alle intimidazioni e al controllo dei media. Milošević decreta lo stato d’assedio in Kosovo, suddivisa ora in due entità amministrative, il Kosovo e la Metohija. Boicottaggio delle elezioni da parte degli albanesi, che completano la costituzione di istituzioni parallele.
Bulatović, in Montenegro, vince a mani basse, senza neanche cambiare nome alla Lega dei comunisti.
Gli USA sono contrari alla dissoluzione della Jugoslavia, assieme alla CEE. Le analisi dei diplomatici occidentali sono viziate dalla convinzione che la guerra si possa evitare, anzi si eviterà, e per farlo basta ribadire che l’integrità territoriale della Jugoslavia è sacra e intangibile. La Jugoslavia, disfacendosi, darebbe il brutto esempio alle repubbliche sovietiche, alla Corsica, all’Irlanda del Nord, ai Paesi Baschi…

23 dicembre – Nel referendum a favore dell’indipendenza, in Slovenia vota il 93,2% degli aventi diritto, il sì ottiene l’88,2%. Il parlamento ha il mandato popolare per il distacco dalla Federazione jugoslava. Per il presidente federale Jović la consultazione è illegittima. Invita governo e Corte costituzionale ad intervenire.

Inizia la disgregazione violenta della Jugoslavia.

4 gennaio – Istituito il ministero degli Interni della Sao Krajina, Martić è il ministro. La “polizia di Martić” è un’unità paramilitare serba, colpevole di assassinii politici e crimini contro la popolazione “non serba”.

8 gennaio – “La rapina serba del secolo”. La scomparsa finanziaria della Jugoslavia precede quella politica: scoperta l’emissione illegale da parte della Banca nazionale di Serbia e Vojvodina per 2 miliardi di dinari (1,7 miliardi di dollari) equivalente a metà dell’emissione prevista per il 1991, senza approvazione del governo federale e della Banca centrale jugoslava. Frutto del disperato bisogno di evitare la bancarotta conseguente alle promesse fatte da Milošević prima delle elezioni per accattivarsi la benevolenza della gente. Alla luce della spregiudicatezza serba in materia finanziaria, la Slovenia interrompe il gettito alle casse federali.

9 gennaio – Lubiana non ottempera al disarmo delle “milizie armate illegali”.

24 gennaio – Incontro a Belgrado tra Milošević e Kučan per indipendenza dalla Federazione della Slovenia.

Febbraio – Il parlamento europeo approva una risoluzione sul Kosovo: chiesto alle autorità serbe di interrompere la politica repressiva. Avviato in Kosovo insegnamento scolastico parallelo dei kosovari albanesi.
I comandi militari federali jugoslavi preparano segretamente il Piano Ram (Piano Cornice), che riguarda la definizione delle frontiere occidentali della “Grande Serbia” e la creazione di una “cornice” per una nuova Jugoslavia nella quale i serbi sarebbero vissuti tutti in un unico Stato.

20 febbraio – Il Parlamento sloveno delibera la sospensione delle leggi federali e la proclamazione dell’indipendenza dal prossimo 25 giugno.

21 febbraio – Il Parlamento croato vota una risoluzione per la dissociazione dalla Repubblica federale.

26 febbraio – I serbi della Sao Krajina proclamano la separazione dalla Croazia.

8 marzo – Le reclute slovene non vanno più ad arruolarsi nell’Armata federale, le autorità di Lubiana le inviano alla Difesa territoriale, col pretesto di ridurre i costi dell’addestramento.

9-10 marzo – Data cardine per la Serbia e per il disfacimento della Jugoslavia: manifestazioni anti-regime a Belgrado. 70.000 oppositori al regime chiedono le dimissioni della leadership serba e nuove elezioni. Alla testa dei dimostranti Vuk Drašković, monarchico e capo del Movimento per il rinnovamento serbo. Interviene la polizia con cariche e idranti. 213 arresti, feriti e morti. A Požarevac, nella Serbia centrale, la polizia spara sulla folla ad altezza d’uomo; muore un manifestante per colpi d’arma da fuoco alle spalle. Il presidente federale Jović ordina l’intervento dell’esercito e l’arresto di Drašković. Intervengono i carri armati della JNA: non era mai successo in Jugoslavia, ad eccezione del Kosovo. Da un lato emerge una forte opposizione a Milošević, dall’altro le intenzioni non pacifiche del presidente serbo.

12 marzo – Dopo le manifestazioni, il potere federale sembra in difficoltà. Trattative tra governo e capi della protesta. Drašković è liberato e Milošević, dopo le tenaci proteste studentesche, cede alle richieste dei manifestanti. Dimissioni del ministro dell’Interno Bogdanović. I vertici militari chiedono la proclamazione dello stato d’emergenza. Per intimorire i membri della presidenza federale li fanno scortare da soldati armati, riunendoli in un bunker gelido, ma i rappresentanti di Bosnia Erzegovina e Macedonia fanno fronte comune con quelli di Slovenia e Croazia e si oppongono, bloccando tutto.

14 marzo – Il generale Kadijević, ministro della Difesa, a Mosca per incontrare segretamente il collega Jazov per una fornitura di armi, senza che i rispettivi governi siano informati. Risultato dei colloqui: “I russi hanno il fango alle ginocchia, non sono in grado di aiutare neanche se stessi…”. Jazov, che per questo incontro avrebbe potuto compromettere la pace internazionale, sarà imprigionato da Gorbačëv.

15 marzo – Vuoto di potere. Il presidente federale Jović presenta le dimissioni, convinto che la presidenza non possa governare il Paese. I rappresentanti di Montenegro e Vojvodina si dimettono dalla presidenza federale.

16 marzo – La Regione autonoma serba di Krajina proclama l’indipendenza dalla Croazia.

21 marzo – Jović, coprendosi di ridicolo, ritira le dimissioni, tornando a capo alla presidenza federale.

25 marzo – Tuđman e Milošević s’incontrano in Vojvodina, probabilmente si accordano per la spartizione della Bosnia Erzegovina, ma il tema dell’incontro non è mai stato rivelato.

31 marzo – Barricate nel parco nazionale di Plitvice, in Croazia, la domenica di Pasqua. Sparatorie tra secessionisti serbi e polizia croata. Morti e feriti. Interviene l’Armata federale per riportare la calma con un’azione di “interposizione”, in realtà in appoggio alle formazioni serbe.

Aprile – Il parlamento della “Repubblica del Kosovo” elegge presidente Ibrahim Rugova. La polizia serba emette mandati di cattura per i fondatori della Kosova Republika, che abbandonano il Paese e formano un governo in esilio. Le autorità serbe lasciano cadere le accuse contro Rugova.

1° aprile – Circoscrizioni della Bosnia occidentale a maggioranza serba istituiscono un’enclave autonoma sul modello della Krajina serba di Croazia. Allarme tra i musulmani, preoccupati di un’annessione della Serbia dei territori a maggioranza serba. La Bosnia è una “Jugoslavia in piccolo”: il 31,3% sono serbi, il 43,7% musulmani, il 17,3% croati, il 7,7% jugoslavi, ma nessuno è maggioranza assoluta. Non esistono regioni abitate da una sola nazionalità, sono consueti i matrimoni misti. I musulmani di Bosnia non sono né serbi né croati né eredi dei “turchi”, sono slavi convertiti. Molti si definiscono bosniaci, qualcuno ha introdotto il termine “bosgnacchi”, ma rimane l’uso distorto del termine musulmano, sottintendendo un legame all’Islam che non c’è nella Bosnia laica e multietnica. Sarajevo vuole esprimere una diversità rispetto a Belgrado e Zagabria.

2 aprile – Jović convoca d’urgenza la presidenza federale, ma alla riunione non partecipano né il rappresentante croato Mesić né lo sloveno Drnovšek. Tuđman dichiara che, se la Slovenia avesse annunciato la secessione dalla Federazione, la Croazia l’avrebbe seguita, nonostante l’impreparazione militare.

11 aprile – Castello di Brdo, Slovenia, terzo summit dei presidenti delle sei repubbliche della Federazione jugoslava. Accordo sull’organizzazione di un referendum per decidere tra una Jugoslavia confederazione di repubbliche sovrane (proposta di Slovenia e Croazia), o la federazione democratica (Serbia e Montenegro).

29 aprile – Ribellione dei separatisti serbi in Croazia dalla Dalmazia ai confini con l’Ungheria scontri a fuoco e agguati. L’Armata federale controlla parti della Croazia. Il generale Adžić sostituisce il generale Kadjiević.

5 maggio – A Belgrado, riunione della presidenza federale nel difficile tentativo di trovare uno sbocco alla grave crisi che sta portando il Paese verso la guerra. Le posizioni sono inconciliabili.

6 maggio – Incontro a Graz, in Austria, tra il leader dei croati di Erzegovina e capo dell’HDZ di Bosnia, Mate Boban, e il rappresentante dei serbo-bosniaci Karadžić per un cessate-il-fuoco. Incontro ispirato da un possibile accordo tra Tuđman e Milošević per una spartizione della Bosnia Erzegovina.

7 maggio – Belgrado, difficile accordo all’interno della presidenza della Federazione, che risponde all’ultimatum lanciato dall’Armata. I mediatori sono Marković, capo del governo federale, e Kadjiević, ministro della Difesa. Il documento intima la cessazione degli scontri; la smobilitazione delle milizie delle repubbliche, la consegna delle armi all’Armata federale; la costituzione di una commissione mista serbo-croata a tutela delle minoranze serbe in Croazia. Il cardinale Kuharić, arcivescovo di Zagabria, e il patriarca ortodosso Pavle s’incontrano in Vojvodina, appello per la pace: stretta di mano dopo 23 anni di gelo.

8 maggio – Secondo incontro segreto tra Milošević e Tuđman. Rimane ignoto il contenuto dei colloqui.

10 maggio – L’Assemblea federale jugoslava si scioglie.

12 maggio – A maggioranza la Krajina sancisce, con referendum autogestito, la secessione da Zagabria. Milan Babić, scortato da paramilitari, dice: “La Serbia va da Knin alla Bulgaria e noi oggi siamo in Serbia”.

15 maggio – Fine del mandato presidenziale di Josić, la carica toccherebbe al croato Mesić; i serbi si oppongono, ponendo il veto. È la più importante crisi dal 1945. La Jugoslavia resta senza presidente federale, fatto mai accaduto nella storia della SFRJ. Lo stallo è causato dal fatto che i serbi dispongono di 4 voti su 8 nella presidenza federale. I serbi – rappresentanti anche di Kosovo e Vojvodina, di cui hanno sostituito i rappresentanti con persone fidate – e il Montenegro, alleato assolutamente fedele, si rifiutano di eleggere un presidente croato, anti-comunista e indipendentista. Le forze armate mantengono un atteggiamento molto freddo nei confronti del boicottaggio di Mesić. Gli USA fanno sapere che considerano la Serbia di Milošević la principale responsabile della crisi e progettano di sospendere ogni forma di aiuto.

16 maggio – Votata risoluzione del parlamento europeo, diffidata la Serbia dall’intervenire col suo esercito, condannato il rifiuto di accettare la presidenza di un croato, invocato il rispetto di diritti umani e minoranze.

17 maggio – Seconda seduta del Presidium della Federazione jugoslava, l’impasse permane: 4 a 4 i voti tra le repubbliche jugoslave.

19 maggio – Referendum tra i croati per una Croazia sovrana e indipendente: il 94% vota a favore dell’affermazione della sovranità, non dell’indipendenza. La secessione unilaterale lede le costituzioni jugoslave, che la permettevano: “Popoli e nazionalità hanno uguali diritti. Le frontiere della SFRJ non possono essere modificate senza il consenso delle repubbliche e delle province autonome”. Per essere costituzionale è necessario un referendum esplicito per la secessione, concordato con tutte le repubbliche, il cui risultato deve essere accettato da tutte le entità federali. Slovenia e Croazia parlano esplicitamente di confederazione, non di secessione. Un altro referendum per restare all’interno della Repubblica federale jugoslava è respinto dal 92% dei votanti. I serbi, pur rappresentando il 12%, disertano le urne.

20 maggio – Il mancato presidente Mesić accusa Milošević di perseguire il progetto di una “Grande Serbia” e chiede all’Occidente di congelare tutti i prestiti alla Federazione, tranne quelli destinati alle repubbliche “democratiche”. Mesić parla da presidente, ma è privo di ogni potere.

23 maggio – Cercando un pretesto per intervenire, l’Armata federale provocatoriamente circonda un centro della Difesa territoriale a Maribor, in Slovenia. La crisi vede i dirigenti sloveni preparati: tagliano l’elettricità e l’acqua alle caserme federali. Prima vittima slovena travolta da un blindato federale.

25 maggio – Karol Wojtyla riceve Tuđman in Vaticano, quasi nell’anniversario dell’udienza concessa da Pio XII al capo degli ustaša Pavelić, il 18 maggio 1941.

28 maggio – Zagabria, il presidente croato tiene un inquietante raduno di stampo nazionalista, con la partecipazione del clero e la sfilata della la Guardia nazionale croata, che ora conta 27.000 uomini. Vent’anni dopo la sua prima “primavera”, la Croazia dispone di un esercito proprio, anche se senza aerei e cannoni pesanti. La Croazia ha acquistato armi da Svizzera, Stati Uniti e Cecoslovacchia.

30 maggio – Tuđman pronuncia all’Assemblea nazionale croata un discorso pieno di accenti sciovinisti e nazionalisti, che presenta la Croazia come la vittima per lunghi anni di una dittatura comunista monopartitica, oppressa dal monopensiero, dalla burocrazia e da un regime di terrore.

31 maggio – Milošević pronuncia a Belgrado un discorso in cui espone all’Assemblea nazionale di Serbia un progetto per la risoluzione della crisi jugoslava, in risposta all’intervento croato, in cui ipotizza una Jugoslavia federale, sebbene con caratteristiche non meglio precisate, specie sull’autonomia di Kosovo e Vojvodina.

3 giugno – Paraga e Paradžik fondano l’ala militare del Partito croato dei diritti, esibendo un repertorio di simboli ustaša: la sigla è la stessa dell’esercito dello Stato indipendente croato di Pavelić.
Il presidente della Macedonia Gligorov e quello della Bosnia-Erzegovina Izetbegović annunciano una proposta per la futura Jugoslavia, trasformata in una specie di Commonwealth di repubbliche sovrane.

6 giugno – Mentre la Federazione jugoslava è sempre senza presidente, nel complesso di Stojčevac, a Ilidža, Sarajevo, i presidenti delle sei repubbliche si riuniscono nel tentativo di ricomporre la separazione senza drammi, sulla base della piattaforma Gligorov-Izetbegović, che è respinta in toto. Marković chiede a Slovenia e Croazia di non affrettare i tempi della separazione, il vice-ministro della Difesa Stane Brovet ribadisce la volontà della JNA di difendere l’intangibilità dei confini. Anche in presenza di una bozza di accordo, il presidente Kučan annuncia che la Slovenia procederà comunque con la secessione nei tempi stabiliti.

12 giugno – Vertice Tuđman-Milošević-Izetbegović a Spalato, ennesimo tentativo di risoluzione pacifica della crisi jugoslava, per “continuare il dialogo”.

13 giugno – Van der Broek, presidente olandese della CEE, dice che Milošević è il miglior politico d’Europa, in sintonia con Inghilterra e Francia e che i confini interni della disciolta federazione possono essere cambiati.

21 giugno – Il segretario di Stato USA James Baker, giunto in Jugoslavia per incontrare le repubbliche “ribelli”, mette in guardia contro azioni unilaterali, tentando di scongiurare l’uso della forza.

24 giugno – Per l’Europa la parola d’ordine è preservare l’unità della Jugoslavia, come espresso dal ministro degli Esteri italiano De Michelis, mentre cattolici e democristiani tedeschi sono per la secessione slovena. Il comando della Difesa territoriale slovena ordina la mobilitazione generale nella segretezza.

25 giugno – Slovenia e Croazia proclamano la propria indipendenza dalla Federazione jugoslava. A Lubiana, l’esecutivo approva gli atti costitutivi dell’indipendenza, ordinando il controllo dei passaggi di frontiera con Italia, Austria e Ungheria, sostituendo i simboli federali con quelli nazionali. A Zagabria, i deputati si limitano ad una dichiarazione formale, mentre i membri serbi abbandonano l’aula in segno di protesta. Il Parlamento federale di Belgrado, assenti i membri croati e sloveni, dichiara illegittime le proclamazioni di indipendenza.
Un gruppo di serbi della Slavonia orientale, Baranja e Srem organizza un congresso, al termine del quale decide di costituire un’altra regione autonoma serba con l’intenzione di mantenere l’unità con la Jugoslavia. Hadžić è candidato a guidare questa nuova regione autonoma.

26 giugno – Si accende la “Guerra dei dieci giorni”. La JNA decide di intervenire in Slovenia per preservare l’unità nazionale, di cui è depositaria. Alle 7,20, con un telegramma del generale sloveno Kolšek, lo Stato maggiore jugoslavo lancia l’Operazione Baluardo per restaurare l’ordine e riprendere il controllo dei posti di frontiera con Austria e Italia. Molti ufficiali sloveni si rifiutano di eseguire gli ordini impartiti da Belgrado e sono destituiti. Il governo federale da Belgrado denuncia l’azione illegale delle repubbliche secessioniste e che non avrà nessun seguito perché la JNA assicurerà le frontiere interne ed esterne del Paese.
Mentre l’attenzione è sulla Slovenia, četnici serbi attaccano la stazione di polizia di Glina, a sud di Zagabria. Prima che i croati possano abbozzare un contrattacco si muovono da Petrinja i carri armati federali e creano un cuscinetto attorno a Glina col pretesto di prevenire nuovi scontri.

27 giugno – In una riunione di emergenza della presidenza slovena, Kučan e il resto dei membri optano per la resistenza armata. Iniziano gli scontri tra l’Armata popolare e la Difesa territoriale slovena, erede dell’esercito parallelo voluto da Tito dopo l’invasione sovietica di Praga. A Lubiana entra in vigore il coprifuoco. La JNA riesce a completare la propria missione: verso mezzanotte assume il controllo di quasi tutte le dogane.

28 giugno – Alla fine della giornata la JNA tiene molte delle proprie posizioni, ma sta perdendo rapidamente terreno. La flessibilità e il pragmatismo degli sloveni la mettono in seria difficoltà, psicologicamente impreparata, priva di artiglieria e per l’eccesso di fiducia dei suoi vertici, che non hanno previsto un servizio logistico, consegnando ai soldati razioni solo per un giorno. Molti soldati federali sono impreparati ad una guerra quasi di guerriglia. Aumentano i casi di diserzione, centinaia di membri sloveni della JNA abbandonano le proprie unità o cambiano fronte. I generali della JNA sottovalutano la presenza a Lubiana di oltre 300 giornalisti stranieri e troupe televisive, che documentano quanto accade.

29 giugno – A Belgrado è rinviata la riunione della presidenza collegiale che, secondo gli accordi con la CEE, deve eleggere il croato Mesić, rimasto solo apparentemente un convinto sostenitore dello jugoslavismo. In serata, all’insaputa del governo federale, arriva l’ultimatum alla Slovenia da parte del generale Negovanović dello Stato maggiore dell’esercito. La troika della CEE, i ministri degli Esteri di Lussemburgo, Paesi Bassi e Italia, si reca in Jugoslavia, tentando di convincere i popoli della Federazione a costruire insieme la democrazia nel rispetto dei diritti civili. È la notte dei tentativi di pace, ma nessuno vuole cedere. La necessità di restare uniti è sostenuta dal ministro italiano De Michelis nei numerosi viaggi a Lubiana e Zagabria.

30 giugno – In tv, come nella seconda guerra mondiale: i serbi accusano gli sloveni di fascismo, gli sloveni replicano, accusando la JNA di essere un occupante come lo erano i nazisti. L’intera guarnigione della JNA di stanza a Dravograd, nella Slovenia settentrionale, 16 ufficiali e 400 uomini, si arrende. Le armi catturate sono redistribuite alle forze slovene. Il ministro della Difesa federale, generale Kadijević, mette il vertice della Narodna armija davanti al bivio: ritiro dalla Slovenia oppure occupazione dura. Premier Marković a Lubiana.

1° luglio – Il ministro della Difesa Kadijević informa il governo federale che il piano della JNA, un’operazione limitata a controllare i punti di confine della Slovenia, è fallito. È il momento di mettere in atto il “piano B”: un’invasione su ampia scala, la proclamazione della legge marziale e l’arresto di tutti i dirigenti sloveni. Jović pone il veto al “piano B”, affermando: “Mi è chiaro che la Slovenia se ne va ed è inutile scatenare una guerra. Ci resta una sola cosa da fare, difendere i territori abitati dai serbi di Croazia, che vogliono restare in Jugoslavia”. Il capo di Stato maggiore della JNA, generale Adžić, è furioso e dichiara: “Gli organi federali ci ostacolano di continuo, richiedendo dei negoziati mentre gli sloveni ci stanno attaccando con tutti i mezzi”. L’esercito registra defezioni a migliaia, ognuno rientra nelle rispettive repubbliche, la Narodna armija sembra allo sbando, sconfitta sul suo campo fondante: la multietnicità.
Grazie alla mediazione della trojka CEE, il croato Mesić diventa presidente della Federazione jugoslava. Appello del Gruppo di donne di Belgrado contro la guerra in Slovenia: chiedono che l’esercito federale si ritiri immediatamente e i soldati tornino a casa. Genitori, per la maggior parte madri, dei soldati di leva dell’Armata federale invadono il parlamento a Belgrado per protesta contro la mobilitazione dei figli, contro una guerra fratricida e per il ritorno dei loro figli che prestano servizio in Slovenia.

2 luglio – Alle 21.00, il presidente sloveno annuncia un cessate-il-fuoco unilaterale, respinto dal comando della JNA, che giura di “riprendere il controllo” e di “abbattere la resistenza” slovena. La JNA non accetta la sconfitta sul campo. Il generale Adžić, serbo, dichiara: “L’Armata federale si ritiene in stato di guerra”.

3 luglio – Respinta dall’Armata federale la mediazione di Mesić, che è anche capo delle forze armate. È in corso un vero e proprio braccio di ferro col capo di Stato maggiore Adžić.

4 luglio – Con il cessate-il-fuoco in atto, i due fronti si disimpegnano. Le forze slovene prendono il controllo di tutti i posti di dogana ed è permesso alle unità della JNA di ritirarsi nelle proprie caserme o ripassare il confine con la Croazia. La presidenza federale ordina il ritorno alla normalità con la liberazione dei prigionieri, la smobilitazione delle milizie armate, la normalizzazione delle comunicazioni, secondo la mediazione della troika della CEE. Disposizioni difficilmente applicabili in tempi brevi.

5 luglio – I ministri degli Esteri dei Dodici Paesi della Comunità europea si riuniscono a L’Aja, dove emergono le prime divergenze. Germania, Belgio e Danimarca propongono il riconoscimento di Croazia e Slovenia; gli altri, in particolare la Francia, sono contrari. La decisione comune prevede il congelamento del sostanzioso aiuto finanziario che la CEE aveva promesso alla Jugoslavia e l’imposizione di un embargo sull’importazione di armi, letto da più parti come un tentativo di favorire l’Armata federale. Alla tv di Belgrado appare un delirante Šešelj: “Sgozzare i croati non con il coltello, ma col cucchiaio arrugginito…”. Reazioni sdegnate degli intellettuali serbi riuniti nel Circolo di Belgrado.

6 luglio – Fine delle operazioni militari in Slovenia. Sono stati “dieci giorni di guerra”. Secondo stime slovene la JNA riporta 44 morti e 163 feriti, mentre gli sloveni hanno 18 morti e 182 feriti. L’esercito jugoslavo è pronto a rispettare la volontà della presidenza federale e a rientrare nelle caserme. Con la maturata convinzione che la Slovenia, composta da “un popolo germanofilo, impregnato di militarismo e spirito anti-jugoslavo” debba essere sganciata dalla Repubblica federale, Milošević in fondo riconosce il diritto alla secessione di Lubiana, ma esclude tale possibilità per la Croazia, popolata in ampie percentuali da serbi.

10 luglio – Dopo un’intensa attività propagandistica condotta da Belgrado, tesa a convincere la popolazione serba residente in Croazia del “carattere genocida” del popolo croato e denunciare il “regime fascista” al potere a Zagabria, hanno luogo vari scontri provocati da gruppi di četnici che, con il supporto dell’Armata federale, attaccano gli insediamenti misti nei dintorni di Osijek e Vukovar per costringere alla fuga la popolazione croata. L’umiliante sconfitta subita in Slovenia suggerisce ai comandi militari di non puntare al controllo dell’intera Jugoslavia, ma solo di quei territori dove è più marcata la presenza serba. Per ovviare alla carenza di militari di cui comincia a soffrire la JNA, anche a causa della sua repentina trasformazione da soggetto federale multietnico a esercito schierato dalla parte dei serbi, inizia il ricorso a gruppi paramilitari.

12 luglio – La “pulizia etnica” diventa una realtà. A Dalj, Slavonia orientale, vivono 4.000 serbi e 2.000 croati. Attacco alla stazione di polizia difesa da 40 membri della Garda croata. I tank federali conquistano la cittadina. I četnici seguono l’avanzata e fanno piazza pulita: 22 croati massacrati. La mattanza ha il sapore della vendetta. Milošević incontra l’ambasciatore inglese: “La Serbia non ostacolerà il distacco della Slovenia. Marković si è comportato in modo stupido con le sue mezze misure. Avrebbe dovuto mandare centomila uomini in Slovenia o nessuno. La Slovenia non vale la vita di un solo soldato serbo. Izetbegović è un islamico fanatico. La Serbia non aspira a un solo ettaro di terra fuori della Serbia, ma i confini attuali sono artificiali, amministrativi, illegali quindi soggetti a cambiare”. Il presidente federale Mesić paragona Milošević a Hitler.

14 luglio – Comincia Il dramma dei profughi. I croati consumano le loro vendette infiltrandosi nei villaggi. Osservatori CEE arrivano in Croazia, dove i venti di guerra soffiano con sempre maggior vigore.

18 luglio – Durante il semestre di presidenza europea della Germania, il cancelliere Helmut Kohl e il ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher ricevono Tuđman con tutti gli onori.

19 luglio – Ufficializzato il ritiro dell’Armata federale dal territorio sloveno. Secondo dati diffusi dal governo di Lubiana, la “Guerra dei dieci giorni” ha provocato la morte di 74 soldati e di 280 feriti. Dei 25.000 soldati federali di stanza in Slovenia, quasi 8.000 disertarono.

22 luglio – All’alba, la Marina militare jugoslava blocca i principali porti jugoslavi, Fiume, Pola, Zara, Spalato e Sebenico. Una misura di ritorsione per l’isolamento delle caserme federali cui è tagliata l’acqua, la luce, le linee telefoniche. Bombardamento aereo nella zona di Vukovar, uccisi 2 gardisti croati, 8 feriti.
Lord Carrington, ex segretario generale della NATO, tenta una mediazione impossibile a Igalo, Montenegro, tra Tuđman, Milošević e il ministro della Difesa federale Kadijević per un cessate-il-fuoco.

26 luglio – L’Armata federale si schiera apertamente a fianco delle milizie serbe e apre il fuoco sui croati. Reparti serbi uccidono dieci poliziotti croati nei pressi di Dvor. Inutili gli ordini di cessate-il-fuoco che arrivano dalla presidenza di Belgrado. L’Armata federale è ormai tutta schierata con Milošević.

1° agosto – La Croazia è in difficoltà: territorio occupato per ⅓ , migliaia di profughi, economia al collasso. JNA completamente coinvolta nella guerra in Croazia.

2 agosto – File di profughi sempre più grosse. Inutile cessate-il-fuoco decretato da Marković. Arriva a Belgrado la trojka per un ennesimo tentativo di ricomposizione della drammatica situazione. Bush e Gorbačëv invitano le repubbliche jugoslave al dialogo, la Comunità europea pensa a una forza internazionale d’interposizione, Milošević è contrario a truppe straniere, anche amiche, sulla terra jugoslava.

6 agosto – La presidenza federale dichiara un cessate-il-fuoco anche per merito del negoziatore macedone Tupurkovski. La presidenza all’unanimità ordina all’Armata federale la cessazione del fuoco in Croazia, ma è Milošević, che comanda a Belgrado e la Narodna armija ubbidisce solo a lui. Migliaia di disertori dell’Armata fuggono all’estero, ma al confine con l’Italia non sono riconosciuti come rifugiati e riconsegnati alle autorità jugoslave; interviene anche Amnesty International. Pesante monito della Russia di Gorbačëv contro l’indipendenza proclamata da Lubiana e Zagabria.

16-20 agosto – È guerra nell’intera Croazia. A Okučani comincia la battaglia lungo l’autostrada Zagabria-Belgrado, denominata Bratstvo i jedinstvo, costruita col contributo delle Brigate del Lavoro giovanili e dell’Esercito. La battaglia provoca decine di vittime da ambo le parti, coinvolgendo anche i camion che percorrono l’arteria. Quando i gardisti croati stanno per avere la meglio, secondo uno schema sovente applicato, arriva l’Armata federale. Fatto saltare un ponte sulla Sava, i cingolati devono fermarsi, i gardisti fanno festa, ma il reparto di carri apre il fuoco sui croati. Non è la prima volta che l’Armata spara apertamente sulle forze croate. Ira del presidente Mesić, che accusa gli ufficiali di disobbedire agli ordini. Grandi assicurazioni, ma nessuna punizione per il colonnello dei carristi.
A Zagabria, Belgrado, Sarajevo la gente si raccoglie in piazza: candele accese, parole e firme per la pace. La Slavonia è al centro della guerra. Vinkovci e Osijek sono sotto il tiro dei cannoni serbi. Infuriano gli scontri nella Vukovar in mano alle milizie irregolari del famigerato Tomislav Merčep, sottosegretario agli Interni croato, legato al partito di Tuđman.

19 agosto – A Mosca va in scena il golpe contro Gorbačëv. Il tentativo di colpo di Stato termina con l’emersione di Boris Eltsin e lo scioglimento dell’URSS. Kadijević è in collegamento coi generali golpisti, la loro sconfitta è uno scacco per il regime di Belgrado.
La JNA bombarda Vukovar e Osijek. Krajina di Knin, il capo separatista Martić lancia un ultimatum al villaggio croato di Kijevo. Attentato a Zagabria, bomba esplode nella sede della comunità ebraica.

21 agosto – Il vice-ministro della Difesa Negovanović mette sotto accusa i governi delle due repubbliche finora considerate le più moderate, Bosnia e Macedonia. Le ire dei generali sono provocate dal rifiuto dei due governi di inviare reclute all’esercito federale. Il generale accusa i dirigenti delle due repubbliche di seguire Slovenia e Croazia e di annullare l’integrità della Jugoslavia e di aprire la strada ad una guerra fratricida. Negovanović nega, definendola una “vecchia storia”, la voce che l’Armata federale prepari un golpe, affermando che i militari federali sono il “maggiore ostacolo” per chi vuole la distruzione della Jugoslavia.

22 agosto – Tuđman lancia un ultimatum all’Armata federale: “Se non cessa di appoggiare le formazioni irregolari serbe, la sua presenza in Croazia sarà considerata come un’occupazione”.

25 agosto – Comincia l’assedio di Vukovar da parte della JNA e dei paramilitari četnici: le Tigri di Željko Ražnatović detto Arkan e le Aquile bianche di Šešelj. Dentro la città, le forze croate formate da uomini dell’HOS, l’ala militare del partito nazionalista di Paraga, comandate dal colonnello Mile Jastreb Dedaković.

26 agosto – L’elicottero dell’inviato CEE, di rientro da una missione a Osijek per tentare una mediazione tra gardisti croati, paramilitari serbi e esercito federale, è mitragliato dalla Garda croata. Per miracolo non esplode in volo, la BBC riprende il fatto: i croati accusano i serbi.
Cade Kijevo. Racconta Milan Martić: “È stata un’azione congiunta della milizia serba e dell’Armata e in due giorni abbiamo liberato Kijevo. L’Armata ha fornito le armi pesanti, io la fanteria. Quando a Knin è arrivato il colonnello Mladić, abbiamo capito che potevamo credere nella JNA”.
Il ministro De Michelis pomposamente proclama: “L’Italia non resterà con le mani in mano a contemplare l’esplosione della guerra civile in Jugoslavia”.

27 agosto – I ministri degli Esteri dei Dodici a Bruxelles abbandonano l’idea dell’unità jugoslava, ma condannano l’impiego dell’Armata popolare e delle forze irregolari serbe in Croazia, minacciando di rappresaglie Belgrado. A Sarajevo, il presidente bosniaco Izetbegović blocca gli obblighi di leva verso l’Armata federale. Licenziamento in Kosovo di 6.000 insegnanti albanesi.

28 agosto – Guerra aperta tra Serbia e Croazia. I cannoni federali sparano ovunque, Zara, Sebenico, Osijek.

29 agosto – La battaglia infuria a Vukovar. Oltre alle Tigri di Arkan arriva anche la Guardia nazionale, il nome funesto dei collaborazionisti del generale Nedić, il Quisling serbo del ’41-’44. Giungono i četnici monarchici di Drašković assieme al Corpo d’armata di Avala, ispirati da Djuić, un criminale di guerra originario della Krajina, già al servizio dei nazifascisti e dei Servizi inglesi, poi rifugiato negli USA. E via via tutto un coacervo di bande di criminali e di assassini, tra cui le Aquile azzurre e le Unità di Dušan il forte.

Settembre – A Sarajevo, in una combattuta seduta il parlamento della Bosnia Erzegovina approva un memorandum, che definisce la Repubblica bosniaca uno “Stato democratico e sovrano di cittadini di pari diritti, musulmani, serbi e croati e appartenenti ad altri popoli e nazionalità che in essa vivono”. Potrebbe essere una dichiarazione valida per la Conferenza de L’Aja, in realtà è una dichiarazione d’indipendenza dalla mutilata Federazione jugoslava.
A Fiume appaiono “liste di ignominia” di ufficiali e soldati croati rimasti nell’Armata federale, senza rispondere all’invito alla diserzione lanciato dal governo della nuova Repubblica.
Nell’ambito del Piano Ram (Piano Cornice), che prevede la creazione di una “Grande Serbia”, la JNA occupa in modo del tutto legale la Bosnia, senza consultare il presidente federale. 100.000 uomini, 800 carri, 1.000 blindati, 4.000 cannoni, 100 aerei e 50 elicotteri, per un totale di sei Corpi d’armata in territorio bosniaco agli ordini del generale Milutin Kukanjac. Poi, con la scusa di esercitazioni varie, sono piazzati intorno alla capitale 700 pezzi d’artiglieria. Cannoni puntati verso obiettivi prestabiliti e in segreto la JNA arma i serbi di Karadžić.
Invano i croati chiedono all’ONU di mettere sotto controllo le armi pesanti federali, sottolineando che presto sarebbero state usate in Bosnia. Come al solito, la comunità internazionale si limita a osservare. Un consigliere di Cyrus Vance è brutalmente esplicito: ”Prima dovete combattere. Ci saranno vittime e poi una tregua, magari temporanea, e solo allora arriveremo anche noi”. E ancora più esplicito, anche se con un accento di tristezza e non di cinismo, è Zdravko Tomac, vice-premier croato: ”La tragedia della Bosnia è che, rispetto al Kuwait, ha i musulmani, ma non ha il petrolio”.
Nel Piano Ram sono previste anche le successive fasi della “pulizia etnica” in Bosnia Erzegovina, che precede la spartizione del territorio su base antropologica e geopolitica. Si elabora la strategia dello stupro etnico ai danni delle donne bosgnacche: l’ordine per i soldati serbo-bosniaci è quello di violentarle affinché mettano al mondo figli non bosgnacchi e venga così annientato il gruppo nazionale dei bosniaci musulmani. Si mira a distruggere la multietnicità bosniaca regolata dalla relazione di buon vicinato, il komšiluk, che permetteva l’equilibrio tra le diverse comunità.
Inizia, apparentemente inattesa, la guerra in molti villaggi con terribili episodi di violenza sulle donne. Una violenza che desta paura, smarrimento, colpevolizzazione nelle donne stesse, quando non ne muoiono e nei “loro” uomini e che poi verranno separati da loro e uccisi proprio per lasciarle ancora più indifese e prive di qualsiasi mezzo di sostentamento che permetta la sopravvivenza del loro gruppo nazionale. Il corpo femminile diventa territorio di conquista, luogo di inseminazione etnica. Non è pura barbarie, è devastazione premeditata e “scientificamente” fondata. Lo stupro, in Bosnia, come in Rwanda, Somalia, Algeria e in ogni guerra moderna, non è “conseguenza” della guerra, ma arma che affianca le operazioni di “pulizia etnica”.

1° settembre – Il premier Marković, convinto sostenitore dello jugoslavismo, emarginato in patria e privo di sostegno all’estero, rende pubblico una parte del Piano Ram attraverso il giornale belgradese Vreme. Anche il quotidiano di Sarajevo Oslobođenje pubblica dettagli riferiti da un anonimo ufficiale dello Stato maggiore federale.
Gli insegnanti e gli studenti albanesi dell’università di Priština si vedono rifiutato l’accesso agli edifici dell’università.

4 settembre – Alla vigilia della Conferenza di Pace de L’Aja la crisi sembra una drammatica svolta. Canada, Austria, Ungheria, Francia e Germania chiedono la convocazione del Consiglio di Sicurezza ONU.
Prolungata offensiva della JNA, che occupa lunghi tratti dell’autostrada Zagabria-Belgrado per spezzare la continuità tra Croazia e Serbia e il ponte della Maslenica vicino a Zara, interrompendo la statale Magistrala, che porta verso sud. A Sebenico, i federali bombardano posizioni croate, che assediano le caserme e l’arsenale della Marina. Allarme aereo a Zagabria. Il presidente federale Mesić invita i giovani di leva a disertare da un’armata non più federale, ma solo serba.

5 settembre – Osijek, bombardata la cattedrale, 20 morti. Scontri lungo l’autostrada Zagabria-Belgrado.
La copertina dell’organo del Partito croato dei diritti raffigura un soldato vestito di nero armato di fucile: “Fino a che non raggiungeremo la Drina, gli ustaša seguiteranno a combattere!”, alludendo al vecchio confine della Croazia di Pavelić. In un altro numero il giornale spiega che le uniformi dell’HOS sono nere in onore della Crna Legija (La Legione Nera), l’unità ustaša che combatteva in Bosnia nella seconda guerra mondiale al fianco dei tedeschi.

7 settembre – Conferenza de L’Aja. Presiede lord Carrington. Si mira alla pace, anche se in Jugoslavia si continua a sparare. Gli jugoslavi delle repubbliche non si salutano, è un dialogo tra nemici dove ognuno espone le proprie ragioni, senza spazio a mediazioni. Il governo tedesco propone il riconoscimento simultaneo di tutte le repubbliche della Federazione jugoslava e un’ipotesi confederale, sostenendo che i negoziati di pace servono solo come copertura dell’offensiva serba. Tuđman esclude ogni concessione territoriale ai serbi e Milošević giustifica le operazioni militari in virtù della “strisciante occupazione perpetrata dai croati”.

6 settembre – Una dichiarazione del Comitato dei cattolici tedeschi chiede l’immediato riconoscimento di Croazia e Slovenia perché queste proteggono i valori della civilizzazione cristiano-occidentale contro l’ortodossia serba orientale.

12 settembre – Truppe serbe si impossessano di Trebinje, sul confine croato-erzegovese, facendo presagire l’estensione del conflitto. Anche da parte croata si costituiscono milizie paramilitari, come le Zebre, le Legioni nere e l’Associazione di difesa croata, che indossano l’uniforme ustaša e compiono atrocità ai danni della popolazione serba.

13 settembre – È polemica tra i generali e il presidente federale Mesić. Il ministro della Difesa Kadjević lo accusa di “decisioni arbitrarie” per aver ordinato l’immediato rientro dell’esercito nelle caserme. Negovanović, l’uomo forte dell’esercito jugoslavo, lo tratta da “usurpatore” che abusa dei diritti costituzionali. Mesić prospetta la possibilità di chiedere l’intervento dei caschi blu dell’ONU. Gli risponde brutalmente Negovanović, che molti considerano come l’astro nascente sulla scena militare: “Chiunque si appelli a truppe straniere sarà trattato come un traditore e le truppe come un invasore”.

17 settembre – Lord Carrington riesce a strappare un accordo ai presidenti serbo e croato. È tregua, violata ripetutamente da ambo le parti. Si fa nuovamente riferimento al documento di Igalo. I porti dalmati restano bloccati dalla Marina jugoslava. Tutti i problemi restano aperti, compreso quello dei 200.000 profughi.
Indipendenza formale della Repubblica ex jugoslava di Macedonia.

21 settembre – Bombardamento di Zara. Alla periferia di Zagabria, Ante Paradžik, cofondatore con Paraga dell’HSP e vice-presidente del partito, è ucciso in un posto di blocco della polizia croata.

25 settembre – Parte la Carovana della Pace, che porta centinaia di pacifisti a Sarajevo. Il gruppo più numeroso parte da Trieste, mentre un altro, proveniente da territori della Jugoslavia e dai Paesi limitrofi, parte da Skopje. Obiettivo è portare solidarietà alle popolazioni e a chi si oppone alla guerra, sostenere il dialogo, invitare le forze politiche a cercare soluzioni non-violente al conflitto.

26-30 settembre – Il “parlamento del Kosovo”, con un referendum clandestino, proclama la Kosova Republika, riconosciuta dalla sola Albania. Più di un migliaio di intellettuali albanesi del Kosovo firmano un memorandum, chiedendo la partecipazione della componente albanese alla Conferenza internazionale sulla Jugoslavia come parte negoziale alla pari. Oltre alle proteste silenziose, gli albanesi del Kosovo cercano di internazionalizzare la questione kosovara.

29 settembre – La Carovana della Pace si conclude a Sarajevo. Un grande sit-in è organizzato davanti al parlamento della Bosnia Erzegovina. Una lunga catena umana, mano nella mano, collega la cattedrale cattolica a quella ortodossa, alla moschea, alla sinagoga. Marisa Crevatin da Belgrado scrive: “Una guerra silenziosa ha ucciso senza farsi vedere, ammazzando in primo luogo la verità, è la guerra dei mass media”; aggiunge lo scrittore jugoslavo Filip David: “Ogni pallottola è stata preceduta dallo sparo di una parola”.

Ottobre – Più di 25.000 serbi sono scacciati dalla Slavonia occidentale.

1° ottobre – Inizia l’assedio di Dubrovnik. Saccheggio della provincia ragusea da parte di riservisti e paramilitari montenegrini. Paralisi alla presidenza federale, ancora una volta i due blocchi si equivalgono: Serbia, Montenegro, Kosovo e Vojvodina da una parte; Croazia, Slovenia, Bosnia Erzegovina e Macedonia dall’altra.

3 ottobre – Nuovo intervento della Marina militare: i porti croati sono bloccati dalle navi da guerra. Il ministro della Difesa federale Kadijević dichiara che l’obiettivo è quello di evitare sanguinosi scontri interetnici, il ripetersi del genocidio contro il popolo serbo e che iò che è in vigore nella Repubblica croata è un neonazismo. 4 ottobre – Tutto si complica nello sfascio del Paese. La Conferenza de L’Aja è durata pochissimo, firmato sbrigativamente un documento per una tregua immediata, lo sblocco dei porti e delle caserme. Dopo poche ore tutto è smentito da nuovi combattimenti, è messa in dubbio persino la firma del documento.
Zara subisce per tre giorni un bombardamento così pesante da far temere la distruzione della città. Il sindaco cerca di trattare con i serbi la sopravvivenza della città e dei suoi abitanti, ma ottiene come risposta la resa.

6 ottobre – I serbi arrivano alle porte di Zagabria, conquistano l’aeroporto di Ragusa-Dubrovnik e continuano a bombardare Vukovar e Osijek.

7 ottobre – Alle 15,04 un MiG-29 federale lancia tre razzi sul palazzo presidenziale nel cuore della vecchia Zagabria: un morto e sette feriti. Illesi il presidente croato Tuđman, il presidente federale Mesić e il premier jugoslavo Marković che si trovano all’interno del palazzo. Colpite anche ville nei pressi della residenza privata di Tuđman. La JNA si dichiara estranea ai fatti.

8 ottobre – Scaduta la moratoria di tre mesi, Slovenia e Croazia si proclamano indipendenti. Inizio della fine della nazione nata nel 1945. Nasce la nuova moneta slovena, il tallero; alle frontiere si usa un nuovo timbro sui passaporti.
Dopo il bombardamento del giorno precedente, il parlamento croato, a scopo precauzionale, si riunisce in una località segreta. Il dinaro jugoslavo è sostituito dal dinaro croato, che subirà un’inflazione galoppante e sarà sostituito dalla nuova moneta: la kuna, del tutto simile alla moneta in uso nella Croazia fascista di Pavelić.
La Commissione europea, constatato che la Jugoslavia è crollata, afferma che tutti gli stati nati dalla sua dissoluzione sono da considerare suoi successori.

9 ottobre – Continua l’agonia di Vukovar, diventerà la Stalingrado croata. Anche la Croazia, dopo la Slovenia, segna i propri confini. L’Istria è divisa in due dal nuovo confine sloveno-croato. Dogane, bandiere e polizia alle frontiere verso nord, verso sud non è possibile, i territori sono occupati dai serbi.
Sempre a Belgrado le Donne in Nero iniziano una protesta quotidiana davanti alla presidenza serba, che durerà sei mesi. 11 ottobre – I ministri degli Esteri dei Dodici, riuniti a Bruxelles con i colleghi dei Paesi dell’Europa centrale, decidono di bloccare gli aiuti alla Jugoslavia.

13 ottobre – A Široka Kula, nella Lika, i četnici serbi uccidono dieci donne, una bimba e due novantenni e li bruciano. I massacri assommano a 34 vittime, inclusi cinque abitanti serbi, che si sono rifiutati di seguire i ribelli.

14 ottobre – Il parlamento della Bosnia Erzegovina vota per l’indipendenza. Karadžić, esponente del partito serbo SDS, parla al parlamento, pur non essendo parlamentare, e dichiara: “Abbiamo il modo per impedire che la Bosnia Erzegovina segua la strada della Slovenia e della Croazia. Non pensiate di non portare così la Bosnia all’inferno e il popolo musulmano forse a scomparire, perché i musulmani non potranno difendersi se faranno la guerra”, poi fa uscire i serbi dal parlamento. Il presidente della Repubblica di Bosnia Izetbegović gli replica: “I musulmani non aggrediranno nessuno, ma si difenderanno con grande energia e non scompariranno”.
Médecins sans frontières invia soccorsi agli abitanti di Vukovar assediati da mesi con un convoglio umanitario, mentre le forze croate stanno per rompere l’assedio, permettendo ai serbi di chiudere di nuovo il cerchio intorno alla città.

15 ottobre – La Bosnia Erzegovina è uno “Stato democratico e sovrano, indivisibile, di cittadini di pari diritti”, che non resterà a far parte della Jugoslavia, né riconoscerà le decisioni degli organi federali. I parlamentari serbo-bosniaci minacciano di proclamare l’autonomia delle province a maggioranza serba. Gorbačëv tenta la mediazione tra Serbia e Croazia: a Mosca si re-incontrano Milošević e Tuđman, ma con scarsi risultati.

16 ottobre – Un’operazione di polizia a Gospić finisce col rapimento di 150 civili serbi da parte dei gardisti croati: 64 sono uccisi, le riesumazioni postume hanno consegnato solo 40 corpi.

17 ottobre – La Narodna armija attacca il villaggio di Lovas, sulla strada verso Vukovar. I paramilitari serbi, entrati nel villaggio al seguito della JNA, scatenano il terrore e uccidono 75 persone, tra cui 12 donne, incendiando case e la chiesa. Četnici serbi, assieme a un plotone di riservisti della JNA, obbligano un gruppo di abitanti del paese a formare una catena umana e a camminare su un campo minato, sparando su chi si rifiuta di avanzare sulle mine: il bilancio è 21 morti e 14 feriti. Un giovane ufficiale federale, sconvolto, fa rapporto ai superiori, che non prendono alcun provvedimento. Il paese era abitato in prevalenza da magiari e da croati.

19 ottobre – Seguendo l’esempio di Slovenia e Croazia, anche il “parlamento del Kosovo” proclama l’indipendenza. Zagabria propone ai kosovari di formare un’alleanza anti-serba, ma, un po’ ingenuamente, questi rifiutano convinti che bastasse avere ragione per essere lasciati in pace. In Europa nessuno aveva intenzione di appoggiare l’iniziativa di quella che non è una repubblica federale, bensì una semplice provincia, per quanto autonoma.

20 ottobre – La maggioranza filo-serba destituisce il presidente federale Mesić per la sua assenza “ingiustificata” alla seduta del Presidium: non era potuto arrivare a Belgrado a causa degli scontri e dei raid aerei. La JNA, nella campagna di ridefinizione della propria immagine, toglie dalle divise la caratteristica stella rossa, emblema ereditato dalla lotta di Liberazione.

25-27 ottobre – Referendum clandestino sulla sovranità nel Sandžak, il Sangiaccato, regione sud-occidentale, che traccia il confine tra Serbia, Montenegro e Macedonia.

31 ottobre-4 novembre – Le forze croate contrattaccano, recuperando una vasta area nel nord-ovest della Slavonia. È la prima azione offensiva da parte delle forze croate.

2 novembre – Navi europee a Dubrovnik per evacuare profughi, la città è considerata area smilitarizzata.

8 novembre – Di fronte al fallimento del Piano Carrington, la Comunità europea formalizza il ricorso alle sanzioni economiche. Tale misura intende colpire il governo di Belgrado, ma penalizza maggiormente le economie slovena e croata, più legate all’export.
Il segretario generale dell’ONU Javier Pérez de Cuéllar nomina l’ex segretario di Stato USA Cyrus Vance suo inviato personale nei Balcani.

9 novembre – Combattimenti a Vukovar, corpo a corpo ferocissimi. Ancora bombe su Dubrovnik nonostante le promesse a difesa del patrimonio artistico della città. La presidenza federale, ridotta alla sola componente serbo-montenegrina, chiede all’ONU l’invio di caschi blu sulla linea dei combattimenti per sancire in tal modo le conquiste territoriali.
Referendum tra i serbi di Bosnia Erzegovina indetto dal SDS, proclamatosi rappresentante di tutti i serbi di Bosnia Erzegovina, per scegliere tra l’indipendenza dalla Repubblica bosniaca o la permanenza all’interno della Federazione jugoslava.

18 novembre – Dopo 87 giorni di assedio cade Vukovar, simbolo della resistenza croata in Slavonia. Durante l’assedio hanno perso la vita circa 4.000 civili, 13.000 case sono distrutte, sparati oltre 1 milione di colpi d’artiglieria e cinque milioni di colpi di fucile e mitragliatrice, 22.000 civili saranno deportati. La città è conquistata dai serbi, i quali danno il via a massacri e operazioni di “pulizia etnica”, dopo aver imposto la resa senza condizioni. Case saccheggiate, civili cacciati o uccisi con l’assistenza dei paramilitari di Arkan. Tuđman è accusato di averla deliberatamente venduta a Milošević nel quadro delle contrattazioni su una futura spartizione della Bosnia Erzegovina. Nonostante la drammaticità delle immagini che giungono dalla Jugoslavia, la comunità internazionale rimane in sordina anche di fronte ai proclami della televisione di Belgrado che parla di Vukovar come di una città distrutta, ma finalmente libera.

21 novembre – Tuđman chiede l’intervento dei Caschi blu.
Bosnia, il seguito al plebiscito del referendum, i parlamentari serbi costituiscono il “Parlamento del popolo serbo in Bosnia Erzegovina”, seguendo le direttive di Karadžić, originario del Montenegro, poeta dilettante, psichiatra, psicologo della squadra di calcio di Sarajevo, “astro nascente” della scena politica bosniaca.

23 novembre – Ginevra, Cyrus Vance e il mediatore CEE lord Carrington fanno firmare a Milošević, Kadijević e Tuđman un cessate-il-fuoco. Secondo il piano delle Nazioni Unite, le forze dell’esercito federale dovrebbero ritirarsi dalla Croazia e reparti dell’ONU sarebbero schierati nelle “zone calde” del conflitto: la Slavonia orientale, la Slavonia occidentale e la Krajina. I piani delle Nazioni Unite prevedono l’utilizzo di 10.000 caschi blu. Le zone dello schieramento coincidono con la linea del fronte attuale e con le regioni dove è concentrata la minoranza serba. 27 novembre – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota la Risoluzione 721 che autorizza l’invio di una forza di pace in Jugoslavia.

2 dicembre – In seguito a indiscrezioni sulla brutalità delle operazioni serbe, la Comunità europea abolisce le sanzioni economiche contro le repubbliche ex jugoslave, tranne Serbia e Montenegro. Gli USA rescindono indistintamente i rapporti commerciali con tutte le repubbliche della Jugoslavia.

5 dicembre – Mesić, presidente sfiduciato della RSFJ, espone il bilancio della sua missione davanti al parlamento croato: “Ho portato a termine il mio compito. La Jugoslavia non esiste più”, e si dimette.

6 dicembre – Con il pretesto di difendere il Montenegro dalle offensive croate, i serbi bombardano Dubrovnik.

16-17 dicembre – La CEE abbandona la linea della neutralità e di non intervento e decide di riconoscere come stati indipendenti, dal 15 gennaio 1992, le repubbliche jugoslave che oltre a farne esplicita richiesta avessero accettato le disposizioni stabilite nella bozza di convenzione in esame della Conferenza sulla Jugoslavia, e nello specifico le disposizioni sui diritti umani e dei gruppi etnici o nazionali. Il Vaticano accoglie con soddisfazione la decisione. La Grecia pone il veto sul nuovo nome della Macedonia. L’invito è raccolto da Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Macedonia e Kosovo. La Serbia e il Montenegro, non accettando la dissoluzione della Jugoslavia, considerano secessione l’operato delle altre repubbliche e chiedono il diritto alla successione alla RSFJ. A Maastricht, si pongono le fondamenta dell’Unione Europea.

18 dicembre – La presidenza della RSFJ dichiara che il Consiglio della CEE, con le sue decisioni, ha violato la Carta dell’ONU e il diritto internazionale.

19 dicembre – Preso atto delle mosse europee, la Regione autonoma serba Sao Krajina si autoproclama Repubblica serba di Krajina, sempre con capitale Knin, nelle zone da secoli a maggioranza serba situate lungo il confine con la Bosnia Erzegovina.
Izetbegović, accusato di voler provocare una “guerra civile” in Bosnia, risponde dalla tv di stato bosniaca: “L’unica scelta per la Bosnia è l’indipendenza o far parte della Grande Serbia”.
Un rapporto CIA top secret informa che la nascita di uno Stato croato e il riconoscimento da parte di Germania e Città del Vaticano potrebbe incoraggiare l’esplodere di una guerra in Bosnia e la divisione del Paese fra croati e serbi. Gli USA considerano fondamentale la personalità “moderata” di Izetbegović, trascurando del tutto la sua missione di fondare in Europa una nazione ispirata a princìpi coranici.

20 dicembre – Il Vaticano annuncia che avrebbe presto riconosciuto Croazia e Slovenia.
Izetbegović eletto presidente della Repubblica di Bosnia Erzegovina nella prima sessione del nuovo parlamento.
Messo in minoranza dal fronte dei nazionalisti serbi e dai sostenitori dell’indipendenza croata e slovena, il governo Marković si dimette. Commentando le dimissioni, afferma: ”Non posso e non voglio finanziare un bilancio di guerra”. Con le dimissioni dell’ultimo premier federale tramonta la Jugoslavia di Tito.

21 dicembre – L’Assemblea del popolo serbo della Bosnia Erzegovina adotta una risoluzione per formare la Repubblica Srpska di Bosnia Erzegovina.

23 dicembre – La Germania dichiara unilateralmente il riconoscimento delle Repubbliche di Croazia e Slovenia a partire dal 15 gennaio 1992, senza attendere il responso della Commissione Badinter.

25 dicembre – Natale nei rifugi. Osijek, terza città della Croazia, è assediata e sotto le bombe. I profughi in Croazia sono ormai 600.000. Le parti in conflitto accettano il Piano Vance, approvato con la Risoluzione 724 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Intimato lo scioglimento di tutte le milizie paramilitari, la consegna delle armi e l’istituzione di quattro aree UNPA nella Slavonia orientale e occidentale e nella Krajina settentrionale e meridionale, destinate ad accogliere truppe internazionali sotto egida ONU.
Mosca, il presidente dell’URSS Mikhail Gorbačëv annuncia le dimissioni.

26 dicembre – Forti combattimenti su tutti i fronti di Croazia. La componente serba, che controlla la presidenza federale, annuncia un piano per annettere alla Jugoslavia i territori conquistati.

29 dicembre – Tuđman dichiara a un gruppo di giornalisti la sua propensione per una “tripartizione” della Bosnia, mediante l’annessione di una parte del territorio alla Croazia, una parte alla Serbia e, in mezzo, la costituzione di un piccolo Stato bosniaco musulmano. Questa ipotesi darebbe ai musulmani solo il 3,53% del territorio… il capo della Herceg-Bosna, Mate Boban, cinicamente afferma: “Bisogna pur lasciare un po’ di terra anche ai musulmani perché abbiano un luogo di sepoltura…”.

31 dicembre – Secondo la rivista Politika di Belgrado, la guerra in Croazia ha provocato 6.000 morti, altre fonti non ufficiali parlano di oltre 20.000, 16.000 feriti, 40.000 profughi verso l’Ungheria e altrettanti verso Germania, Austria e Italia, oltre a 500.000 sfollati interni.

È l’anno della “pulizia etnica”.

Gennaio – Izetbegović, il musulmano presidente di turno della Bosnia-Erzegovina, evita di passare le consegne al serbo bosniaco Karadžić. È un “golpe bianco” che infrange la regola della presidenza a rotazione.

2 gennaio – Croati e serbi firmano il 15° cessate-il-fuoco, grazie a Cyrus Vance, che segna l’inizio di una diminuzione delle ostilità in territorio croato e l’ipotesi di dispiegamento dei caschi blu. Il Piano Vance prevede la creazione, entro i confini della Bosnia Erzegovina, di uno Stato federale costituito da dieci province autonome, tre serbe, tre croate e tre musulmane, più quella, non caratterizzata “etnicamente”, di Sarajevo, e al vertice un governo centrale con competenze limitate.

5 gennaio – Qualche spiraglio di pace o meglio di “non guerra”. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU discute sull’invio di 10.000 caschi blu.

9 gennaio – Dimissioni del ministro della Difesa Kadijević, che non è sostituito dal suo vice, l’ammiraglio Brovet, ma dallo stesso Adžić, tra i sostenitori della guerra a oltranza contro il “nemico fascista”, che diventa capo assoluto delle Forze armate. Per la prima volta la stessa persona guida sia il ministero della Difesa sia lo Stato maggiore, un fatto senza precedenti.
Il governo della Bosnia Erzegovina dichiara la volontà di staccarsi dalla Federazione jugoslava e diventare uno Stato indipendente. In seguito alla dichiarazione indetto referendum per chiedere il consenso della popolazione. I deputati serbi al parlamento bosniaco dichiarano la nascita della “Sovrana Repubblica del popolo serbo in Bosnia-Erzegovina”, composta dalle province a maggioranza serba. Il presidente è Radovan Karadžić.

12 gennaio – La Città del Vaticano, grande sostenitore delle cattolicissime Slovenia e Croazia, riconosce la sovranità delle due repubbliche come Stati indipendenti. È il secondo Stato, dopo la Germania, a procedere a questo atto.

15 gennaio – Due giorni dopo il Vaticano, anche il resto dei Paesi della Ue e numerosi altri, ma non gli Stati Uniti, riconoscono Slovenia e Croazia. La Jugoslavia, già defunta il 25 giugno 1991, è sepolta definitivamente con l’avvallo della comunità internazionale, che non ha il coraggio di rompere i rapporti diplomatici con Belgrado, mantenendo in vita un simulacro di Federazione.

2 febbraio – Sostituito il leader dell’Unione democratica croata di Bosnia Erzegovina, il moderato Stjepan Kljuić, con l’estremista Mate Boban, per dissidi sul sostegno al governo centrale bosniaco. Izetbegović predica ancora l’unità della Bosnia Erzegovina, appellandosi alla legge e alla convivenza civile, il komšiluk, ma è il solo.

7 febbraio – Mentre con il trattato di Maastricht, che entrerà in vigore il 1° novembre 1993, nasce l’Unione Europea (UE), a Graz si riuniscono segretamente i rappresentanti delle comunità serba e croata di Bosnia per discutere delle rispettive richieste territoriali a scapito dei musulmani. A Pale, un paesino a 20 chilometri da Sarajevo, si riunisce, in una fabbrica abbandonata, il parlamento serbo di Bosnia: si passa alla proclamazione della Repubblica del popolo serbo di Bosnia Erzegovina.

22 febbraio – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 743, istituisce una forza di 14.000 caschi blu provenienti da 31 Paesi, denominata United Nations Protection Force (UNPROFOR), con quartier generale Sarajevo e funzione di controllo delle zone demilitarizzate UNPA (United Nations Protected Areas), le regioni serbe della Croazia: Krajina, Slavonia orientale e occidentale. Primo comandante, il generale indiano Satish Nambiar; il generale canadese Lewis MacKenzie comanda il settore di Sarajevo. Le condizioni di base per l’invio del contingente e per la sua operatività sul territorio sono tre: il consenso delle parti; l’instaurazione di una tregua; l’uso delle armi limitato all’auto-difesa. I soldati ONU sono nei Balcani per proteggere i convogli umanitari e presidiare, con postazioni di interposizione, le linee di confronto tra le parti in conflitto. Hanno il compito di creare le condizioni di pace e sicurezza per raggiungere una soluzione della crisi jugoslava.

26 febbraio – Le altre regioni serbe di Croazia si uniscono alla Repubblica serba di Krajina (RSK). L’assemblea della RSK, riunita a Glina, sotto la protezione della JNA, sostituisce il presidente Milan Babić con Goran Hadžić. Martić, che rimane ministro degli Interni e capo delle “forze di autodifesa”, incontra il generale Mladić, che gli trasmette l’appoggio di Belgrado. Babić è sostituito perché rifiuta il piano di pace Vance.

29 febbraio-1° marzo – Il referendum, indetto dal governo della Bosnia Erzegovina per l’indipendenza dalla Repubblica federale, è boicottato dalla componente serba. Al quesito: “Siete a favore di una Bosnia Erzegovina sovrana e indipendente, di uno Stato di cittadini uguali, che riunisca i popoli di Bosnia Erzegovina, i musulmani, i serbi, i croati e gli altri popoli che vi vivono?” si esprime solo il 64,6% dei votanti; di essi, il 99,4% vota per l’indipendenza della BiH entro i confini riconosciuti. A favore votano i croati, i musulmani e pochi tra i serbi di Bosnia. In un plebiscito parallelo tra i cittadini serbi, il 90% opta per il mantenimento della Bosnia Erzegovina in seno alla Jugoslavia. Karadžić, presidente del partito, batte i pugni sul suo banco in parlamento, gridando: “Solo un popolo scomparirà da questo Paese!”.
La comunità internazionale promette ai musulmani sarajevesi accoglienza nelle istituzioni euro-atlantiche in cambio della proclamazione dell’indipendenza della Bosnia Erzegovina. La creazione di uno Stato indipendente nei confini della BiH è il colpo finale inferto ai valori della Fratellanza e Unità e alla struttura multinazionale della Jugoslavia. Ogni discorso sulla Sarajevo multietnica diventa demagogico: era la Jugoslavia a essere multietnica.

2 marzo – A Sarajevo, nella notte, un sedicente Comitato di crisi del popolo serbo alza a sorpresa barricate per dividere la città secondo criteri etnici, finalizzate alla difesa dei quartieri dove i serbi sono più numerosi. A guardia ci sono i četnici, gli estremisti nazionalisti serbi, mascherati e armati di kalashnikov.

3 marzo – Indipendenza della Bosnia Erzegovina. Mentre sventolano bandiere coi gigli dei Kotromanić, la casata che regnò sulla Bosnia dal XII al XV secolo, nel centro di Sarajevo, nella Baščaršija, sfila un corteo nuziale, con bandiere serbe al vento, cantando canzoni piene di insulti per i musulmani: scoppia una rissa, qualcuno spara e a terra rimane Nikola Gardović, il padre dello sposo. Di quest’omicidio è accusato Ramiz Celo Delalić. Ovunque avvengono sparatorie che causano una decina di vittime, gettando la città nel panico. Vi partecipano, per parte musulmana, i paramilitari dei Berretti verdi, capeggiati da un noto delinquente locale, Jusuf Juka Pražina.

5 marzo – Dopo un appello pubblico, Karadžić e Izetbegović s’incontrano presso il comando JNA con la mediazione del generale Kukanjac. Dopo un acceso dibattito, Karadžić e Izetbegović convengono di affidare l’ordine in città a pattuglie miste della JNA e della polizia bosniaca. L’inviato dell’ONU Cyrus Vance incontra a Sarajevo i leader delle tre componenti, croata, serba e musulmana. Le barricate sono smantellate, perfino l’inguaribile ottimismo di Izetbegović vacilla, anche il presidente bosniaco sospetta che una guerra sia inevitabile.
Inizia la guerra in provincia, a Bosanski Brod e a Bijeljina, svuotate dagli abitanti musulmani e croati dai paramilitari serbo-bosniaci e dai seguaci del SDS.
Il segretario di Stato USA Baker invia una lettera agli alleati europei per proporre un’azione comune contro la politica espansionistica serba. Germania e Inghilterra si orientano a dichiararsi favorevoli al riconoscimento dell’indipendenza bosniaca, mentre la Francia resta più perplessa. La UE chiede agli Stati Uniti il riconoscimento di Croazia e Slovenia.

9 marzo – Riprende a Bruxelles la Conferenza di pace sulla Jugoslavia. Incontri tra i rappresentanti della comunità serba, croata e musulmana di Bosnia Erzegovina sotto la presidenza del portoghese Cutileiro, designato dalla UE. La “dichiarazione di princìpi” propone la costituzione di uno Stato indipendente composto da entità create in base a criteri economici e geografici, simili ai cantoni svizzeri.

16 marzo – Il presidente Izetbegović incontra, in una riunione notturna nella Caserma Tito di Sarajevo, il generale Kukanjac e Karadžić per una soluzione politica del problema nazionale, con l’intento di scongiurare incidenti armati e spargimenti di sangue.

18-19 marzo – Si apre a Lisbona la Conferenza per realizzare il Piano Cutileiro, che prevede l’introduzione del concetto di “maggioranza etnica” come elemento per realizzare il decentramento interno. Il Piano Cutileiro, dal nome del ministro degli Esteri portoghese (il Portogallo è presidente di turno della UE), prevede la cantonalizzazione dell’ex Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina. Secondo Cutileiro, ogni etnia avrebbe governato sui cantoni con una distribuzione del territorio per il 56,27% a croati e musulmani e il 43,73% ai serbi, con Sarajevo distretto federale, senza tener conto che la distribuzione delle “etnie” in Bosnia non è geografica, ma “trasversale”: in Bosnia, infatti, non esistono zone “etnicamente” omogenee. Repubblica più eterogenea delle altre, la Bosnia riunisce il 31,3% di serbi, il 17,3% di croati e il 43,7% di bosniaci musulmani (detti “bosgnacchi”). Definire delle divisioni etniche significa ridurre il 40% della popolazione al rango di minoranza. Una città come Banja Luka diverrebbe serba mentre Sarajevo musulmana; ma Banja Luka è un antico luogo storico musulmano e Sarajevo, con 150.000 abitanti serbi, è la terza città serba del mondo; secondo questa proposta i croati diverrebbero una minoranza a Mostar, dove rappresentano il 40% della popolazione. Immediatamente i rappresentanti delle delegazioni croata e musulmana, che hanno aderito al Piano, sono convocati negli Stati Uniti, dove l’ex ambasciatore a Belgrado Zimmermann li persuade a ritirare la firma all’accordo. Cutileiro imputerà alle parti musulmana e croata la rottura del patto, senza mai riflettere sulla astrusità del suo piano. Izetbegović per i musulmani bosniaci, Karadžić per i serbo-bosniaci e Mate Boban leader dei croato-bosniaci accettano una Dichiarazione sull’ordinamento costituzionale della Repubblica basata sulla divisione della Bosnia in tre cantoni tra loro federati.

19 marzo – La JNA distribuisce segretamente armi alle unità di “volontari serbi”: quasi 52.000 armi da fuoco sono consegnate ai gruppi paramilitari serbo-bosniaci.

24 marzo – A Pale, nei pressi di Sarajevo, l’Assemblea del popolo serbo di Bosnia respinge il Piano Cutileiro, esprimendosi contro una Bosnia Erzegovina indipendente e sovrana.

26 marzo – Forze armate della Repubblica di Croazia, in coordinamento con paramilitari musulmani, attraversano il fiume Sava e massacrano 60 civili serbi a Sijekovac, nei pressi di Slavonski Brod, bombardata dall’artiglieria serba.

27 marzo – I serbi di Bosnia cambiano la denominazione in Republika Srpska (RS), eliminando i riferimenti all’Erzegovina cattolica e croata. La Republika Srpska corrisponde ai territori con abitanti prevalentemente di religione ortodossa. Le più importanti città e i centri produttivi della BiH, a parte Banja Luka, restano nelle mani dei bosniaci musulmani o bosgnacchi e dei croati cattolici; i quartieri di Sarajevo a maggioranza serba si aggregano alla RS: la città è divisa, il cuore della Bosnia multinazionale è lacerato. Mentre la leadership musulmana fa base nel centro storico di Sarajevo, la cittadina di Pale è la capitale della neonata Repubblica Serba di Bosnia (RS), con tanto di strutture politiche, militari e propagandistiche, come il canale televisivo S e l’agenzia di stampa Srna. Tra i serbi di Bosnia prevale la posizione nazionalista del Partito democratico di Karadžić e di Biljana Plavsić, che rivendicano una continuità con la monarchia serba e con le milizie četniche. Le posizioni scioviniste di Pale contribuiscono ad aumentare la frattura tra le varie nazionalità e a cancellare la memoria della Jugoslavia unitaria e socialista nata dalla guerra partigiana.

28 marzo – All’hotel Holiday Inn di Sarajevo, Karadžić organizza un congresso di intellettuali serbi. Si parla apertamente di divisioni, di mappe etniche. I 500 intervenuti applaudono la lettera di Dobrica Ćosić, scrittore serbo e padrino ideologico di Milošević.
Due corpi d’armata della JNA, cui si sono aggiunti “volontari” provenienti da Serbia e Montenegro, occupano di fatto la BiH. Quei volontari arrivano fino a Mostar per “proteggere” il locale aeroporto e la gente serba dell’Erzegovina dai “turchi”, come sono chiamati dispregiativamente i musulmani. Il vero termine dispregiativo con cui i nazionalisti croati e serbi chiamano i bosniaci musulmani è balija. Nonostante siano passati secoli dalla dominazione ottomana, l’equazione musulmani bosniaci uguale turchi ritorna per istigare e giustificare i massacri.

31 marzo – A Bijeljina, al confine con la Serbia, dopo l’esplosione di un ordigno in un caffè frequentato da serbi, irrompono Le tigri di Arkan, reduci dai massacri di Vukovar. Le unità paramilitari serbe gettano bombe nella moschea di Solimano, proibiscono l’ingresso in città agli osservatori stranieri, seminano terrore e morte per 3 giorni. Bilancio finale: 400 morti tra i musulmani bosniaci, secondo cui è questo il vero inizio della guerra in Bosnia. Biljana Plavšić, presidente della RS, bacia “l’eroe serbo” Arkan davanti alle telecamere, indirizzandogli un particolare ringraziamento per aver protetto il popolo serbo.

3 aprile – L’esercito federale bombarda per la prima volta Mostar su ordine del generale Momčilo Perišić. Colonne della JNA, appoggiate da elementi dell’SDS, occupano Banja Luka.

5 aprile – Inizia l’Assedio di Sarajevo. Milizie serbo-bosniache attaccano la Scuola di polizia di Vrača, a Sarajevo. Di fronte all’escalation del conflitto, Izetbegović scioglie il parlamento, dichiara lo stato di emergenza e mobilita i corpi della Difesa territoriale, nella speranza di costituire un corpo multietnico senza connotati religiosi a difesa della sovranità della repubblica bosniaca. Contemporaneamente i croati in Bosnia si dividono in due fazioni: nella parte settentrionale si schierano a fianco dei musulmani contro l’aggressione serba. Nell’Erzegovina occidentale, ispirati dalla politica nazionalista di Zagabria, costituiscono il Consiglio di Difesa HVO, composto da 37.000 uomini e rifiutano l’adesione all’esercito filo-governativo bosniaco.

6 aprile – È il giorno della liberazione di Sarajevo da parte dei partigiani nel 1945, ma segna anche l’inizio dell’agonia della capitale bosniaca. La manifestazione rievocativa è in pieno svolgimento, sono circa 40.000 le persone che si affollano sotto il palazzo del parlamento. La riunione dell’SDS all’Holiday Inn è terminata, quando certi strani orchestrali aprono le custodie dei loro strumenti e cominciano a montare fucili di precisione: sono cecchini četnici. All’improvviso aprono il fuoco sui manifestanti, la folla ondeggia in preda al panico. Una parte entra nel palazzo del parlamento, dove, sventolando bandiere jugoslave e innalzando ritratti di Tito, inizia un forum dove tutti i presenti portano la voce del popolo. Forte risuona la rivendicazione di una patria unita e la negazione di ogni diversità etnico-religiosa. È deciso che l’indomani i membri del parlamento formino un governo di salvezza nazionale, che indica elezioni straordinarie.
Fuori del palazzo una parte della folla marcia verso il ponte Vrbanja, sbarrato dalla barricata che blocca l’accesso a Grbavica. Quando la folla avanza, un cecchino apre il fuoco. Suada Dilberović, 23 anni, venuta da Dubrovnik per studiare a Sarajevo, cade a terra senza vita. Anche Olga Sučić, croata, è uccisa dai cecchini, altri sono feriti. L’Armata federale tenta di occupare il palazzo presidenziale, ma è fermata dalle Vespe musulmane, un gruppo paramilitare provvisto di pochi e rudimentali fucili. I sei cecchini serbi arrestati sono scambiati davanti alla minaccia di uccidere il comandante della scuola di polizia catturato il giorno precedente. Il ponte Vrbanja oggi si chiama Dilberović-Sučić most.
Nel giorno dell’anniversario dell’invasione della Jugoslavia da parte dei nazifascisti nel 1941, un altro 6 aprile, la Comunità europea riconosce la BiH come Stato indipendente entro i confini assegnati dalla Repubblica Federale Jugoslava. Gli Stati Uniti riconoscono Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina, mentre la Croazia, riconoscendo la BiH, offre ai croato-bosniaci, gli erzegovesi, la doppia cittadinanza.
Inizia il bombardamento della JNA su Višegrad, i cittadini iniziano a fuggire; qualche giorno più tardi, credendo alle garanzie di sicurezza promesse dai militari, torneranno in 13.000.

7 aprile – A Banja Luka, l’assemblea del popolo serbo proclama l’indipendenza della Repubblica Serba di Bosnia (RS), con l’intenzione di federarsi a Serbia e Montenegro per creare una “nuova Jugoslavia”. Non è chiaro quali saranno i confini dell’auto-proclamata repubblica, sicuramente in sintonia con il Memorandum dell’Accademia delle Arti e delle Scienze di Belgrado che teorizzò, sia pure tra le righe, la “pulizia etnica”. La bandiera è quella tradizionale della Serbia, con la croce e le “quattro C” cirilliche al centro: Samo Sloga Srbina Spasava (Solo l’unità salverà i serbi).

8 aprile – Izetbegović dichiara lo stato d’emergenza e costituisce la struttura della Difesa territoriale. Molto prima delle ostilità, nel maggio del 1980, ha consegnato 300.000 armi, tra cui fucili, mortai e artiglieria leggera, alla JNA. Durante il mese di aprile pesanti bombardamenti su Sarajevo da parte delle forze serbo-bosniache che hanno occupato tutte le postazioni strategiche sopra la città e si sono impossessate degli armamenti dell’Armata federale, compresi quelli appartenuti alla Difesa territoriale. L’utilizzo di cecchini diventa una pratica diffusa e ben remunerata. I cecchini, spesso ex campioni di tiro a segno o tiratori scelti, sparano a colpo sicuro sulla popolazione, che rappresenta il vero ostaggio di questo assedio.

9 aprile – Izetbegović ordina l’unificazione dei gruppi paramilitari musulmani e croati di Bosnia, ma l’obiettivo è difficile da raggiungere per la riluttanza croata alla perdita di autonomia e per i sempre più frequenti contrasti all’interno del campo musulmano. Il Partito di azione democratica (SDA) di Izetbegović, nel tentativo di influire sulle strutture di comando, provoca un’emorragia tra i combattenti “non musulmani”.
L’Armata federale occupa più del 60% del territorio bosniaco in nome del progetto di costituzione della “Grande Serbia” e per il controllo delle aree strategiche per la sopravvivenza dell’Armata stessa. A Banja Luka, Travnik, Vitez, Konjic, Goradže, Mostar hanno sede le maggiori industrie belliche “jugoslave”. Gli abitanti che non sposano la causa serba sono trucidati o internati in campi di concentramento come quello di Sanski Most. I più fortunati sono deportati “fuori dalla terra serba”, spesso con l’aiuto o la connivenza della Croce rossa. “Sciacalli e cani di guerra” fanno razzie d’ogni genere. Secondo una commissione del Senato degli Stati Uniti, in questa fase sono uccise circa 35.000 persone. Le stime dell’UNHCR affermano che almeno 420.000 sono costrette alla fuga e almeno 200 case sono incendiate ogni giorno. Ovunque la popolazione è terrorizzata e incredula. Chi può scappa, pensando che in breve tempo tutto si dissolverà come un brutto incubo. Sono migliaia le famiglie che fuggono con la speranza di poter ritornare dopo poche settimane. Da Sarajevo partono sugli ultimi aerei, le auto stracariche, i treni e le corriere. Almeno 10.000 studenti lasciano l’università. Il flusso continua per tutto il mese, alla fine saranno oltre 100.000 i cittadini che abbandonano la capitale, riversandosi su Zagabria, Tuzla, Belgrado, Montenegro e all’estero, soprattutto in Germania. A detta di qualche analista l’assedio di Sarajevo riveste una funzione diversiva: concentrare le preoccupazioni della comunità internazionale sulle sorti della capitale e distogliere l’attenzione dalle feroci operazioni di “pulizia etnica” in atto sul resto del territorio bosniaco.

10 aprile – Nella Zvornik occupata dai paramilitari serbi per la prima volta è utilizzato il termine “čist” (pulito), per designare il concetto di “pulizia etnica”, che muoverà in seguito le operazioni di ogni fazione nazionalista. Il corrispondente di Oslobođenje, rimasto nella redazione locale del quotidiano, viene ucciso dai serbi occupanti.

12 aprile – Nasce l’Armija BiH, che attacca le caserme federali. I membri della Difesa territoriale bosniaca sono 75.000, di ogni etnia. Una fuga di notizie porta la direttiva direttamente sulla scrivania di Karadžić, il quale può affermare: “I musulmani cominciano la guerra contro i serbi”.

13 aprile – Višegrad, la città del romanzo Il ponte sulla Drina del premio Nobel per la Letteratura Ivo Andrić, cade. Le Tigri di Arkan partecipano ai crimini contro i musulmani, a centinaia uccisi, buttati nella Drina o bruciati vivi.

15 aprile – La presidenza collegiale bosniaca dalla sede del governo in ulica Maršala Tita, via Maresciallo Tito, proclama la mobilitazione generale di tutti i civili dai 18 ai 50 anni. La JNA dispone di un apparato bellico sproporzionato nei confronti della resistenza bosniaca che, priva di un esercito nazionale, può contare solo su un’unica formazione militare, i Berretti verdi. La stragrande maggioranza dei difensori sono semplici cittadini male armati, che confluiscono nella Difesa territoriale e nella Patriotška Liga.

16 aprile – Gli USA inviano un ultimatum a Belgrado, in cui si intima il ritiro dell’esercito federale e delle truppe paramilitari dalla BiH entro il 29 del mese, pena l’espulsione dalla CSCE. Milošević risponde che sono i serbo-bosniaci ad aver bisogno d’aiuto, massacrati dai “fondamentalisti islamici” e dai “fascisti croati”, trasformando così l’ultimatum in un clamoroso buco nell’acqua.

26 aprile – L’artiglieria croata apre il fuoco su Derventa, poi arrivano le “unità di pulizia” dell’HVO. Soldati con la bandana con la U di ustaša sulla fronte, il cranio rasato ai lati, tra loro anche donne. Cittadini sono uccisi sulla soglia di casa, i cadaveri gettati sui camion.

27 aprile – Proclamata a Belgrado la nuova Repubblica Federale di Jugoslavia (RFJ). Sarebbe la terza, ma nessuno la riconosce come tale: la compongono solo Serbia e Montenegro, avendo la Serbia inglobato Kosovo e Vojvodina.

30 aprile – A Brčko, due esplosioni mandano in frantumi le finestre della città: saltano i ponti sulla Sava, su un ponte vi sono 60 persone che perdono la vita. Con la distruzione dei ponti, il collegamento stradale e ferroviario con la vicina Repubblica di Croazia è interrotto.

1° maggio – L’Armata federale rimasta entro i confini della Bosnia si schiera con le milizie serbe, assumendo la denominazione di Vojska republike srpske (VRS, Esercito della Repubblica Serba).
A Brčko, unità speciali serbe, guidati da Arkan e Šešelj, insieme a četnici locali e appoggiati dall’esercito federale, occupano l’ufficio postale e la stazione radiotelevisiva, fornendo una “presunta sicurezza” in città. La cittadina portuale sulla Sava è situata sul corridoio di congiunzione tra la parte occidentale e orientale della “Grande Serbia”.

2 maggio – Sfruttando la momentanea assenza di Izetbegović, in Portogallo per i negoziati, l’Armata federale tenta nuovamente di occupare il palazzo presidenziale, ma le forze governative resistono e fanno fallire il blitzkrieg. Al ritorno da Lisbona, Izetbegović è preso in ostaggio dai militari federali che controllano l’aeroporto. Nonostante le rassicurazioni date agli ufficiali dell’UNPROFOR, il presidente è portato nella caserma Lukavica, in pratica sequestrato insieme al vice-primo ministro e alla figlia Sabina, sua interprete. Seguono convulse trattative, i federali affermano che Izetbegović è trattenuto per la sua “sicurezza”. L’esercito federale avrebbe rilasciato Izetbegović solo se la guarnigione JNA fosse uscita indenne dalla città.
“Pulizia etnica” a Brčko, dove centinaia di civili sono uccisi nella locale stazione di polizia dietro il Posavina Hotel, nel centro della città. Altri sono prelevati dalle loro case e uccisi sulla soglia, nel cortile o in strada. Anche i serbi che non danno l’assenso ai crimini sono giustiziati: a Brčko sono costretti a uccidere i propri vicini per salvarsi la vita. L’unità paramilitare di Arkan, quella di Šešelj, le Beli orlovi (Aquile bianche), e i četnici locali occupano diversi villaggi. I sopravvissuti sono portati nelle moschee dove sono maltrattati, torturati e molti uccisi. Entra in funzione il campo di concentramento di Luka Brčko, il cui comandante è uomo di Arkan.

3 maggio – Al convoglio della guarnigione JNA è garantita l’uscita sicura da Sarajevo, scortato anche dalle forze ONU, ma è attaccato da forze dell’esercito bosniaco. L’imboscata è organizzata da membri della formazione paramilitare dei Berretti verdi, della Lega patriottica e della Difesa territoriale. Infatti, appena il convoglio lascia la caserma, giunto in Dobrovoljačka ulica scatta il tranello: uccisi 42 soldati federali, 73 feriti e 215 prigionieri. Il gruppo di Izetbegović è liberato dopo lunghe trattative, realizzando lo scambio con il generale Kukanjać e la sua guarnigione.

6 maggio – Karadžić per l’SDS e Boban per l’HDZ croato-bosniaca sottoscrivono a Graz un secondo documento, che prospetta la suddivisione etnica della BiH: il 65% del territorio ai serbi, il 20% ai croati e il restante 15% alla componente musulmana, ma non trovano accordo sui confini tra entità serba e croata. Alla luce dell’accordo, il Washington Post paragona Tuđman e Milošević, veri artefici dell’operazione, a Hitler e Stalin, in relazione al patto di spartizione della Polonia del 1939. Intanto a Srebrenica, a soli 20 chilometri dal confine con la Serbia, un contrattacco musulmano riprende il controllo della città: almeno 130 civili serbi vengono massacrati.

8 maggio – Destituito in blocco il vertice delle Forze armate jugoslave. Con in testa il capo di Stato maggiore e ministro della Difesa generale Adžić. Tra i destituiti non c’è il generale Perišić, che da settimane conduce una specie di guerra privata contro la città di Mostar. Al posto di Adžić è designato Života Panić, il primo comandante di un’armata completamente serba, che esordisce: “Personalmente sono per la riunificazione in un unico Stato di tutti i serbi […]. L’Occidente, USA e Germania, vogliono creare una ‘trasversale verde’, una fascia musulmana, tra Albania, Kosovo, Bosnia. Se questo piano riuscisse, la Serbia diventerebbe provincia ottomana e i serbi i curdi d’Europa”. Davanti alla moschea di Glogova, nei pressi di Bratunac, sono uccisi 64 uomini da forze federali e paramilitari serbo-bosniache.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decide che le forze di pace prendano il controllo dell’aeroporto di Sarajevo per far giungere aiuti umanitari alla popolazione.

9 maggio – Nella giornata in Bosnia sono uccise, secondo fonti ufficiali di Sarajevo, 28 persone e oltre cento sono rimaste ferite. Il numero delle vittime, in realtà, è molto più alto, la città è teatro di continui attacchi d’artiglieria, mentre infuria la guerriglia urbana. Nel quartiere di Dobrinja 50.000 persone sono isolate da giorni.

10 maggio – Primo attacco contro Međugorje, il famoso santuario in Erzegovina, meta di pellegrini da tutto il mondo. Non è danneggiata la chiesa, sembra che l’obiettivo dell’attacco serbo fossero gli osservatori dell’ONU, di base a Međugorje per motivi di sicurezza.

11 maggio – Fermo richiamo al governo di Belgrado da parte della CEE, che chiede il ritiro completo dell’Armata federale dalla BiH. Gli stati della Comunità decidono di richiamare gli ambasciatori accreditati a Belgrado, sollecitando la sospensione della Federazione jugoslava dalla CSCE e l’esame di possibili sanzioni economiche.

12 maggio – Nonostante le drammatiche operazioni di “pulizia etnica”, che colpiscono Banja Luka, Prijedor e i paesi vicini, dove sono espulse più di 20.000 persone, il Segretario generale delle Nazioni Unite Boutros Boutros-Ghali non ritiene opportuno l’invio di altri caschi blu in Bosnia. La soluzione individuata da Boutros-Ghali consiste nell’estendere la missione UNPROFOR anche al contesto bosniaco ma, come ammetterà successivamente, tale operazione si rivelerà un disastro. I rappresentanti dell’UNHCR e della Croce Rossa abbandonano “provvisoriamente” Sarajevo e la BiH.
Gli Stati Uniti si propongono come l’unico alleato di fiducia per il Paese: il ministro degli Esteri Silajdžić chiede la fine dell’embargo sulle armi e l’istituzione di un’area di sicurezza, che consenta almeno l’arrivo degli aiuti umanitari a Sarajevo.

13 maggio – L’Esercito dei serbi di Bosnia (VRS), composto da contingenti della JNA, reparti della Difesa territoriale e paramilitari dell’SDS, ha come comandante Ratko Mladić, sposato con una macedone, proclamatosi “jugoslavo” al censimento del ‘91, prassi comune tra gli ufficiali della JNA, che si consideravano al di sopra dei nazionalismi.

14 maggio – Bombardamenti ininterrotti su Sarajevo. Durante un cannoneggiamento particolarmente intenso, un proiettile colpisce l’Holiday Inn, dove soggiornano i giornalisti stranieri. Nell’hotel c’è anche la reporter della BBC Kate Adie che, intervistando un ufficiale serbo, gli chiede per quale motivo avessero colpito l’albergo. L’ufficiale si scusa, affermando che è stato un errore: il bersaglio era il Museo Nazionale della Bosnia Erzegovina, che si trova sull’altro lato della strada. Quel palazzo, ripetutamente danneggiato, custodisce, tra l’altro, l’Haggadah di Sarajevo, un antico libro ebraico, una collezione di storie bibliche, di preghiere e di salmi che riguardano la Pesach, la festa che celebra la liberazione degli ebrei dall’Egitto. Tanti manoscritti furono distrutti, ma l’Haggadah di Sarajevo sopravvisse a un’altra guerra, dopo essere passata indenne all’occupazione nazista.

15 maggio – Con la risoluzione 752 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dichiara che l’integrità territoriale della BiH deve essere rispettata e chiede ai Paesi confinanti di porre fine alle inaccettabili violazioni dei suoi confini. Secondo stime dell’UNHCR, i profughi sono un milione e mezzo. Una carovana di 7.000 persone è presa in ostaggio dai serbo-bosniaci a Ilidža, alla periferia di Sarajevo. Passeranno solo dopo due giorni di estenuanti trattative.
Attacco dei musulmani a un convoglio della JNA, composto da militari e loro familiari, in uscita da Tuzla. La colonna cade in un’imboscata, entrano in azione i cecchini, la strada è minata. I caduti tra le truppe della JNA sono 51, i serbi sostengono che siano stati 200 e denunciano uccisioni di soldati feriti da parte di civili musulmani.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU propone un triplice embargo commerciale, petrolifero e aereo alla Serbia e al Montenegro, quel che resta della Jugoslavia.

17 maggio – I paramilitari di Šešelj entrano a Divič, sulla Drina, nei pressi di Zvornik, e iniziano un saccheggio; 174 uomini vengono obbligati a pagare una tassa di 2.000 marchi, ma ciò non evita loro la deportazione e uccisione.

18 maggio – Il Comando supremo jugoslavo decide che tutte le armi e tutti gli ufficiali dell’esercito federale passino dalle dipendenze di Belgrado a quelle della RS, da cui saranno pagati regolarmente fino al 1995.

19 maggio – L’esercito federale si ritira da Višegrad. Dopo la partenza, i capi serbo-bosniaci locali instaurano il Comune “serbo” di Višegrad.
L’ultimo convoglio dell’Ambasciata dei Bambini esce da Sarajevo, ma quando arriva a Ilidža è fermato e dirottato allo stadio, dove i bambini sono concentrati. I serbo-bosniaci non danno l’autorizzazione al transito e li trattengono senza dar loro né cibo né acqua. Alcuni četnici entrano nello stadio per prelevare le ragazzine e trascinarle con loro “al fronte…”. Più tardi, uno scandalo investe questa cosiddetta Ambasciata dei Bambini e il suo segretario Dušan Tomić, serbo di nazionalità, ex agente dei Servizi segreti jugoslavi, portando alla luce loschi traffici di organi, di armi e altre cose. I responsabili vengono incriminati, ma molti di quei bambini sono scomparsi per sempre.

20 maggio – La JNA è sciolta. L’eredità della JNA è raccolta dalle forze armate della RFJ.
L’Assemblea generale dell’ONU riconosce la legittimità della Repubblica di Bosnia Erzegovina, accogliendola quale membro delle Nazioni Unite.

22 maggio – Anche Croazia e Slovenia sono ammesse all’ONU. Serbia e Montenegro continuano il “cammino” come Repubblica Federale di Jugoslavia. L’indipendenza dell’ex Repubblica jugoslava di Macedonia Fyrom, ancora non riconosciuta dalla UE, è sancita a livello internazionale.
Le autorità serbe di Prijedor lanciano un ultimatum, tramite la radio, ai bosniaci musulmani del villaggio di Hambarine e dei villaggi vicini affinché si rechino in città per essere “interrogati”, in realtà per essere deportati in appositi campi di concentramento. L’annuncio avverte che il giorno seguente i villaggi saranno attaccati.

23 maggio – Come previsto, le forze serbo-bosniache attaccano Hambarine e dintorni. Iniziano le uccisioni dei musulmani che non hanno ottemperato all’ultimatum. La moschea di Hambarine è distrutta, 50 civili sono falciati con le mitragliatrici. A centinaia sono arrestati e trasferiti nei campi di concentramento, veri e propri centri di tortura e uccisioni brutali. Le donne sono portate via per essere violentate.

24 maggio – Le autorità serbo-bosniache istituiscono i campi di concentramento di Omarska, di Trnopolje e di Keraterm, dove segregano i bosniaci musulmani, i croato-bosniaci e altri “non serbi” rastrellati nella zona di Prijedor. Nel campo di Omarska sono detenuti esponenti della vita politica, economica, sociale e intellettuali bosniaci di religione musulmana o croato-bosniaci. Nel campo di Keraterm la maggioranza dei detenuti sono uomini in età per il servizio militare. Durante la campagna di “pulizia etnica” nella zona di Prijedor sono uccise 3.173 persone, tra cui 256 donne e dieci ragazze.
Gli albanesi del Kosovo eleggono nella semi-clandestinità un loro “parlamento” con uno scrutinio dichiarato illegale da Belgrado. È designato presidente della Repubblica, col 99% dei voti, lo scrittore Rugova, leader della Lega democratica del Kosovo, un pacifista. Il Consiglio per la difesa dei diritti umani, che ha come presidente Adem Demaçi, premio Sacharov del Parlamento europeo nel 1990, accumula un’impressionante documentazione fotografica di casi di maltrattamenti e torture.

26 maggio – Bombardata la clinica ostetrica di Sarajevo. Le pazienti, compresi i bambini nelle incubatrici, trovano rifugio nei sotterranei prima di essere evacuati in un altro ospedale.

27 maggio – Prima strage nel centro di Sarajevo. Cittadini in coda per il pane al mercato di Markale, in via Vasa Miskin (ulica Vase Miskina), sono bersaglio di tre colpi di mortaio da 82 m/m. Le vittime sono 22, tutte civili, 150 i feriti. Le telecamere sono pronte a filmare i corpi dilaniati. I serbo-bosniaci sono accusati del crimine, ma per alcuni rimane il dubbio che il colpo potrebbe essere partito dalle batterie musulmane.
Vedran Smailović, primo violoncellista dell’Orchestra sinfonica cittadina, scende in strada e inizia a suonare l’Adagio di Albinoni sulla voragine aperta dall’esplosione. Continuerà a farlo per 22 giorni consecutivi, sempre alla stessa ora, per onorare ciascuna delle vittime. Il musicista ha continuato a suonare nella Sarajevo assediata, ha suonato nei funerali, per le strade, “per non perdere l’umanità”.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dichiara l’embargo sulle armi in tutta la ex Jugoslavia. Navi da guerra della NATO incrociano nel mare Adriatico per garantire che la Risoluzione sia rispettata. I paesi della UE decidono un embargo commerciale nei confronti di Serbia e Montenegro.

29 maggio – È uno dei giorni peggiori, Sarajevo è messa in ginocchio. La città subisce un forte bombardamento, con picchi che superano le 300 esplosioni al minuto. Il nuovo ospedale è evacuato. I palazzi dell’università, che si affacciano sul fiume Miljacka, sono bersagliati dall’artiglieria. Il generale Mladić ordina agli artiglieri di sparare tante granate sugli abitanti della città fino a far loro “esplodere il cervello”. La registrazione audio dell’ordine è trasmessa dalla televisione di Sarajevo.

30 maggio – In seguito all’emozione suscitata dalla strage del mercato di Markale, al Consiglio di Sicurezza passa la Risoluzione 757, che condanna la nuova Jugoslavia come Paese aggressore della Bosnia, impone severe sanzioni bloccando importazioni, esportazioni e la vitale navigazione sul Danubio, danneggiando tutte le nazioni dei Balcani. Sono sospese tutte le relazioni scientifiche, tecniche, culturali e sportive; ridotto il personale diplomatico della nuova Repubblica Federale di Jugoslavia, congelati tutti i beni all’estero. Nella relazione di Boutros-Ghali accuse anche contro la Croazia per la presenza di sue truppe, che combattono nella Repubblica in fiamme. Durante il 1992 l’economia di tutte le sei Repubbliche collassa. La produzione industriale crolla del 25% rispetto al ‘90. In Serbia il reddito pro capite precipita dai 3.000 dollari del ‘90 ai 700 del ‘91. Prima del 1990, il 90% di tutto il commercio della Federazione era destinato all’interno delle sei repubbliche e solo il 10% rivolto verso l’estero, ora i commerci tra le repubbliche sono crollati radicalmente.

31 maggio – Elezioni a Belgrado boicottate dall’opposizione. Si reca alle urne il 60% della popolazione attiva. Milošević ottiene il 40% dei voti, il 30% va al četnico ultranazionalista Šešelj. In segno di solidarietà con le vittime di Sarajevo e della guerra in Bosnia, a Belgrado si tiene una manifestazione di protesta, il Lungo striscione nero, a cui partecipano 100.000 persone.

Giugno – L’Armata federale annuncia il suo ritiro dalla Bosnia Erzegovina, comprese le armi pesanti. In realtà resta per combattere accanto alle milizie serbo-bosniache come Esercito della Repubblica Serba (VRS).

1° giugno – Aperto un campo di concentramento a Sušica, nel comune di Vlasenica, nella Bosnia orientale. Almeno 3.000 civili sono uccisi in quel campo che funziona per circa quattro mesi. Il comandante è Dragan Nikolić, già ufficiale della JNA. Nikolić ha personalmente ucciso nove persone e torturato molti altri detenuti. Sotto la sua guida donne di tutte le età sono state violentate.

7 giugno – A Višegrad il capo delle Aquile bianche Milan Lukić uccide sette musulmani prelevati presso la fabbrica di mobili Varda; condotti in riva alla Drina, sono fucilati e i loro corpi fatti cadere in acqua. Il fiume restituisce solo tre corpi.

8 giugno – Con la Risoluzione 758 l’ONU decreta l’invio di osservatori per garantire la sicurezza dell’aeroporto Butmir a Sarajevo, dispiegando mille caschi blu.

13 giugno – Massacro a Mostar. I serbo-bosniaci rastrellano circa 260 musulmani dal loro quartiere. Dopo la separazione tra uomini, donne e bambini, iniziano gli interrogatori, che si concludono nella maggioranza dei casi con la fucilazione davanti al muro di un cimitero. I cadaveri sono gettati nel fiume Neretva.

14 giugno – Dobrica Ćosić, lo scrittore e accademico più famoso di Serbia, è eletto presidente della RFJ. Il neo-presidente della Federazione serbo-montenegrina sottolinea di non essere legato ad alcun partito e di volere la cooperazione con gli Stati vicini, con l’Europa occidentale e con gli Stati Uniti. La nuova Jugoslavia dovrà persuadere il mondo a revocare le sanzioni che stanno distruggendo la sua economia e impongono sacrifici insostenibili a milioni di cittadini.
Altro massacro a Višegrad: 66 persone bruciate vive. Milan Lukić e i suoi paramilitari delle Aquile bianche chiudono un gruppo di musulmani (principalmente donne, bambini e anziani) provenienti dal villaggio di Koritnik, in una casa. Sbarrate porte e finestre, appiccano il fuoco. Milan Lukić, il cugino Sredoje Lukić e i suoi uomini aspettano fuori per sparare a quelli che tentano di scappare. La persona più anziana ha 75 anni, la più giovane è una bimba di due giorni. Sarebbero 17 i bambini di meno di 14 anni che figurano tra le vittime. Solo sette i superstiti. Milan Lukić è considerato uno tra i più feroci criminali di guerra, alcuni lo collocano al terzo posto dopo Karadžić e Mladić.

15 giugno – Nuova manifestazione a Belgrado. Una decina di migliaia di studenti protesta davanti al rettorato dell’Università per chiedere le dimissioni di Milošević. Oltre all’allontanamento del presidente, gli studenti chiedono lo scioglimento del parlamento, la formazione di un governo di transizione e la convocazione di nuove elezioni. La manifestazione è cominciata con un minuto di silenzio in memoria delle vittime della guerra in Croazia e Bosnia-Erzegovina.

16 giugno – Tuđman e Izetbegović firmano un’alleanza militare.
A Mostar, le forze congiunte croato-musulmane respingono i serbo-bosniaci e liberano la città. Massiccia “pulizia etnica” nella Bosnia centrale: 6.000 croato-bosniaci cacciati dai bosniaci musulmani si rifugiano a Donji Vakuf.

18 giugno – A Višegrad omicidio di 22 persone da parte del gruppo di Lukić. Corpi dilaniati con i coltelli, altri legati alle automobili e trascinati per le vie, bambini gettati dal ponte e uccisi prima che tocchino l’acqua. Un ispettore della polizia di Višegrad riceve una comunicazione dal direttore della diga sulla Drina di Bajina Bašta, in Serbia: “Chiedo a tutti i responsabili di rallentare il flusso dei corpi che galleggiano lungo il fiume perché inceppano le turbine della diga”. Durante la guerra la Drina si è trasformata in una delle maggiori fosse comuni della Bosnia.

20 giugno – Ancora le Tigri di Arkan in azione: nuova “pulizia etnica” a Sanski Most, dove nel vicino paese di Krasulja massacrano prima 700 persone, poi altre 180, in primo luogo donne e bambini. Le due fosse comuni saranno scoperte solo nel 1997.

23 giugno – Le forze serbe della Krajina lanciano un contrattacco nella zona dell’altopiano di Miljevci, respinto con perdite di uomini e mezzi. Per ritorsione, Sarajevo è sottoposta a pesanti bombardamenti. A Sarajevo, con l’arrivo dei caschi blu, all’aeroporto giungono anche i primi aiuti alimentari.
Davanti alle telecamere, Karadžić recita una poesia da lui composta nel 1974: “Vedo Sarajevo fumare come un cero, e dietro ogni albero un uomo armato…”.
I serbo-bosniaci vengono cacciati dalla collina di Mojmilo: dopo 72 giorni di isolamento il quartiere è ricongiunto alla Sarajevo assediata.

24 giugno – Scoperta la fossa comune dell’eccidio di Mostar nel villaggio di Sutina, sulla sponda orientale della Neretva. Un solo superstite, rimasto undici giorni nascosto tra i cadaveri dei fucilati. I corpi riesumati sono un centinaio.

25 giugno – Deportazione collettiva di centinaia di abitanti bosgnacchi di Višegrad che, con Srebrenica e Prijedor, è una delle città in cui si è compiuto il genocidio dei musulmani bosniaci. I bosgnacchi, costretti a firmare una dichiarazione in cui affermano di essere stati trattati bene dai paramilitari serbo-bosniaci, sono fatti salire su autobus con destinazione Macedonia. Alcuni sono fatti scendere dopo pochi chilometri e uccisi davanti a tutti. I superstiti, arrivati alla frontiera macedone, vagano nella terra di nessuno senza cibo né acqua

26 giugno – Adottata a Sarajevo la Piattaforma della Presidenza della Repubblica di Bosnia Erzegovina nelle condizioni di guerra in cui si afferma che la BiH non accetterà negoziati basati sulla costituzione di territori etnicamente omogenei o divisioni regionali esclusivamente secondo regole etniche. Il New York Times scrive che nella RFJ il dinaro si svaluta di un fattore 200 rispetto al dollaro, vi è una grossa carenza di beni, un’impennata dei prezzi e l’inflazione galoppa intorno al 5-10% al giorno.

27 giugno – A Bekavac, vicino Višegrad, i cugini Lukić ripetono il loro copione delittuoso. Rinchiudono in una casa, che poi incendiano, altri 70 musulmani, tra cui dei neonati: tutti muoiono bruciati vivi. Cinque donne sono trasferite in un hotel, il Vilina Vlas, trasformato in bordello, dove le prigioniere sono violentate per giorni, sottoposte a “stupro etnico”. Un rapporto delle Nazioni Unite precisa che al Vilina Vlas sono state detenute e maltrattate circa 200 donne. La maggior parte uccise o scomparse.
Bakira Hasečić, una delle poche donne sopravvissute alle sevizie, ha visto una giovane donna, Jasna Ahmedpasić, gettarsi da una finestra dopo aver subito quattro giorni di abusi. “Ci tenevano tutte chiuse nelle stanze. Ogni tanto ci buttavano un pezzo di pane che prendevamo con i denti perché le mani erano legate con le corde. Ci slegavano solo per stuprarci”, ricorda Bakira. Una madre ha testimoniato d’essere stata violentata da Milan Lukić nella propria casa davanti ai figli.

28 giugno – A sorpresa, il presidente francese Mitterrand si reca in visita a Sarajevo per avvalorare la gestione franco-inglese del conflitto. Mitterand, timoroso del pericolo del fondamentalismo islamico, sostiene che la faccenda è interna alla Bosnia e che la comunità internazionale non può andare oltre l’intervento umanitario, sottintendendo la tradizionale amicizia franco-serba, che data alla prima guerra mondiale. Dimostrando che l’aeroporto è praticabile, Mitterand impedisce che i serbo-bosniaci siano definiti come gli unici responsabili delle sofferenze della città. La sua visita a Sarajevo, per di più nel giorno di San Vito, altamente simbolico per i serbi, può essere letta anche come un regalo, poiché può aver impedito un intervento militare, che da più parti si stava progettando.
Nel giorno di San Vito, Vidovdan, a Belgrado 200.000 persone manifestano per chiedere le dimissioni di Milošević e dei suoi portavoce televisivi: ottengono solo una tavola rotonda tra Milošević e il cartello delle opposizioni Depos.

29 giugno – Grazie alla Risoluzione 761 cominciano ad arrivare nella Sarajevo assediata i primi voli umanitari, scortati dai caschi blu canadesi nell’Operazione Provide Comfort. NATO e Nazioni Unite intraprendono una sinergia operativa non sempre felice; talvolta sarà solo un palliativo, come ben presto sarebbe apparso a molti. Un Hercules C-130 francese, carico di 6,5 tonnellate di cibo, acqua e medicine per gli abitanti, inaugura il ponte aereo più lungo della storia: conterà 12.951 voli, il trasporto di oltre 160.000 tonnellate di beni alimentari e 15.000 tonnellate di medicinali. Il 90% circa delle derrate alimentari non giungerà alla popolazione assediata di Sarajevo poiché accaparrato in parte dai serbo-bosniaci e in parte dalle autorità governative bosniache. Entrambe le parti sono altamente permeabili alla criminalità mafiosa, che ne approfitterà per rivendere i beni a caro prezzo.

Luglio – A Sarajevo mancano acqua, corrente elettrica e i collegamenti telefonici sono interrotti.
Gli USA effettuano un tentativo di rovesciamento del governo della Repubblica Federale di Jugoslavia. Viene nominato Primo Ministro Milan Panić, miliardario statunitense di origine serba che non ha mai avuto la cittadinanza jugoslava.

1° luglio – Secondo attacco ad Hambarine. I serbo-bosniaci uccidono tra i 100 e i 150 civili musulmani. Nel villaggio di Gomjenica, i miliziani gettano i corpi nel fiume Sana. Gli attacchi segnano la completa eliminazione dei musulmani dalla municipalità di Prijedor.

2 luglio – I nazionalisti croati dell’Erzegovina proclamano la Comunità croata di Herceg-Bosna, con Presidente Boban e capitale Mostar, con la stessa bandiera, la stessa valuta, le stesse targhe automobilistiche adottate in Croazia, con cui esiste unità territoriale dall’ottobre 1991. Nessun provvedimento è preso dall’ONU nei confronti della Croazia.

7 luglio – L’esercito croato rompe l’assedio a Dubrovnik e 5.000 croato-bosniaci fuggono da Travnik per rifugiarsi a Spalato.

12 luglio – Nella notte Arkan e le sue Tigri varcano il ponte di Zvornik dopo aver passato i checkpoint dell’esercito e, come altre bande di četnici, attuano lo sterminio sistematico dei musulmani bosniaci, villaggio per villaggio. Skočić è un villaggio di poche case abitato dai “Rom neri”, cioè quelli musulmani (i “Rom bianchi” sono gli ortodossi). Racconta Zijo Ribić, che nella strage ha perso il padre, la madre incinta di nove mesi, un fratello e sei sorelle: “Ci hanno caricati sui camion e portati vicino alla moschea di Malići, dove avevano già scavato una fossa comune. Ci tiravano giù e sparavano alla testa, uno alla volta. Ho visto mia mamma e il mio fratellino piccolo che venivano fatti scendere e piangevo disperato. Un četnico mi ha detto di stare tranquillo, la rivedrai presto. Mi hanno portato davanti al camion, sentivo i colpi, e poi un fendente di coltello al collo. Mi hanno buttato sopra gli altri cadaveri. Avevo i capelli lunghi, impastati di sangue. Ho camminato sopra i corpi e nel buio sono scappato dentro al bosco lì vicino”.

16 luglio – Il capo di Stato della “nuova Jugoslavia” vuole accelerare il radicale cambiamento del Paese. In un’intervista al Corriere della Sera, Ćosić dichiara: “Farò della Serbia una democrazia, Milošević uscirà di scena. Ci saranno altri passi, più veloci. Alla fine di novembre convocherò le elezioni nazionali e federali. Spero che il mondo capisca molto presto che i cambiamenti democratici che stiamo introducendo sono seri. La sola soluzione realistica per la situazione in Bosnia Erzegovina, in queste condizioni, è la cantonizzazione. Il resto è retorica. La gente smetterà di combattere solo quando la Bosnia Erzegovina sarà diventata uno Stato confederale, diviso in cantoni etnici, dove le tre comunità si possano sentire protette e sicure. Cantonizzazione nella Bosnia significa regionalizzazione, formazione di tre comunità nazionali che eventualmente possono anche diventare delle mini-repubbliche. Quello che importa è che queste comunità devono essere stabilite sulla base della libera volontà dei cittadini. Altrimenti l’esodo di popolazione, che nei Balcani è già disastroso, continuerà”.

18-20 luglio – Le Donne in nero di Belgrado e Pančevo organizzano a Novi Sad il primo incontro internazionale della Rete di Solidarietà tra le Donne contro la Guerra.
I ministri degli Esteri della CEE, riuniti a Bruxelles, chiedono l’espulsione della Repubblica Federale di Jugoslavia da tutte le organizzazioni internazionali, compresa l’ONU, dove il governo di Belgrado reclama il diritto di succedere alla Jugoslavia socialista.

21 luglio – A Zagabria, Tuđman e Izetbegović firmano il riconoscimento dell’esercito croato HVO come parte integrante dell’Armjia BiH.

22 luglio – Sarajevo subisce uno dei bombardamenti più devastanti: 3.777 bombe cadono sulla città, quasi tre proiettili al minuto.

Agosto – Esplode lo scandalo dei lager in Bosnia. Il corrispondente del New York Newsday Roy Gutman pubblica i primi articoli sui campi di concentramento serbo-bosniaci, che definisce “death camps”. L’episodio suscita un grande impatto emotivo sulla comunità internazionale, sgomenta di fronte a questo ritorno al passato più buio della storia contemporanea. Il mondo inorridisce davanti alle immagini dei prigionieri nei campi di concentramento serbi, ma ve ne saranno anche di croati e musulmani. In Francia, Kouchner e Médecins du Monde stampano un manifesto in cui si assimilano i campi serbi a quelli nazisti. Soltanto nel lager di Omarska, presso Prijedor, 13.000 civili sono internati e, di questi, circa 4.000 uccisi. Mentre Bill Clinton, in funzione delle imminenti elezioni statunitensi, reclama a gran voce l’intervento aereo contro le postazioni serbo-bosniache, il premier inglese John Major valuta l’opportunità di un intervento delle proprie truppe. Izetbegović chiede disperatamente la fine dell’embargo sulle armi perché il popolo bosniaco possa esercitare il diritto all’autodifesa.

5 agosto – Ed Vulliamy, giornalista del Guardian, e l’équipe televisiva della Itn, diretta da Penny Marshall, riescono a penetrare nel campo di concentramento di Omarska, nei pressi di Prijedor, dove fanno fotografie e video.

6 agosto – Frettolosa chiusura del campo di Omarska davanti alle foto e ai video degli uomini pelle e ossa dietro il filo spinato che fanno il giro del mondo e in seguito alle proteste di Croce Rossa e ONU. Anche Francia e Stati Uniti chiedono un’ispezione internazionale nei campi di prigionia in Bosnia; dagli altri Paesi, Italia in primis, arriva solo un assordante silenzio.
Racconta Ed Vulliamy: “Per i fatti accaduti a Omarska, la commissione di esperti delle Nazioni Unite ha usato il termine ‘genocidio’. Il campo di Omarska era già stato quasi svuotato prima che arrivassimo e fu chiuso rapidamente il giorno dopo la nostra visita. Era il più atroce simbolo non solo della guerra in Bosnia, ma anche dei nostri tempi”.

13 agosto – Attentato contro il Primo Ministro jugoslavo Panić durante una visita lampo a Sarajevo.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vota due Risoluzioni sulla crisi balcanica. La 770, seppure in forma ambigua e contraddittoria, definisce i termini dell’intervento militare internazionale. Autorizza ogni misura, compreso l’uso della forza, per assicurare i rifornimenti alle città assediate. La 771 condanna la “pulizia etnica” e ordina il libero accesso ai campi di detenzione per i rappresentanti della Croce Rossa e delle organizzazioni umanitarie, ma rimane poco più che lettera morta.

25-26 agosto – Poco dopo la mezzanotte, dalle colline che circondano Sarajevo, i serbo-bosniaci sparano le prime bombe incendiarie sulla Vijećnica, la Biblioteca Nazionale e Universitaria della Bosnia, che diventa uno dei simboli della distruzione di Sarajevo e della BiH. Custodiva un milione e mezzo di libri, tra i quali 155.000 esemplari rari e 478 manoscritti. Era l’unico archivio nazionale di tutti i periodici pubblicati in o sulla Bosnia Erzegovina. Dopo tre giorni di rogo, della Biblioteca rimangono lo scheletro di mattoni e dieci tonnellate di cenere.L’accuratezza dei tiri non lascia dubbi sul fatto che il bersaglio fosse proprio la Vijećnica. Sui vigili del fuoco, sui coraggiosi bibliotecari e sui volontari, che formano una catena umana nel tentativo di salvare i libri, sparano i cecchini e le mitragliere. Una giovane bibliotecaria, Aida Buturović, perde la vita. Anche in una simile situazione la Bosnia si divide: “Salvavano solo i libri degli autori musulmani”, afferma un tale Miroslav Toholj, scrittore di Sarajevo scappato a Belgrado. Ricorda quei giorni il bibliotecario Kemal Bakaršić: “Tutta la città fu coperta da brandelli di carta bruciata. Le pagine fragili volavano in aria, cadendo giù come neve nera. Afferrandola, per un attimo era possibile leggere un frammento di testo, che un istante dopo si trasformava davanti ai tuoi occhi in cenere”.
Il violoncellista Vedran Smailović suona nella Biblioteca distrutta. Crolla anche il moderno edificio che ospita la redazione di Oslobođenje, già colpito infinite volte. In tutto questo periodo, il lavoro dei giornalisti della radio e della tv di Sarajevo e di Oslobođenje è continuato. I programmi radiotelevisivi sono trasmessi dai bunker sotterranei. Le redazioni mantengono la composizione multietnica, molti giornalisti sono uccisi nello svolgimento del loro lavoro.

25-27 agosto – Conferenza di pace sulla ex Jugoslavia a Londra – International Conference on Former Yugoslavia. Tutte le ex repubbliche jugoslave devono riconoscere la Repubblica di Bosnia Erzegovina nei suoi confini attuali, modificabili solo col consenso di tutte le parti interessate. A tutte le comunità devono essere riconosciuti tutti i diritti e i profughi possono rientrare alle loro case. È prevista la creazione di una Forza di pace sotto l’egida dell’ONU. Unico risultato: la creazione di un forum permanente a Ginevra co–presieduto da Cyrus Vance per l’ONU e da David Owen, successore del dimissionario Lord Carrington, per l’Unione Europea.

3 settembre – Travnik, antica sede dei vizir turchi, diventa una base di mujahidin: 8-10.000, provenienti dal mondo dell’integralismo islamico e reduci dalla guerra afgana.
Sotto l’egida Onu inizia la Conferenza di Ginevra, presieduta da Vance e Owen, un tipico diplomatico inglese di vecchia scuola per cui esistono prima di tutto gli interessi. Secondo Owen, tutto quanto accade nei Balcani è la risultante della follia di tribù sempre in lotta tra loro; per disinnescare il problema è favorevole a smembrare la Bosnia-Erzegovina, favorendo la politica espansionistica di Milošević.
Il contrabbando internazionale di armi fiorisce e svela inquietanti retroscena. I serbo-bosniaci sono sostenuti dalla mafia russa e dai governi di Libano, Siria e Corea del Nord, oltre che da imprese tedesche e britanniche. I musulmani stringono un patto con il mondo islamico e sono sostenuti da Iran, Libia, Arabia Saudita, Pakistan, Brunei, Malesia, Algeria, Egitto e Turchia. I croati si riforniscono presso Austria, Ungheria, Italia, Germania e Paesi dell’ex URSS.

8 settembre – Nel tentativo di ripristinare il ponte aereo e le vie di comunicazione dell’aeroporto di Sarajevo, i caschi blu francesi si scontrano con le truppe bosniache; il governo francese accusa Izetbegović di terrorismo.
Emergono alcuni aspetti delicati della missione UNPROFOR, il cui vertice è accusato di essere coinvolto in traffici di contrabbando e nello sfruttamento di giovani ragazze a fini sessuali: ciò determina un repentino cambio di deleghe e funzioni.

9 settembre – Inizia la battaglia della “Sacca di Medak”, nella Lika, Croazia centrale. L’HVO sfonda le linee delle milizie della Repubblica Serba di Krajina e occupa la cittadina di Medak e vari villaggi a sud di Gospić. Senza nessun controllo, i miliziani croati commettono crimini, violenze contro vecchi, bambini, donne, serbi e rom, mutilando e violentando. Il numero dei morti non è mai stato accertato: ufficialmente sono 88, di cui 18 donne e 26 anziani; considerando i dispersi, si arriva a oltre 100.

14 settembre – La Risoluzione ONU 776 potenzia la missione UNPROFOR con ulteriori 6.000 unità; il mandato resta circoscritto al trasporto di aiuti per la popolazione assediata di Sarajevo e alla protezione dei convogli umanitari e limita l’uso delle armi alla sola autodifesa.

15 settembre – I negoziati tra le forze serbe e croate portano all’accordo per la “Sacca di Medak”, che sancisce il ripiegamento dei croati; l’UNPROFOR ne assume il controllo.

16 settembre – Svolta nelle indagini sull’abbattimento di un aereo militare italiano: il Ministero della Difesa italiano consegna a Ginevra un rapporto che alimenta i sospetti verso croati e bosniaci musulmani. In risposta il ponte aereo per Sarajevo è interrotto.
Un cecchino serbo, che agisce a Sarajevo, dichiara al Wall Street Journal: “È come ammazzare dei conigli, non provo niente”.
Koljević, il vice-presidente della Repubblica Serba, si lascia sfuggire una confidenza: “Essendo i governi internazionali così preoccupati di Sarajevo,
nel resto della Bosnia potevamo fare quel che volevamo”, alludendo all’indisturbato lavoro di “pulizia etnica”.

19 settembre – I Caschi blu canadesi, dopo il rifiuto opposto dai soldati croati a farli entrare nei villaggi occupati come forza d’interposizione, riportano quanto accaduto nella “Sacca di Medak”, dove, solo dopo violenti scontri, con sette canadesi dell’ONU e 27 miliziani croati uccisi, questi accettano le ispezioni e i sospetti trovano subito riscontro.
Quando gli spari, i bombardamenti e il caos cessano a Medak, una delle cose che il peacekeeper canadese Tony Spiess ricorda di più è la puzza di morte dappertutto. La milizia croata cercava d’impedire che le truppe canadesi potessero divulgare le notizie circa le operazioni di “pulizia etnica” che praticavano nei villaggi serbi. Mentre Spiess e un suo compagno camminano tra le macerie del villaggio serbo distrutto, i croati tentano di fermarli per non far vedere i corpi bruciati: ”Prima delle 10,00 del mattino un ombrello denso di fumo copriva tutte le quattro cittadine della sacca di Medak, i croati hanno cercato di uccidere o distruggere tutto ciò che vi era nella loro scia”.
Secondo prove documentate presso l’UNPROFOR, le milizie, e spesso anche i civili croati, hanno sistematicamente saccheggiato i piccoli villaggi durante e dopo l’assalto, appropriandosi di beni, elettrodomestici, mobili dalle case che stavano per essere distrutte; rubando animali e attrezzature dalle fattorie; hanno distrutto 164 case e approssimativamente altri 148 fabbricati.
Nel settembre 2005 il Tribunale penale de L’Aja trasferisce il caso del massacro di Medak presso le autorità giudiziarie croate. L’unico colpevole riconosciuto è il generale Mirko Norak, con una vergognosa condanna a soli sei anni di prigione a fronte della distruzione di villaggi, parecchie vite umane uccise, anche in maniera feroce, e una sistematica liquidazione della popolazione serba e rom, chiudendo così il fascicolo delle violenze sui serbi nella “Sacca di Medak”.

19 settembre – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, considerato che la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia ha cessato di esistere, che la Repubblica Federale di Jugoslavia – Serbia e Montenegro – non può continuare a occupare il suo posto, raccomanda all’Assemblea generale di escludere la “nuova Jugoslavia” dai lavori..

23 settembre – L’Assemblea generale dell’ONU vota l’espulsione della Repubblica Federale di Jugoslavia, respingendo il passaggio di eredità tra la Jugoslavia socialista e la nuova RFJ. È un provvedimento senza precedenti: per il mondo la Jugoslavia non esiste. La Federazione serbo-montenegrina, se vorrà far parte dell’ONU, dovrà inoltrare una nuova domanda. L’indipendenza della Repubblica jugoslava di Macedonia (Former Yugoslav Republic of Macedonia, Fyrom) è sancita a livello internazionale.

Autunno – Il giornalista statunitense Roy Gutman continua la pubblicazione di una serie di articoli sul New York Newsday, rivelando al mondo che donne bosniache vengono stuprate in massa. Da tempo nei territori della BiH e in Croazia quasi ogni giorno si presentano donne, dai sei agli ottant’anni, che denunciano orribili storie di violenza sessuale. Tra le giovani, molte sono in avanzato stato di gravidanza. Una dopo l’altra confermano le violenze e quelle incinte dicono di essere state tenute prigioniere finché  l’interruzione della gravidanza non era diventata impossibile. Si tratta di un fenomeno nuovo: lo stupro etnico, la violenza sessuale usata sistematicamente come arma. Il giornalista John Burns, futuro premio Pulitzer, scrive per il New York Times che lo stesso comandante delle forze internazionali in Bosnia, il generale canadese MacKenzie, ha abusato di donne tenute prigioniere nel bordello Sonja a Sarajevo.

Ottobre – Il Primo Ministro della RFJ Panić va a Priština per colloqui con Rugova nello sforzo di aprire un dialogo tra le autorità federali e i rappresentanti degli albanesi del Kosovo. Panić e Rugova concordano di risolvere il problema del Kosovo con metodi pacifici, di formare gruppi di lavoro misti sulla legislazione, sul sistema giudiziario, sulla scuola, sull’informazione, di riportare gradualmente al lavoro i 100.000 albanesi licenziati e di riaprire l’Università di Priština. Questi colloqui hanno un impatto negativo in Serbia e danno il pretesto per nuovi attacchi al Primo Ministro da parte dei media controllati da Milošević.

9 ottobre – La Risoluzione 781 istituisce una no-fly-zone sulla Bosnia; unica eccezione, i voli delle Nazioni Unite.

Metà ottobre – Gli albanesi kosovari organizzano due giorni di proteste pacifiche davanti a scuole e facoltà. Per disperderli, la polizia usa lacrimogeni e pallottole di gomma. Molti insegnanti e studenti sono arrestati e malmenati. Il governo della Repubblica del Kosovo invia a Lord Carrington e ai capi di Stato europei una richiesta di riconoscimento dell’indipendenza. L’UE rifiuta di considerare la richiesta.

29 ottobre – Sfruttando le divisioni tra croati e musulmani i serbo-bosniaci occupano Jaice, l’antica capitale bosniaca, bastione musulmano nella Bosnia centrale. Da Jaice fuggono 25.000 tra croati e musulmani.

31 ottobre – In nome del mito della “Grande Serbia”, a Prijedor si riuniscono i “parlamenti” dei serbi di Croazia e di Bosnia, che rivendicano l’unificazione territoriale con la madrepatria serba.

1° novembre – Negli Stati Uniti, il Dipartimento di Stato propone di equiparare giuridicamente la “pulizia etnica” al genocidio.

5 novembre – A Praga, durante un’assemblea della CSCE, emerge la prospettiva di un tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.

7 novembre – Dopo che i serbo-bosniaci hanno conquistato il 60% della Bosnia, il loro capo politico, Karadžić, dichiara: ”Anche Dio è serbo”.

15 novembre – L’Unicef annuncia che dall’inizio del conflitto in Bosnia sono morte 128.126 persone, di cui 12.818 bambini; delle 132.170 persone ferite, 33.042 sono bambini.

16 novembre – Spinto dal presidente polacco Tadeusz Mazowiecki, inviato speciale della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Uomo, il Consiglio di Sicurezza approva la Risoluzione 787 per potenziare il mandato dell’UNPROFOR, inasprendo le sanzioni economiche contro la RFJ, disponendo il controllo di tutte le navi dirette verso la ex Jugoslavia, ma rifiuta di revocare il blocco alle forniture di armi alla BiH.
La rete americana ABC trasmette testimonianze su crimini avvenuti a Prijedor, nei campi di prigionia di Omarska, Trnopolje, Keraterm e sulla scomparsa di profughi musulmani.

29 novembre – Il New York Times pubblica un pezzo intitolato Operation Balkan Storm, che rende più chiara l’evidenza delle intenzioni USA: “Una vittoria nei Balcani determinerebbe la leadership mondiale degli USA nell’era del dopo Guerra Fredda in un modo persino più definitivo di quanto abbia fatto l’Operazione Desert Storm”.

Dicembre – A Belgrado, un marco tedesco vale 1.000.000.000.000 di dinari; un filone di pane costa 4.000.000.000; i pensionati pagati in dinari scoprono che, con la pensione di un mese, non si compra nemmeno un chilo di patate.
A Gedda, in Arabia Saudita, anche la Conferenza islamica chiede l’istituzione di un tribunale speciale per la ex Jugoslavia ed evoca l’ipotesi di una partecipazione militare a favore dei musulmani di Bosnia.

14-15 dicembre – A Stoccolma, durante il summit CSCE, i ministri degli Esteri condannano le operazioni di pulizia etnica in BiH e auspicano severe misure per costringere i serbo-bosniaci a cambiare politica. La Russia esterna la propria avversione a qualsiasi ipotesi di intervento militare contro la Serbia.

18 dicembre – Di fronte alle continue notizie su abusi commessi dalle milizie serbo-bosniache nei confronti dei civili e in particolare sulle donne – alcune stime indicano che le internate ripetutamente sottoposte a violenze furono 20.000 – è votata la Risoluzione 798 per permettere l’ispezione dei campi di detenzione da parte degli osservatori della Comunità Europea, che possono esigerne la chiusura.

19 dicembre – Grazie al presunto ricorso a brogli elettorali e al consenso ottenuto tra le componenti più reazionarie della società serba, Milošević vince le elezioni presidenziali e sconfigge Panić, nonostante l’enorme pressione americana. Il comandante Arkan, responsabile di innumerevoli crimini, inserito nell’elenco dei criminali di guerra, entra in parlamento come deputato del Kosovo. La vittoria del nazionalismo serbo è confermata anche dall’elezione di Karadžić a presidente della Repubblica Serba di Bosnia.

24 dicembre – Il segretario di Stato americano Eagleburger invia un telex a Milošević noto come “l’avvertimento di Natale”: “In caso di conflitto in Kosovo provocato dall’azione serba, gli Stati Uniti saranno pronti a impiegare la forza militare contro i serbi nel Kosovo e contro la Serbia stessa”. L’incaricato d’affari riceve istruzioni affinché il testo sia letto a Milošević di persona.

30 dicembre – Izetbegović rifiuta di lasciare la presidenza collegiale della Repubblica a un rappresentante croato mediante una macchinazione procedurale. La tensione tra croati e musulmani continua ad aumentare.

Su iniziativa della Danimarca, la Repubblica Federale di Jugoslavia è estromessa anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in un momento in cui il Paese registra l’afflusso di circa 600.000 profughi.
Mentre a Ginevra tutti sono per la pace immediata, a Sarajevo è iniziata l’offensiva musulmana per rompere l’accerchiamento della città.
È l’anno in cui Bill Clinton sostituisce George W. Bush sr. alla presidenza degli Stati Uniti. Inizia la fase dell’interventismo militare diretto degli USA.
È l’anno in cui Slovenia, Croazia e l’ultima versione della Repubblica Federale di Jugoslavia, la Serbia–Montenegro, consolidano le loro legislazioni e strutture istituzionali. In particolare, la Croazia introduce la nuova moneta, la kuna, nel segno della continuità con la moneta in uso nello Stato ustaša di Ante Pavelić; le banconote sono stampate in Germania.

2–3 gennaio – Presentato a Ginevra il Piano di pace Vance-Owen per la Bosnia Erzegovina. Il Piano prospetta una suddivisione in dieci province autonome o cantoni, caratterizzati su base etnica: il 40% del territorio ai musulmani, il 38% ai serbi e il 22% ai croati, con Sarajevo smilitarizzata. Si mira anche alla creazione di corridoi per consentire gli aiuti umanitari, al cessate-il-fuoco assoluto e al disarmo delle milizie. Le Nazioni Unite e la Comunità Europea si propongono come garanti del rispetto degli accordi. Mentre i croati erzegovesi sono favorevoli, i serbo-bosniaci rifiutano, considerando tutto ciò un ostacolo alla costituzione della “Grande Serbia”. Controllano in quel momento il 70% del territorio e, applicando il Piano, ne manterrebbero solo il 38%. I musulmani sono ugualmente contrari perché vi leggono la fine dell’integrità territoriale del Paese.

7 gennaio – Dopo aver unificato le enclave di Srebrenica, Žepa e Cerška, le truppe musulmane guidate da Naser Orić tentano un’offensiva verso Goradže e nella notte del Natale ortodosso attaccano il villaggio serbo di Kravica, massacrando 40 civili. L’obiettivo dei bosniaci musulmani è l’occupazione della vallata della Drina e l’interruzione del corridoio che mette in comunicazione i territori occupati dai serbo-bosniaci con la Serbia. Fonti serbo-bosniache diffondono notizie di massacri ai danni di decine di civili, sepolti in fosse comuni a Kamenica, presso Bratunac.

8 gennaio – A Sarajevo il Vice-Primo Ministro del Governo di Bosnia Erzegovina Hakija Turajlić viene ucciso a freddo da un miliziano serbo-bosniaco all’interno di un autoblindo francese dell’UNPROFOR, fermato per un’ispezione dai serbo-bosniaci.
La presidenza bosniaca, rabbiosa e furente, ritiene il generale Morillon responsabile della morte di Turajlić. Ancora più impietoso il generale egiziano Razak, da tempo critico sulla missione ONU, in polemica con il suo superiore Morillon: “I caschi blu sono impreparati ad affrontare la situazione nella quale si sono trovati. Le forze serbe sono in schiacciante superiorità numerica”. L’episodio sancisce la definitiva perdita di fiducia tra il governo di Izetbegović e il vertice dell’UNPROFOR: “L’ONU è morta a Sarajevo”, ma il caso Turajlić è archiviato.

10 gennaio – Arkan, in un programma della televisione di Priština, invita alla “purificazione etnica” del Kosovo.
Amnesty International denuncia casi di abusi sessuali e stupri commessi dai serbo-bosniaci.

10-11 gennaio – I capi di Stato e di governo delle potenze occidentali riuniti a Bruxelles per il summit della NATO riaffermano d’essere pronti, sotto l’autorità del Consiglio di Sicurezza, a compiere bombardamenti aerei per prevenire lo strangolamento di Sarajevo e delle aree protette in Bosnia Erzegovina.

15 gennaio – L’offensiva delle truppe musulmane al comando di Orić giunge al confine sulla Drina. Molti villaggi della zona sono distrutti. La reazione di Belgrado non si fa attendere: in poche settimane le cittadine a maggioranza musulmana di Kamenica, Cerška, Konjević Polje, Žepa, Goradže e Srebrenica sono attaccate.

16 gennaio – Unità musulmane compiono massacri contro la popolazione serbo-bosniaca nel villaggio di Skelani, a 50 chilometri da Srebrenica.

22 gennaio – Con una mossa a sorpresa, Tuđman rompe la tregua e ordina l’Operazione Spillo, l’attacco alla “zona rosa” a sud di Knin per ripristinare il ponte della Maslenica e, di conseguenza, i contatti con la Dalmazia. Inizialmente l’offensiva croata ha successo, i serbi sono costretti a ripiegare.

7 febbraio – Una commissione della Comunità europea presenta una relazione choc sulla situazione umanitaria in Bosnia e, in particolare, sulle numerose donne sistematicamente sfruttate a fini sessuali dalle truppe di Karadžić.

10 febbraio – L’Amministrazione Clinton tende una mano alla Russia di Eltsin attraverso il Piano Christopher, che rimodula i presupposti principali del Piano Vance–Owen: la Russia accetta per la prima volta l’ipotesi di un coinvolgimento militare congiunto con le truppe NATO.

11 febbraio – Mazowiecki, inviato speciale dell’ONU per i diritti civili, rende noto che i profughi che hanno lasciato la Bosnia sono 700.000, gli sfollati interni 800.000.

19 febbraio – Con la Risoluzione 807 il mandato dell’UNPROFOR per la Krajina e la Slavonia (UNPA) è rinnovato, anche alla luce dei recenti scontri tra serbi e croati. I caschi blu sono autorizzati all’uso della forza per garantire la propria sicurezza.

22 febbraio – La Risoluzione 808 del Consiglio di Sicurezza, su proposta di Francia, Gran Bretagna e Cina, istituisce la Corte Penale Internazionale per la Persecuzione dei Crimini di Guerra nella ex Jugoslavia (International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia,ICTY-TPIY), per perseguire le persone che si siano rese colpevoli di gravi violazioni del diritto internazionale nei territori della ex Jugoslavia a partire dal 1° gennaio 1991; la sede sarà L’Aja.

1° marzo – Offensiva su Srebrenica delle truppe serbo-bosniache.

2 marzo – Cerška cade in mano ai serbo-bosniaci. I morti sono 700 e più di 1.500 i feriti. Le autorità musulmane avevano chiesto all’UNHCR di intervenire per evacuare feriti e malati. Un convoglio, riferisce Ron Redmond dell’Alto commissariato, era pronto a partire da Belgrado, ma le trattative con i comandanti serbo-bosniaci per permettere il passaggio del convoglio si rivelano un fallimento.

3 marzo – Consegnata alle Nazioni Unite da fonti militari bosniache la documentazione sulle violenze serbo-bosniache a Višegrad. I serbi sono accusati di aver costretto a gettarsi nelle fredde acque della Drina 150 abitanti della città e di aver bruciato vivi dei civili. Secondo questo rapporto, i musulmani uccisi nella zona di Višegrad dall’inizio del conflitto sono circa 7.500.

4 marzo – Quattro Hercules C-130 USA lanciano aiuti nella Bosnia orientale, nei pressi di Konjević Polje. I cecchini sparano sui civili affamati che cercano di recuperare gli aiuti. Pacchi sono ritrovati a Žepa, ma la delusione degli abitanti è grande quando scoprono che la data di scadenza dei cibi è ottobre 1992: tutte le razioni contengono carne suina, che come noto i musulmani non mangiano.
Un gruppo di 250 persone tenta la fuga dall’accerchiata Cerška, ma finisce nelle mani degli assedianti. Più della metà sono fatti prigionieri e portati verso Zvornik, di essi non si saprà più nulla.

5 marzo – Il generale Morillon va a Cerška, dove sono segnalate violenze sui civili, per rendersi conto personalmente della situazione ed evacuare i feriti. Mladić definisce l’iniziativa di Morillon rischiosa e sotto la sua responsabilità. Al ritorno il generale francese dichiara ai giornalisti che la situazione è normale: “Sono abituato a queste cose. Non ci sono stati massacri gratuiti perché non si sente l’odore della morte… Grazie a Dio non sembra che lì ci siano state atrocità. La guerra, ma non atrocità”. Morillon afferma che l’offensiva serbo-bosniaca non è da attribuirsi a desiderio di conquista di territori, bensì alla reazione per la scoperta della fossa comune di Kamenica. I serbo-bosniaci si dichiarano soddisfatti delle sue “imparziali” dichiarazioni.

6 marzo – È sempre più difficile affermare con esattezza cosa stia succedendo in questi giorni a Cerška e in altre località della Bosnia orientale. I serbo-bosniaci continuano a bombardare i villaggi, ma la tragedia maggiore è quella della popolazione civile, decimata dalla fame, che fugge attraverso i monti. La gente scappa e muore sui campi minati. Circa 10.000 fuggiaschi raggiungono Tuzla. È la salvezza perché la città è controllata dalle forze fedeli al governo centrale. Hanno attraversato 40 chilometri di montagna coperta ancora di neve. Molti non arriveranno mai. Giacciono con la gola tagliata, dilaniati da una granata o morti di fame. A Tuzla, i bambini di Cerška hanno mangiato per la prima volta un pasto vero dopo due mesi, durante i quali dicono d’essersi nutriti solo d’erba e di radici. Altri sono in fuga diretti a Srebrenica, che a sua volta è sotto un violento fuoco delle artiglierie serbo-bosniache.

7 marzo – Le trattative di pace in corso a New York sono sospese. Il leader bosniaco Izetbegović e quello serbo-bosniaco Karadžić rientrano per consultarsi con i rispettivi vertici politici. Le Nazioni Unite sono pronte a sostenere militarmente le decisioni prese in sede negoziale: l’ONU e la NATO agiranno in stretto collegamento e metteranno in campo 50.000 caschi blu. Il segretario generale dell’ONU preme per il ricorso all’uso della forza, qualora i serbo-bosniaci non si ritirassero dai territori conquistati con le offensive di “pulizia etnica”, mentre il governo USA si dice assolutamente contrario all’intervento prima della cessazione delle ostilità.

11 marzo – Il generale Morillon arriva a Srebrenica, col “permesso” dei serbo-bosniaci: è accolto come un salvatore. Nei pressi della cittadina, soldati serbo-bosniaci sparano su un gruppo di bambini e donne, ne uccidono 16.
A Parigi, il presidente serbo Milošević incontra Mitterand. La mediazione francese fallisce, Milošević non accetta di fare pressioni sui serbo-bosniaci affinché accettino il Piano di pace.

13 marzo – Cade in mano serba Konjević Polje: la fascia a ovest della Drina è completamente sotto controllo delle milizie fedeli a Karadžić, eccetto Srebrenica, Žepa e Goradže, le cui popolazioni sono costrette a vivere in condizioni disumane. A Sarajevo si apre il primo processo per crimini di guerra. L’accusato è il paramilitare serbo-bosniaco Borislav Herak, che confessa esecuzioni a freddo e stupri, in particolare nei lager serbi. Herak ammette l’uccisione di undici prigioniere e la violenza su dodici donne musulmane; dichiara anche di aver procurato più volte donne ai soldati ONU, prelevate a forza dai campi di prigionia per musulmani. Uno dei probabili destinatari delle prigioniere potrebbe essere stato il generale canadese McKenzie, predecessore di Morillon al comando UNPROFOR.

15 marzo – Gli abitanti di Srebrenica impediscono a Morillon di ripartire. Il generale francese pronuncia il suo discorso forse più famoso e cinico: “Voi siete sotto la protezione delle Nazioni Unite. Io, generale Morillon, ho deciso di restare qui per rassicurare la popolazione, per salvarla, non vi lascerò mai”.

19 marzo – Morillon garantisce l’arrivo di un convoglio dell’UNHCR con aiuti umanitari per la popolazione di Srebrenica. I miliziani di Mladić ostacolano l’arrivo dei convogli umanitari, ma sono favorevoli al trasferimento dei civili feriti: un’operazione che indirettamente permette di “liberare” il territorio. Simmetricamente le autorità locali temono che l’esodo possa agevolare la “pulizia etnica” della città, dove si registrano almeno 40 morti al giorno.

20 marzo – Morillon, grazie alla mediazione di Milošević, ottiene un salvacondotto per 674 feriti di Srebrenica. La popolazione assalta il convoglio delle Nazioni Unite nel tentativo di fuggire dall’enclave assediata, civili muoiono nella ressa.

24 marzo – Fallisce un secondo tentativo di evacuazione umanitaria a Srebrenica: gli elicotteri inglesi sono mitragliati dai serbo-bosniaci, due volontari canadesi dell’UNHCR sono seriamente feriti e recuperati sotto il fuoco da elicotteri francesi. Karadžić dichiara che sparerà sui velivoli dell’UNHCR se paracaduteranno aiuti ai civili assediati.

25 marzo – Izetbegović e Mate Boban dell’Erceg-Bosna firmano il Piano Vance-Owen. Morillon annuncia il cessate-il-fuoco a Srebrenica.

26 marzo – I serbi di Bosnia dichiarano di accettare la tregua in tutto il Paese per permettere le operazioni di soccorso ai civili.

27 marzo – Un convoglio di aiuti diretto a Srebrenica e Žepa è assaltato e depredato dai miliziani serbo-bosniaci.

30 marzo – Gli Stati Uniti, timorosi di una partecipazione delle proprie truppe sul suolo balcanico, boicottano l’approvazione di un’ulteriore versione del Piano Vance-Owen. Per protesta, Vance si dimette dall’incarico di rappresentante del Segretario generale dell’ONU presso la Conferenza per l’ex Jugoslavia.

31 marzo – Nonostante le cupe minacce di Karadžić, che si dice pronto ad abbattere qualunque aereo NATO minacci la sua repubblica, l’ONU determina la Risoluzione 816, che autorizza l’uso della forza con l’Operazione Deny Flight, per far rispettare la no-fly-zone. La Risoluzione autorizza a prendere “tutte le misure necessarie” per prevenire l’accesso di aerei nella no-fly-zone. Le violazioni dall’ottobre ‘92 sono state oltre 500. Con la Risoluzione è approvato anche il piano UNPROFOR per la riapertura dell’aeroporto di Tuzla, fondamentale per far giungere aiuti umanitari alle popolazioni stremate dell’enclave. L’uso della forza è richiesto dal Consiglio in base all’art. 7 della Carta dell’ONU, reputando la crisi in Bosnia Erzegovina una “minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”.

1° aprile – Violento bombardamento sull’enclave di Srebrenica in risposta all’inizio dell’Operazione Deny Flight: 77 morti.

5 aprile – Si riunisce a Pale il parlamento dei serbo-bosniaci. Di fronte a un Piano di pace già bocciato in partenza, l’assemblea elabora una serie di condizioni vincolanti, primo fra tutti la fine dell’embargo contro Belgrado. La decisione definitiva sul Piano di pace è rinviata a un referendum.

8 aprile – Il generale Morillon, diventato ormai una star televisiva, rischia il linciaggio da parte della gente di Zvornik. È accusato di aver favorito la partenza di cittadini serbi dalla città, quando la maggioranza dei serbi di Zvornik collabora nella difesa della città dai nazionalisti. E del ritrovamento di un carico di munizioni su un camion dell’UNHCR uscito dall’aeroporto di Sarajevo assieme agli altri aiuti umanitari. Lo scalo aereo è sotto il controllo della Legione straniera francese. Per salvarsi è costretto all’umiliazione di mettersi in salvo con un elicottero fornito da Mladić, violando egli stesso la no-fly-zone. È dubbio che Morillon fosse a conoscenza di questa grave trasgressione fatta dai suoi soldati a Sarajevo, ma è anche fuor di dubbio che la responsabilità finale è sua. Morillon sarà presto sostituito dallo svedese Lars Eric Wahlgren che, per le accuse lanciate ai governi di Parigi e Londra, subirà la stessa sorte appena due mesi dopo.

9 aprile – Il generale Morillon afferma che i bombardamenti su Srebrenica cesseranno entro 24 ore.

10-11 aprile – Inizia l’operazione Deny Flight. I caccia dei Paesi alleati, agli ordini del Comando NATO per il Sud Europa, iniziano i pattugliamenti dei cieli sopra la Bosnia. Deboli bombardamenti di F-16 su artiglierie e carri armati serbo-bosniaci nella zona di Goradže.
Srebrenica è attaccata con sempre più massicci bombardamenti serbo-bosniaci, che provocano almeno 57 morti e centinaia di feriti.

12 aprile – Massacro di bambini a Srebrenica. L’artiglieria serbo-bosniaca colpisce una scuola elementare: 70 bambini uccisi e più di 100 i feriti. In totale in giornata sono 200 i morti e i feriti.

13 aprile – La situazione umanitaria a Srebrenica è terribile. I rappresentanti UNHCR testimoniano di scenari apocalittici all’interno della città, dove le strade sono piene di morti e feriti. Lascia la città l’ultimo convoglio dell’UNHCR con 800 civili. Le autorità locali rallentano l’uscita di donne e bambini poiché temono che ciò acceleri la “pulizia etnica”della città. Arrivo di profughi dai villaggi circostanti, i quali denunciano atrocità subite dalle bande paramilitari.

14 aprile – Sul fronte delle tensioni tra croati e musulmani, il Consiglio croato di difesa rivendica la sovranità sui cantoni collocati, in base al Piano Vance-Owen, sotto controllo croato e passa all’attacco: Kiseljak, Jablanica, Konjić sono messe a ferro e fuoco, le popolazioni locali costrette a subire atrocità. Joan Baez è a Sarajevo per portare la sua solidarietà alla città martoriata con un concerto insieme ad artisti bosniaci, dopo quello di Zagabria a favore dei profughi di Vukovar.

16 aprile – Un reparto speciale anti-terrorismo dell’HVO, denominato Joker, composto da una settantina di uomini, attacca il villaggio di Ahmići, nella valle della Lašva, nei pressi di Vitez, Bosnia centrale. Ai margini del paese i croati pongono cecchini per abbattere chiunque avesse cercato di fuggire: ogni essere vivente, umano e animale, deve essere abbattuto. Dopo aver trascinato fuori dalle case gli abitanti, prima uccidono i maschi adulti, poi donne e bambini, in tutto 116 persone, molte arse vive, la maggior parte dei corpi è irriconoscibile; 24 civili feriti, su un totale di 356 residenti; appiccato il fuoco a circa 170 case. Tra i morti Ahmić Naser Sejo, che non aveva ancora un anno. Gli altri fuggono, lasciando Ahmići nelle mani della minoranza croata. Le abitazioni sono distrutte, i minareti ridotti in rovine, in ogni punto del villaggio carcasse di animali. Il massacro di Ahmići, a opera di miliziani croati, è uno di quelli che possono entrare nel lungo elenco dei crimini di guerra. Uno degli istigatori alla “pulizia etnica” ad Ahmići è Dario Kordić, uomo politico.
Con la risoluzione 819 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dichiara la zona di Srebrenica Safety zone, chiede l’immediata sospensione degli attacchi alla città e dispone l’invio di 150 caschi blu canadesi. Stesso status di “zona di sicurezza” è dichiarato per la città di Sarajevo.

17 aprile – La Risoluzione 820 determina l’operazione Sharp Guard per applicare l’embargo totale da e per la RFJ, cioè Serbia e Montenegro, il quale provoca nel Paese una profonda crisi economica.

18 aprile – Un contingente di 150 caschi blu canadesi arriva a Srebrenica per l’attuazione delle operazioni di demilitarizzazione e di tregua, letteralmente per “impedire la conquista da parte dei serbo-bosniaci e procedere alla smilitarizzazione delle forze musulmane”.

20 aprile – Il responsabile UNHCR per la BiH, Larry Hollingworth, dichiara al Sunday Times: “Sono arrivato alla conclusione che i caschi blu non sono stati inviati per agire con fermezza, ma solo per lasciare l’aria ferma”. Gli USA premono per intensificare le azioni militari, ma l’Europa ancora una volta frena.

28 aprile – La RFJ accetta il Piano Vance-Owen, soprattutto per evitare le nuove sanzioni economiche previste dalla Risoluzione 820. La situazione del Paese è allo sfacelo: l’inflazione raggiunge tassi incredibili, l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, 750.000 disoccupati, 600.000 profughi. I traffici illeciti e il contrabbando hanno creato una nuova élite di oligarchi, legati alla mafia e al crimine.

30 aprile – Una delegazione delle Nazioni Unite visita Srebrenica e la definisce, nonostante la Risoluzione 819, una prigione a cielo aperto in cui è realizzato un “genocidio al rallentatore”. L’utilizzo del termine “genocidio” sembra presupporre una maggiore risolutezza a favore dell’intervento militare, come sancito dalle Convenzioni di Ginevra del 1949.

2 maggio – Karadžić, su pressione di Milošević, firma ad Atene il Piano Vance-Owen a condizione che sia approvato dal parlamento di Pale.

6 maggio – La Risoluzione 824 classifica anche le enclave di Tuzla, Žepa, Goražde e Bihać, oltre alla capitale Sarajevo e Srebrenica, come Safety zone. È chiesto “con forza” il ritiro di tutte le forze serbo-bosniache da queste zone, ma per volontà francese non si prevede nessun tipo di coercizione in caso di mancato rispetto degli accordi.
Il parlamento di Pale sancisce la prima sconfitta politica di Milošević: nonostante le pressioni per l’accettazione del Piano Vance-Owen, i deputati rifiutano ogni ipotesi di compromesso e, a dimostrazione della loro risolutezza, bombardano Žepa e Sarajevo. È confermato il ricorso al referendum per l’accettazione del Piano. Il disaccordo tra Karadžić e Milošević si approfondisce e il leader serbo passa al contrattacco anche sul fronte politico interno, epurando tutti gli uomini di scarsa fiducia.

7 maggio – Il rapporto della Commissione Mazowiecki segnala le disumane condizioni di vita in cui versano le enclave, i massacri compiuti dai serbo-bosniaci a Cerška, lo sterminio di un centinaio di persone dei villaggi di Velići e Muškići, l’assalto alle colonne di profughi in fuga verso Tuzla.
A Banja Luka la Ferhat-pašina džamija, la moschea di Ferhat-Pasha o Ferhadija, è parzialmente distrutta. I resti vanno in discarica, alcune pietre e ornamenti ridotti in frammenti sono usati per appianare una zona in seguito adibita a parcheggio. La moschea Ferhadija è una delle 16 distrutte a Banja Luka. Alcune settimane dopo è distrutto anche il vicino orologio Sahat-Kula.

8 maggio – Firmato un accordo per il cessate-il-fuoco e la smilitarizzazione di Srebrenica e Žepa, che sono affidate al controllo delle Nazioni Unite. Morillon rassicura la Comunità Internazionale: “Mladić vuole veramente la pace e nel più breve tempo possibile”.

9 maggio – Si riaccende il focolaio croato-musulmano. Dopo aver devastato la zona di Vitez e Gornji Vakuf, i soldati del Consiglio croato di difesa attaccano Mostar est, uno dei simboli della multiculturalità jugoslava, anche con granate al fosforo, e distruggono la parte storica della città, “patrimonio dell’umanità” sotto la protezione dell’Unesco. Il quartiere musulmano e le moschee principali sono in fiamme, i 50.000 abitanti relegati come in un ghetto; all’UNHCR è interdetta qualsiasi operazione di assistenza. Molti musulmani sono rinchiusi in campi di concentramento, come quello dell’Heliodrom, vicino a Mostar, di Čapljina, di Gabela, dove sono torturati e uccisi. Un testimone afferma: “In dieci giorni i croati hanno distrutto più di quanto abbiano fatto i četnici in dieci mesi”.

15 maggio – Con un referendum, il 96% dei serbo-bosniaci respinge il Piano Vance-Owen.

22 maggio – Pubblicato un nuovo piano, l’Accordo di Washington, preparato da Russia, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, che sconfessa le fondamenta del precedente Vance-Owen: l’obiettivo non è più l’integrità territoriale della Bosnia, ma solo la fine delle ostilità, prevedendo la costituzione di una confederazione tra Croazia e le parti della Bosnia sotto il controllo di HVO e Armija BiH.

25 maggio – Con la Risoluzione 827 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta lo statuto del Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia (TPIJ).

27 maggio – Il generale Divjak scrive al presidente Izetbegović una lunga lettera per elencare i crimini commessi nell’ultimo anno dalle bande criminali musulmane, quella del comandante Caco in testa, minacciando le dimissioni se non fossero cessate le barbarie.
Alla fine della guerra si accerterà che almeno 2.000 serbi sono stati uccisi dalla “banda di Caco”.

4 giugno – Sarajevo è sottoposta a pesantissimi attacchi. La Risoluzione 836 estende il mandato dell’UNPROFOR: autorizza a rispondere con le armi in caso di attacco alle zone protette, compresi i raid aerei.

8 giugno – Izetgebović, deciso a instaurare uno Stato musulmano, col pretesto di “salvare il popolo” rimuove tutte le personalità politiche e militari che si oppongono al suo piano, cioè coloro che concepiscono uno Stato unitario. Il presidente bosniaco destituisce diversi comandanti, tra cui il generale Divjak, relegato a un ruolo privo di ogni decisionalità militare.

10 giugno – In Macedonia arrivano 300 soldati USA, i primi militari americani a entrare in un territorio della ex Jugoslavia.

16 giugno – A Ginevra si prefigurano accordi tra serbi e croati per la triplice spartizione della Bosnia Erzegovina. Anche sul campo le due fazioni si coalizzano contro il “comune nemico islamico”, che avanza nella Bosnia centrale. Milošević si accorda con Tuđman in nome del progetto redivivo della “Grande Serbia”. Riesce a convincere Karadžić sull’opportunità di lasciare un’area di circa 4.000 chilometri quadrati ai musulmani.

18 giugno – La Risoluzione 844 estende il ricorso alla forza da parte dell’UNPROFOR per la difesa delle enclave protette. Mentre Srebrenica e Žepa restano sostanzialmente indifese, Goradže, Sarajevo, Tuzla e Bihac pullulano di combattenti musulmani; tra questi molti mujaheddin, che operano talvolta in forma autonoma e incontrollata. I Paesi islamici tentano di rompere l’embargo sulle armi a cui è sottoposta la Bosnia, ma Gran Bretagna, Francia e Russia rifiutano l’ipotesi e riscontrano anche il consenso della Croazia.

29 giugno – Su proposta dei Paesi Non Allineati e con l’appoggio degli Stati Uniti, il Consiglio di Sicurezza ONU approva la fine dell’embargo alla fornitura di armi alla Bosnia.

30 Giugno – Nasce il Piano Owen-Stoltemberg. Prevede l’unione di tre “repubbliche parziali” definite su base nazionale e la creazione del distretto di Sarajevo. Serbi e croati accettano, i bosniaci musulmani no.

1° luglio – Molti soldati musulmani, schierati nel Consiglio croato di difesa, passano tra le fila dell’esercito governativo bosniaco su invito di Izetbegović. Come atto di ritorsione, nei distretti di Čapljina e Stolac, i croati internano i maschi musulmani in età di leva e li utilizzano come manovalanza militare per le operazioni di sminamento e lo scavo di trincee. Tuđman, sempre più legato alla mafia erzegovese, accentua i toni nazionalistici e confessionali, evocando il ricordo delle battaglie trecentesche contro i turchi, fornendo aiuto militare e logistico alle truppe dell’Herceg-Bosna. Intanto i serbo-bosniaci speculano, trafficando in armi e munizioni con le parti in lotta: l’affare frutta loro milioni di marchi tedeschi. Mladić tenta la conquista di Goradže prima che entri in vigore la Risoluzione 836 sulle Safety zones.

8 luglio – Secondo l’UNHCR almeno 380.000 abitanti di Sarajevo soffrono la fame.

12 luglio – Sarajevo, una granata colpisce un gruppo di persone in coda per l’acqua: i morti sono undici, 16 i feriti.
Il generale Morillon è sostituito dal generale belga Francis Brinquemont.

27-30 luglio – Una nuova sessione della Conferenza di Pace sancisce la resa di Izetbegović che, alla luce delle cocenti sconfitte militari sul campo e in nome della fine delle ostilità, rinuncia definitivamente all’idea dell’integrità territoriale. La tripartizione della Bosnia è una realtà, sancita ora anche dalla Comunità Internazionale, nonostante il dissenso di Germania e Stati Uniti.

30 luglio – Dopo mesi di duro lavoro, tra grandi difficoltà, viene aperto un tunnel lungo 800 metri sotto la pista dell’aeroporto di Sarajevo, che sbuca nei pressi di Butmir, oltre il fronte controllato dai serbo-bosniaci. Per mesi è l’unica via d’accesso alla città assediata attraverso la quale passano armi, viveri, munizioni, ma possono anche uscire persone. Il tunnel salva la città dal completo isolamento.

2 agosto – Una carovana di circa 1.200 pacifisti italiani e stranieri, organizzata dai Beati Costruttori di Pace, parte da Spalato con lo slogan Mir sada (Pace adesso) e si pone l’obiettivo di arrivare a Sarajevo. La marcia vuole contribuire al raggiungimento della pace in BiH e ribadire l’importanza degli interventi di diplomazia popolare e di interposizione non-violenta nei luoghi in conflitto. I partecipanti fanno precise richieste alla Comunità Internazionale e alle parti: immediata cessazione delle ostilità; disarmo di tutte le fazioni da porsi sotto il controllo internazionale; applicazione di tutte le Risoluzioni inevase.

4 agosto – Le truppe di Mladić conquistano anche le ultime alture intorno a Sarajevo e richiudono il cerchio sulla città: rimane solo il tunnel sotto l’aeroporto per collegare la capitale con l’esterno. Il tunnel ha reso miliardi di lire attraverso traffici più o meno leciti. Si dice che fosse affittato a 40.000 marchi l’ora ai trafficanti. In media passano anche 4.000 persone nei due sensi e tonnellate di merci, comprese armi e munizioni. Una condotta per la nafta unisce le due estremità del tunnel con grave pericolo per la presenza di cavi per rifornire di energia elettrica parte della città.

7 agosto – Don Albino Bizzotto, fondatore dei Beati Costruttori di Pace, accoglie l’invito dell’Unità di crisi del ministero degli Esteri italiano: “In questo momento le condizioni non ci permettono oggettivamente di passare senza il sacrificio sicuro di qualcuno di noi”. La maggioranza decide per il ritiro e consegna un documento ai caschi blu inglesi di stanza nell’area, in cui si chiede alla Comunità Internazionale di assumersi la responsabilità delle conseguenze della loro inazione e di avviare immediati interventi di pacificazione. Un pullman di pacifisti, assumendosi ognuno le proprie responsabilità, decide di proseguire verso Sarajevo.

9 agosto – Il grosso dei pacifisti di Mir Sada, invertita la marcia, prosegue verso Mostar, divisa in due: la parte est è assediata e bombardata dai croato-bosniaci, che controllano la parte ovest. Missione dei pacifisti: spingere croati e musulmani a cessare il fuoco e portare aiuti umanitari ai civili di ambo le parti. La colonna è fermata a pochi chilometri da Mostar, ma il comando dell’HVO nega il permesso di passare. Una lunga trattativa porta a una mediazione: è concesso passare solo a dieci pullman con circa 500 pacifisti. Gli altri dovranno rinunciare. I 500 arrivano nella piazza antistante la cattedrale nella parte ovest di Mostar. Parlano mons. Bettazzi, vescovo di Ivrea, Tom Benetollo dell’Arci e Mario Montagnani a nome dei non credenti. Il vescovo di Mostar, Perić, non interviene, risponde solo alle domande dei giornalisti. A nessuno è concesso arrivare alla Neretva e passare nella parte est della città e non vi è nessun incontro con la parte musulmana. Il cessate-il-fuoco prospettato non è nemmeno preso in considerazione.
La NATO approva i piani d’attacco aereo per spezzare l’assedio di Sarajevo.

11 agosto – Il gruppetto residuo dei pacifisti di Mir Sada riesce ad arrivare a Sarajevo.

14 agosto – Intimoriti dai voli di ricognizione di aerei NATO sopra le colline intorno a Sarajevo e soprattutto dalla possibilità che gli accordi di Ginevra possano saltare, i serbo-bosniaci consegnano le alture del monte Igman e della Bjelašnica alle truppe francesi dell’UNPROFOR. Il governo bosniaco è sempre più isolato e vede nelle truppe dell’UNPROFOR un alleato della strategia di Belgrado.

16 agosto – Riprendono i negoziati alla Conferenza di pace di Ginevra. Raggiunto un accordo in base al quale Sarajevo sarà smilitarizzata e posta sotto la tutela ONU fino alla definizione dello status definitivo della città; ai convogli umanitari e agli osservatori ONU è garantita piena libertà di movimento in ogni parte della BiH. A Mostar continuano violenti scontri fra croati e musulmani.

20 agosto – Dopo un accordo tra Karadžić, Boban e Izetbegović, i negoziatori Owen e Stolenberg presentano il pacchetto di proposte sulla partizione della Bosnia: 52% ai serbo-bosniaci, 30% ai musulmani e 18% ai croati. Sarajevo è affidata all’ONU, Mostar alla CE.
A Sarajevo, in Dobrovoljačka ulica, una lunga fila di persone aspetta il proprio turno per ritirare, in una delle tre farmacie ebree della città, i medicinali. Ogni giorno sono 1.500 i cittadini che usufruiscono di questo servizio: basta presentare la ricetta medica per ottenere medicinali gratuiti grazie all’associazione ebraica Benevolencia. A Sarajevo, le strutture di assistenza presenti regolarmente sono quelle religiose: la Benevolencia, ebraica, la Charitas, cristiana, e la Merhamet, musulmana.

26 agosto – Scoppia uno scandalo a Sarajevo. Caschi blu francesi, ucraini ed egiziani sono accusati di speculazioni attraverso il mercato nero, di traffico di droga e prostituzione. Ventidue sono rimpatriati.

3 settembre – Pubblicato un nuovo rapporto Mazowiecki sui campi di concentramento, dal quale emerge che essi sono uno strumento di “pulizia etnica” utilizzato da tutte le fazioni in lotta, comprese le forze governative di Izetbegović.

8 settembre – Izetbegović si reca all’ONU e alla Casa Bianca chiedendo, con scarso successo, l’intervento militare della NATO e la fine dell’embargo delle armi affinché anche i bosniaci musulmani possano difendersi.

10 settembre – Profonde divisioni anche in campo serbo-bosniaco. Uno sventato golpe a Banja Luka, organizzato dai fedeli di Mladić contro Karadžić, evidenzia la frattura tra l’ala social-comunista di Belgrado, capeggiata da Milošević e da sua moglie Mirjana Marković da un lato, e quella clerico-radicale di Šešelj, sempre più intenzionata a costituire gli “Stati Uniti di Serbia” dall’altro.

14 settembre – Accordo a Ginevra tra Tuđman e Izetgebović per un cessate-il-fuoco, che conferma il coinvolgimento dell’esercito croato in Bosnia. Sul campo l’accordo è sconfessato.

17 settembre – I croati scatenano una pesante offensiva contro Mostar, violando la tregua concordata. Nei giorni successivi le Nazioni Unite denunciano massacri ai danni di civili compiuti dall’esercito croato.

20 settembre – Una nuova versione del Piano Owen-Stoltenberg è messa a punto a bordo della portaerei inglese Invincible nell’Adriatico. Prevede l’assegnazione del 53% del territorio ai serbi, del 17% ai croati, del 30% ai musulmani e un referendum per garantire a serbi e croati il diritto alla secessione dopo due anni dalla firma del Trattato di pace.
A Zagabria, Tuđman è investito da un attacco politico senza precedenti per la rovinosa condotta della guerra in Bosnia Erzegovina, dove su circa 900.000 croati, almeno 200.000 sono stati costretti a fuggire e circa 40.000 vivono in condizioni disastrose. Tuđman ammette di aver sancito un accordo con Milošević per la spartizione della BiH.

27 settembre – A Velika Kladuša, nei pressi di Bihać, un’assemblea capeggiata da Fikret Abdić, detto Babo, l’ambiguo faccendiere coinvolto in traffici d’ogni genere, dichiara la nascita della “Regione Autonoma della Bosnia occidentale”, capitale Bihać, composta al 90% da musulmani, proclamando l’indipendenza dal governo di Sarajevo. Abdić, già protagonista dello scandalo Agrokomerc, nel ‘90 aveva ottenuto più voti di Izetbegović alle elezioni presidenziali, ma aveva dovuto rinunciare a causa di pressioni mai chiarite. Con la proclamazione dell’indipendenza, Abdić e decine di migliaia di musulmani scelgono la strada della collaborazione con croati e serbi. Coerente col suo passato ambiguo, Abdić stringe patti coi serbi di Knin, fa affari con le autorità di Croazia, più tardi anche con Mate Boban, non contento va a Belgrado e s’intende con Karadžić. Lo scontro con Izetbegović si traduce in conflitti armati, che lacerano il campo musulmano.

29 settembre – La nuova proposta Owen-Stoltenberg è bocciata dal parlamento di Sarajevo che non si accontentano delle concessioni territoriali nella convinzione di avere una forza militare ora capace di riportare successi.

3 ottobre – Durante una manifestazione pacifista sul ponte Vrbanja, organizzata dai Beati i Costruttori di Pace, muore a Sarajevo Moreno Gabriele Locatelli.

20 ottobre – Dopo molte discussioni nel parlamento di Belgrado, che vedono fronteggiarsi Šešelj e Milošević, quest’ultimo convoca nuove elezioni e procede all’epurazione degli ufficiali più vicini alle posizioni dei radicali nazionalisti. I socialisti ricorrono all’appoggio del neo-costituito partito di Arkan. Il gruppo paramilitare delle Aquile bianche aggredisce a Belgrado le Donne in Nero durante una manifestazione di protesta.
Emerge un’ipotesi sconcertante che riguarda il ruolo dell’Italia: una fantomatica Lista per Trieste e alcuni esponenti del MSI e dei Servizi Segreti, assetati di vetero-irredentismo e finanziati forse da ambienti mafiosi, organizzano l’arruolamento di volontari per inviarli tra le fila del capitano serbo Dragan, impegnato nella Krajina. Obiettivo: coalizzare le forze contro i croati. Resta dubbio il ruolo del governo italiano nei confronti delle rinnovate prospettive separatiste dell’Istria.

21 ottobre – Fikret Abdić, presidente dell’enclave di Bihać, firma la pace con i serbi e i croati. Bihać è considerata esterna al mini-Stato musulmano centrale. Sarajevo definisce l’accordo “un complotto” per distruggere la Repubblica di Bosnia.

25 ottobre – Ucciso un autista danese dell’UNHCR, il Segretario generale dell’ONU Boutros-Ghali sospende i convogli umanitari. La popolazione bosniaca per qualche settimana vive solo grazie all’assistenza delle organizzazioni private. Il blocco degli approvvigionamenti alla popolazione diventa un’arma di sterminio di massa.

26 ottobre – Mušan Topalović, il famigerato comandante Caco, uomo della malavita e depositario di molti segreti della difesa della città, è ucciso dalla polizia bosniaca a Sarajevo. Tentava di scappare a un arresto per i crimini eccessivi o perché diventato troppo potente e pericoloso.

1° novembre – In Serbia il valore del dinaro si dimezza, l’inflazione raggiunge il 20.000%. Stipendi e pensioni in due anni sono passati da un valore medio di 1.000 dollari al mese a un controvalore di 30-50 dollari.

9 novembre – L’escalation della tensione tra croati e musulmani raggiunge uno dei suoi apici: un carro armato dell’HVO croato abbatte a cannonate lo Stari most, il ponte di Mostar, immagine della città. Cade uno degli ultimi simboli di unità per i Balcani. Lo Stari most, commissionato da Solimano il Magnifico nel 1557 e costruito dall’architetto Hajrudin Mimar, fu ultimato nel 974 del calendario islamico, cioè tra il luglio 1566 e il luglio 1567: 55.000 civili musulmani restano intrappolati. Un comandante dell’HVO croato afferma: “È più importante il dito mignolo di un mio soldato che tutti i ponti del mondo”.

17 novembre – In base alla Risoluzione ONU 827 il TPIJ tiene la seduta inaugurale a L’Aja. Primo presidente è l’italiano Antonio Cassese. Francia e Gran Bretagna boicottano la nomina dell’egiziano Bassouni alla carica di procuratore generale, poiché “troppo informato” sui colloqui segreti tra serbi e potenze occidentali sulla spartizione della Bosnia.

19 novembre – A Ginevra, la Conferenza sulla Jugoslavia mette all’indice l’aggressività di Tuđman e la tenacia ostruzionista di Izetbegović. Milošević appare come l’uomo su cui la Comunità Internazionale investe maggiormente per raggiungere la fine delle ostilità.

24 novembre – Il Times mette in prima pagina un articolo dell’inviato Anthony Loyd: i miliziani croato-bosniaci applicano mine al corpo di tre prigionieri musulmani prima di costringerli a tornare verso le loro linee con le braccia legate e un cavo collegato al detonatore, rimasto nella trincea croata. Le “bombe umane” sono fatte saltare a pochi metri dalle trincee musulmane.

Dicembre – Iniziativa pacifista Tre città, una pace, organizzata da Arci, Acli e Associazione per la pace, per far incontrare esponenti pacifisti e della società civile di Belgrado, Zagabria e Sarajevo. È possibile solo a Belgrado e Zagabria; Sarajevo, sotto assedio, non è raggiungibile.

5 dicembre – Il Rappresentante speciale del Segretario generale dell’ONU Stoltenberg si dimette in contrasto con il generale francese Jean Cot dell’UNPROFOR. Si apre un gap tra le direttive del Consiglio di Sicurezza e la volontà interventista degli ufficiali sul campo.

Karadžić invoca la fratellanza slava per la formazione di una coalizione anti-occidentale e anti–musulmana.
In accordo con Bonn e il Vaticano, Washington e Mosca si accordano su una strategia di isolamento dei serbo-bosniaci e di pacificazione tra croati e musulmani. Clinton ipotizza una soluzione della crisi che escluda il rinnovo del blocco economico alla RFJ: le restrizioni ai traffici sul Danubio causano ingenti perdite alle economie dei Paesi limitrofi e alla stessa Russia.

1° gennaio – Dura polemica tra generali, il francese Cot e il belga Briquemont, e i vertici ONU per la frustrante inerzia alla quale sono costretti i caschi blu. Cot, da cui dipendono 27.000 caschi blu, ha ricevuto telegrammi infuocati dal Palazzo di Vetro di New York: è “colpevole” di aver chiesto un mandato in bianco per un eventuale bombardamento dei serbo-bosniaci.

3 gennaio – Il giapponese Yasushi Akashi, già responsabile dell’UNTAC per la Cambogia, è il nuovo rappresentante speciale del Segretario generale dell’ONU nella ex Jugoslavia.

4 gennaio – Per isolare politicamente Belgrado, a Vienna il neo-ambasciatore USA in Croazia, Peter Galbraight, promuove un riavvicinamento tra i leader croati e musulmani. Analoghe iniziative sono intraprese a Bonn, dove Tuđman e Izetbegović rilanciano il progetto di uno Stato unitario tra musulmani e croati, con legami confederali con la Croazia. Izetbegović resta perplesso, preferisce l’opzione militare, conscio delle sempre maggiori capacità operative delle proprie truppe.

10-11 gennaio – I capi di Stato e di governo delle potenze occidentali, riuniti a Bruxelles per il summit NATO, riaffermano d’essere pronti a compiere bombardamenti aerei per prevenire lo strangolamento di Sarajevo e delle altre aree protette in BiH.

13 gennaio – In occasione del Capodanno ortodosso, le milizie di Mladić bombardano con forza Sarajevo. A Srebrenica un contingente di caschi blu olandesi sostituisce i militari canadesi.

14 gennaio – Riunione tra i vertici militari serbo-bosniaci che assediano Sarajevo, presenti Mladić e Karadžić, che incitano i sottoposti: “L’Operazione Giubbotti antiproiettile continua”. Nome in codice per la conquista della città.

18 gennaio – Il Consiglio di Sicurezza dichiara che la nuova proposta implica la possibilità di lanciare offensive aeree contro i serbo-bosniaci, ma i bombardamenti con propositi punitivi devono essere autorizzati dal Consiglio Atlantico. I combattimenti attorno a Sarajevo continuano.

22 gennaio – A Sarajevo, nel quartiere di Alipašino Polje, granate colpiscono un gruppo di bambini che giocano con gli slittini: ne muoiono sei. La zona era tra quelle “protette”: non si sa chi abbia lanciato le granate.

23 gennaio – A Mostar uccisi quattro bambini croati.

24 gennaio – Nella relazione di fine mandato, il comandante dell’UNPROFOR Francis Briquemont spiega a cosa servano le cosiddette “zone protette”: “L’esercito bosniaco aggredisce i serbi da una zona protetta, i serbi rispondono al fuoco lungo il fronte, di conseguenza il governo bosniaco rinfaccia all’UNPROFOR di non proteggerlo dagli attacchi serbi e pretende attacchi aerei contro le postazioni di artiglieria serbe”. Briquemont lascia dopo contrasti con i politici dovuti anche alla franchezza che lo aveva reso impopolare al Palazzo di Vetro, specie dopo aver provocatoriamente chiesto “più uomini e meno pezzi di carta del Consiglio di Sicurezza”. Briquemont passa le consegne al generale inglese Michael Rose, militare anti-convenzionale, proveniente dal SAS (Special Air Service) britannico, la cui nomina è accolta con favore poiché è opinione diffusa che per risolvere la crisi sia necessario un ufficiale ben determinato.

28 gennaio – Nel settore musulmano di Mostar muoiono tre inviati della Rai: il giornalista Marco Luchetta, l’operatore Alessandro Ota e il tecnico Dario D’Angelo. Sono a Mostar per girare un servizio per il Tg1 sui “bambini senza nome”, nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi in guerra. Hanno scoperto una cantina dove da mesi dormono decine di persone, tra cui molti bambini. Si trovano in un cortile per girare il servizio quando sono colpiti da una granata lanciata da Mostar ovest, la parte croata della città, che scoppia un metro dietro la troupe: muoiono tutti e tre sul colpo. Con loro c’è Zlatko, uno dei bimbi del rifugio; i corpi dei tre inviati gli fanno da scudo, Zlatko è vivo. Non è mai stato chiarito se quella granata sia stata lanciata intenzionalmente contro dei giornalisti “scomodi” o se sia stata una fatalità. C’è stata un’inchiesta, archiviata. Di sicuro chi ha lanciato la bomba sapeva della presenza della stampa perché, per arrivare, Marco, Alessandro e Dario sono passati attraverso vari check point a bordo di un bianco blindato dell’ONU. I giornalisti e fotografi caduti durante il conflitto saranno 92.

3 febbraio – La posizione di Washington emerge alla luce del sole. Il Senato USA approva una risoluzione che invita l’esecutivo ad armare i bosniaci per esercitare il diritto all’autodifesa.

4 febbraio – Continuano i bombardamenti su Sarajevo. A Dobrinja, quartiere costruito per le Olimpiadi del 1984, dieci civili in fila per il cibo vengono uccisi, 18 feriti. Stavolta l’inchiesta internazionale rapidamente conclude che “sono stati i serbi”.

5 febbraio – Una delle stragi più efferate e tristemente famose della guerra in Bosnia. Verso le 12.30 una granata cade sul mercato di Markale, nel centro di Sarajevo, uccidendo 68 persone e ferendone 197. I corpi straziati sono ammucchiati su un camion, le rare auto usate come ambulanze. L’ospedale di Koševo si riempie di feriti. È un massacro cinico, il più grave per numero di vittime. In poco tempo le immagini fanno il giro del mondo, causando l’immediata indignazione dell’opinione pubblica e della diplomazia internazionale. I serbo-bosniaci declinano ogni responsabilità e parlano di una messa in scena musulmana finalizzata a ottenere la pietà occidentale, in linea con quanto affermato anche dal Delegato speciale delle Nazioni Unite Akashi nel suo rapporto cifrato a Boutros-Ghali, pur in assenza di prove sicure. Un capitano francese, incaricato di verificare il punto di caduta, calcola che la base di lancio della granata potrebbe essere in campo musulmano. Un maggiore canadese autonomamente stabilisce invece che è impossibile determinare con esattezza il punto di partenza. Di fronte a tali diversità di opinione, l’UNPROFOR nomina una commissione d’inchiesta che respinge tutte le ipotesi, stabilendo che il colpo potrebbe essere partito da un settore talmente ampio che copre entrambi gli schieramenti: “La neve caduta ha reso impossibile stabilire il punto di lancio, inoltre sia serbi che musulmani hanno posto ostacoli all’inchiesta”. Il segretario di Stato USA Christopher resta dell’idea che siano stati i serbo-bosniaci. L’effetto mediatico è dirompente e costituisce un ulteriore stimolo per la pianificazione di un intervento armato contro le postazioni di artiglieria serbo-bosniache.

6 febbraio – Il Segretario generale dell’ONU Boutrous-Ghali, in una lettera al Consiglio di Sicurezza, conviene che questi incidenti rendono necessario un attacco aereo per dissuadere i serbo-bosniaci da altre azioni. Informa inoltre il Consiglio di aver chiesto al Segretario generale della NATO la disponibilità per bombardamenti aerei sulle posizioni di artiglieria intorno a Sarajevo.

8 febbraio – Il Consiglio Atlantico accetta le richieste di Boutrous-Ghali e autorizza il comandante delle Forze alleate nel Sud Europa, ammiraglio Leighton Smith, a ordinare bombardamenti contro posizioni intorno a Sarajevo.

9 febbraio – Ultimatum della NATO. Tutte le armi pesanti – carri armati, pezzi d’artiglieria, mortai, lanciamissili, armi anti-carro – delle forze serbo-bosniache devono essere ritirate oltre i 20 chilometri dal centro di Sarajevo e poste sotto il controllo dell’UNPROFOR. Anche il governo della BiH deve porre le sue armi pesanti sotto il controllo dei caschi blu. L’ultimatum ha decorrenza dalle 00.00 del 10 febbraio: entro dieci giorni tutte le armi pesanti rimaste nella zona di esclusione saranno colpite.

10 febbraio – Il ministro degli Esteri della Federazione russa dichiara di condividere la decisione di porre le armi pesanti sotto il controllo dell’UNPROFOR, tuttavia la Federazione russa non può condividere l’opinione che l’ultimatum sia una minaccia diretta solo ai serbo-bosniaci e chiede una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza. Il generale Gvero, capo di Stato maggiore dei serbi di Bosnia, annuncia che non ritirerà l’artiglieria dalle alture circostanti Sarajevo se i musulmani non faranno altrettanto e lancia una precisa minaccia alla NATO: “Se gli Stati membri dell’Alleanza Atlantica decidessero di sferrare attacchi aerei, dovrebbero anche provvedere a inviare le casse necessarie a riportare a casa i corpi dei loro ragazzi. Le nostre forze armate non resteranno impassibili a contemplare il nemico che attacca il nostro degno e pacifico popolo”.

14 febbraio – Cade in trappola il “boia di Omarska”, Duško Tadić, detto “il macellaio”, l’ufficiale delle milizie serbe di Bosnia che ordinava e spesso eseguiva le più atroci torture sui prigionieri nel famigerato lager. Il diritto internazionale, come per il precedente storico del processo ai criminali nazisti a Norimberga, consente alla giustizia tedesca di giudicare un reo di crimini contro l’umanità.

17 febbraio – In seguito a un incontro con alcuni ufficiali russi, i serbo-bosniaci acconsentono a ritirare i cannoni fuori dalla zona di esclusione.

20 febbraio – Scade l’ultimatum delle Nazioni Unite sul ritiro delle armi pesanti dalla zona di esclusione. La posizione durissima degli USA dopo la strage di Markale e la mutata rete di alleanze interne inducono i serbo-bosniaci a piegarsi. Il Consiglio di Sicurezza, in coordinamento con il Consiglio Atlantico, rinuncia alla rappresaglia. Molte armi pesanti degli assedianti rimangono entro la fascia di 20 chilometri previsti dall’ultimatum.

21 febbraio – Con un’intensa attività diplomatica, sostenuta anche dal Vaticano, gli Stati Uniti convincono Tuđman a rivedere i propositi sulla tripartizione della Bosnia e la conseguente annessione dell’Erzegovina, abbandonando il progetto della “Grande Croazia”. In cambio, gli USA propongono, oltre a 500 milioni di dollari per la ricostruzione del Paese, un aiuto militare per la riconquista della Krajina.

25 febbraio – A Washington, gli Stati Uniti impongono la nascita della Federazione croato-mussulmana di Bosnia, dopo aver ottenuto un accordo tra le parti sullo scambio dei prigionieri.

27 febbraio – Dopo 816 violazioni della no-fly-zone lasciate impunite, due caccia F-16 della NATO abbattono nei cieli di Novi Travnik quattro caccia Jastreb serbo-bosniaci che avevano bombardato posizioni croate a Vitez. È il primo intervento internazionale di natura militare nel conflitto. La Russia approva l’operazione. Sul campo, le truppe di Mladić, che lasciano Sarajevo, intensificano le operazioni nella Bosnia centro-orientale.

1° marzo – Ospiti del governo degli Stati Uniti, il Premier bosniaco Silajdžić, il Ministro degli Esteri croato Granić e il rappresentante dei croato-bosniaci Zubak sottoscrivono gli accordi per istituire la Federazione croato-bosniaca. Mentre Tuđman utilizza la situazione per presentarsi come uomo di pace, Izetbegović intravede l’opportunità per uscire dall’isolamento militare determinato dall’embargo delle armi. Gli Stati Uniti, in cambio dell’accordo, forniscono maggiore sostegno tecnico e logistico alle truppe governative bosniache. La Federazione croato-mussulmana di Bosnia sarà in grado di isolare i serbo-bosniaci ed evitare la nascita di uno Stato islamico in Europa.

8 marzo – Duemila donne scendono in piazza a Sarajevo per manifestare a favore della pace.

18 marzo – Anche Tuđman e Izetbegović firmano sotto gli occhi di Clinton. L’accordo prevede la nascita della Federazione croato-musulmana di BiH, della Repubblica Serba e lo scioglimento della Repubblica Croata di Herceg-Bosna. È il primo successo della diplomazia Usa nel contesto dell’ex Jugoslavia. L’ultranazionalismo croato in Erzegovina, regione di cui Mostar è il capoluogo, continuerà a rendere molto difficile la convivenza con i musulmani.

20 marzo – Dopo quattro mesi di tregua, riesplode in modo violento il conflitto in Bosnia. A Tuzla, l’esercito musulmano bombarda le colline che circondano l’enclave dichiarata “zona di sicurezza” dall’ONU. I serbi rispondono bombardando la città; le vittime provocate dall’esercito serbo-bosniaco sono tra le 50 e le 200.
Si spara in Croazia. Le truppe di Zagabria attaccano una pattuglia dell’ONU presso la “linea del fronte” della Krajina, ferendo un casco blu canadese.
Il leader serbo-bosniaco Karadžić chiede a Clinton, a Eltsin, a Francia, Gran Bretagna e ONU di premere sul governo bosniaco affinché accetti nuovi colloqui di pace.

23 marzo – Il ponte Bratstvo i Jedinstvo (Fratellanza e Unità), che congiunge Sarajevo al quartiere di Grbavica, dove fu eretta una delle prime barricate nella primavera del ‘92, è aperto al transito dei civili. Chi ottiene il permesso di attraversarlo può, per sole 24 ore, passare dall’altra parte.

29 marzo – Irritati dall’attività diplomatica americana e dall’arrivo di un contingente turco nelle file dell’UNPROFOR, i serbi di Bosnia attaccano l’enclave di Goradže con il sostegno delle Tigri di Arkan e usando i cannoni ritirati da Sarajevo. Mladić denomina gli eventi “Operazione Stella”, forse in memoria della figlia Ana, morta suicida. È un’operazione in cui dà il meglio di sé sulla via per divenire il “boia dei Balcani”. Durante la battaglia, che si protrae per alcune settimane e causa la morte di oltre 700 civili, si registrano interventi aerei NATO che colpiscono tank serbo-bosniaci e un comando militare, uccidendo 9 ufficiali. Karadžić comunica di non riconoscere più la legittimità delle truppe UNPROFOR.

7 aprile – L’Iran apre la propria ambasciata a Sarajevo e, con l’assenso degli USA inaugura un traffico di armi, violando l’embargo. Le cifre relative al contrabbando di armi, per il periodo aprile ‘92 – aprile ‘94, parlano chiaro: ai croati materiale bellico per 600 milioni di dollari, ai serbi per 476 milioni e ai musulmani “solo” per 162 milioni.

10 aprile – Due caccia bombardieri F-16 USA, decollati da Aviano, intervengono a protezione del contingente UNPROFOR presso Goražde e bombardano postazioni serbo-bosniache.

11 aprile – Un cacciabombardiere F-18 USA bombarda postazioni serbo-bosniache a Goražde e distrugge tre carri armati.

14 aprile – Come risposta agli interventi aerei, dei caschi blu sono presi in ostaggio dai serbo-bosniaci. Per quattro ore l’artiglieria serbo-bosniaca bombarda l’aeroporto di Tuzla, in palese violazione della risoluzione ONU, che ne impone il libero utilizzo, “pena” l’intervento aereo NATO, che non arriva.

22 aprile – Alla luce del fallimento della strategia di difesa di Goradže, che continua a essere sotto pesante fuoco di artiglieria serbo-bosniaca, si rianimano gli scontri diplomatici tra l’approccio interventista della NATO, sostenuto da Clinton, e quello temporeggiante dell’UNPROFOR, promosso in particolare da Francia e Gran Bretagna. La Russia si dissocia apertamente dal radicalismo dei serbi di Bosnia.

24 aprile – Militari UNPROFOR ucraini e francesi entrano a Goražde. In realtà sono le forti pressioni di Mosca a far arretrare le truppe di Mladić. Quando i soldati ONU entrano nella città scoprono che lo scontro ha causato circa 200 morti e 200 feriti, il 70% sono soldati musulmani.

26 aprile – Si costituisce il Gruppo di Contatto, composto da USA, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania, per risolvere la crisi bosniaca attraverso nuovi negoziati. L’iniziativa si rivela uno smacco diplomatico per le Nazioni Unite e per l’Unione Europea. È avvertita così anche dall’Italia, dove il Governo Berlusconi minaccia di negare l’utilizzo logistico delle basi che si trovano sul territorio nazionale. Le proposte del Piano piacciono più a Milošević che a Izetbegović e Karadžić.

27 aprile – La Risoluzione 914 aumenta il contingente UNPROFOR per la Bosnia di altri 10.000 uomini.

14 maggio – Inizia l’operazione delle truppe governative bosniache Libertà ‘94 per la riconquista di territori nella Bosnia centrale. L’operazione si protrae per alcuni mesi, nel corso dei quali sono regolati i conti interni al campo musulmano, con il faccendiere Abdić e l’autoproclamata regione autonoma di Bihać, da dove 35.000 persone si danno alla fuga verso la Krajina e la Croazia.

5 luglio – A Ginevra, il Gruppo di Contatto fa a Izetbegović e a Karadžić quella che vuol essere l’ultima offerta: una suddivisione del territorio con il 49% all’entità serba, che ora ne controlla il 70%, il 51% alla Federazione croato-musulmana, definita “G.d.C. 49-51”. Non sono concesse alternative, in caso di rifiuto scatteranno misure punitive. Il leader serbo-bosniaco Karadžić parla di “mafia internazionale”: “Per quello che ne sappiamo, questo Piano rappresenta per noi un’umiliazione”. Il Premier bosniaco Silajdžić é scettico: “Vorremmo sapere con quali strumenti il Gruppo di Contatto pensa di garantire questo nuovo compromesso perché non si trasformi nel solito pezzo di carta”. Izetbegović dichiara: “Non pensiamo che sia un buon Piano, anzi è cattivo, ma tutte le altre opzioni sono peggiori. Proporremo al Parlamento della Federazione di accettarlo, purché la BiH mantenga le sue frontiere riconosciute e sia salvaguardata la sua integrità e sovranità”.

19 luglio – Mentre Izetbegović accetta il piano del Gruppo di Contatto “49-51”, seppur tra molte riserve, Karadžić lo boicotta attraverso abili mosse, che mettono in luce le divergenze esistenti tra le potenze mondiali. Le truppe serbo-bosniache riprendono il controllo delle alture intorno a Sarajevo e ricominciano con le esecuzioni indiscriminate di civili. I bosniaci si sentono finalmente in grado di contrattaccare con sanguinose offensive nelle zone di Sarajevo e di Tuzla. Si avvalgono degli armamenti forniti dall’Occidente, approfittando dell’allentarsi dei rapporti tra Milošević e Karadžić e della crescente pressione croata che ha cambiato i rapporti di forze sul campo.

27 luglio – Riprendono sia l’assedio a Sarajevo sia gli attacchi ai convogli umanitari. La “pista blu” che attraversa l’aeroporto è chiusa. I cittadini sono risospinti nell’incubo, i cecchini sparano sui tram, i prezzi tornano a lievitare, frenati solo dal tunnel, che permette alle merci di entrare in città. Anche gas ed elettricità, così come l’acqua, ricominciano a incontrare difficoltà di erogazione.

31 luglio – Milošević, con un’intensa attività mediatica, si presenta sempre più uomo di pace e tenta di screditare la politica radicale dei serbi di Bosnia. Dopo aver tentato di convincere Karadžić ad accettare il piano negoziale, il vodz serbo taglia ogni legame istituzionale con i connazionali d’oltre Drina. In realtà, Milošević punta alla fine dell’embargo economico che sta strangolando la RFJ. La società serba vive una fase di polarizzazione sempre più marcata intorno a due figure: quella di “evocazione partigiana” di Milošević e quella a “carattere četnico” di Karadžić. Lo scontro assume livelli alti e coinvolge anche la Chiesa ortodossa e gli ambienti più moderati del nazionalismo serbo, come i futuri leader democratici Zoran Đinđić e Vojislav Koštunica, schierati a favore di Karadžić, mentre Milošević è sostenuto dalla Sinistra parlamentare capeggiata dalla moglie Mirjiana Marković. La resa dei conti si gioca soprattutto al livello dei Servizi segreti di Belgrado e Pale, i quali inaugurano una stagione di uccisioni mirate. Il generale bosniaco Delić annuncia che è tempo di abbandonare la difensiva e passare a una guerra di “liberazione”.

4 agosto – Il Gruppo di Contatto incontra Milošević vicino al confine con la BiH. Il governo di Belgrado annuncia il blocco dei rapporti con la RS di Bosnia e la chiusura del confine.

9 agosto – Il V Corpo d’Armata bosniaco, al comando del generale Dudaković, attacca la provincia autonoma della Bosnia occidentale, la“Sacca di Bihać”. Per tre giorni dopo la presa di Velika Kladuša nessun osservatore internazionale può entrare, le notizie di esecuzioni di prigionieri, di stupri, di uccisioni di bambini davanti agli occhi delle madri, come raccontano alcuni fuggiaschi, non sono mai venute a galla.

21 agosto – Bihać è nelle mani dei bosniaci. In pochi giorni circa 50.000 persone, tutti musulmani, scappano verso la Krajina serba in Croazia, dove sono costretti in condizioni pietose in campi profughi. Di questi musulmani di Bosnia, non legati all’SDA di Izetbegović, i media occidentali si sono occupati in misura irrilevante, magari solo per denigrarli come “traditori”. Probabilmente rappresentano un grande punto interrogativo sulla natura “democratica e pluralista” dello Stato bosniaco, governato dagli ultranazionalisti musulmani dell’SDA. Forse è su questi musulmani, che non sono fuggiti davanti a un esercito serbo-bosniaco, bensì davanti a un esercito “amico” che li ha attaccati perché contrari alla politica governativa, che si può trovare una delle contraddizioni alla base della guerra.

27-28 agosto – Il referendum tra i serbi di Bosnia sancisce con un netto rifiuto, oltre il 90%, il piano di pace del Gruppo di Contatto. Seguono violenti scontri verbali tra le “capitali panserbe”: Belgrado (Serbia), Pale (Repubblica Serba di Bosnia) e Knin (Repubblica autonoma di Krajina).

8 settembre – Rinviata la prevista visita del papa a Sarajevo. Il viaggio è annullato per motivi di sicurezza, anche in seguito alle pesanti minacce di Karadžić.

14 settembre – Con schiacciante maggioranza il Congresso USA dà il via libera alla revoca unilaterale dell’embargo sulla vendita delle armi alla Bosnia.

18 settembre – Si riaccendono gli scontri nella Bosnia orientale e gli attacchi a Sarajevo, dove sono nuovamente tagliate acqua ed elettricità: la capitale è di nuovo sotto assedio. Dal leader serbo-bosniaco Karadžić arriva una nuova minaccia: “Se l’ONU revoca l’embargo alle forniture di armi alle forze governative, i serbi di Bosnia scateneranno la ‘guerra totale’ nei Balcani”.

23 settembre – Spinto dall’atteggiamento collaborativo di Milošević (che ha accettato 135 osservatori scandinavi sul suo territorio) in contrapposizione all’arroganza di Karadžić, il Consiglio di Sicurezza approva le Risoluzioni 942 e 943, condannando il rifiuto serbo-bosniaco al piano di pace. La prima introduce sanzioni economiche contro Pale, la seconda riduce quelle in vigore contro Belgrado da due anni. Le posizioni estreme prese dal governo serbo-bosniaco lo portano a un quasi completo isolamento diplomatico.

3 ottobre – Nuova offensiva delle truppe governative nella Bosnia orientale. Il Rappresentante del Segretario generale dell’ONU Akashi e il capo dell’UNPROFOR, generale Rose, sospettati da qualche tempo di fare il gioco dei serbo-bosniaci, accusano Izetbegović di propagare il fondamentalismo islamico.

6 ottobre – I caschi blu rinvengono, nelle vicinanze di Sarajevo, 20 corpi carbonizzati. Le vittime sono serbe, soldati e infermiere, caduti nelle mani di un plotone di paramilitari musulmani bosniaci. Karadžić minaccia una ritorsione, dichiarandosi intenzionato a togliere l’assenso alle attività delle truppe ONU.

22 ottobre – Con l’Operazione Grmec ‘94, in pochi giorni le truppe governative bosniache riconquistano 250 chilometri quadrati nella zona di Bihać. Il generale bosniaco Dudaković mette a ferro e fuoco i villaggi serbo-bosniaci conquistati, costringendo alla fuga migliaia di civili. A questa offensiva si aggiunge quella dell’HVO croato che, dopo quasi due anni di tregua, riconquista la zona di Kupres, minacciando le comunicazioni tra Banja Luka e Knin. Secondo molti osservatori, le riconquiste territoriali sul campo dimostrano che la sinergia operativa croato-mussulmana comincia a dare i suoi frutti. Irritazione di Francia e Gran Bretagna nei confronti degli USA, accusati di eccessiva ingerenza militare. Milošević, temendo la perdita di importanti territori serbi in Bosnia, riattiva le relazioni con i politici di Pale.

24 ottobre – In seguito all’escalation di tensione tra bosniaci e truppe dell’UNPROFOR, si registra uno scontro a fuoco tra truppe musulmane e caschi blu. Contemporaneamente l’UNPROFOR ha sempre maggiori problemi di coordinamento con la NATO e con lo stesso Gruppo di Contatto, accusato di non comprendere la vera situazione.

2 novembre – Grazie all’afflusso di truppe dalla RFJ dalla Krajina e dalla Slavonia, con l’Operazione Mattina, i serbo-bosniaci riconquistano l’80% del territorio perduto nei confronti delle truppe governative, messe in difficoltà anche dal ritorno dei “secessionisti” di Abdić. Le truppe di Mladić continuano indisturbate la marcia verso Bihać grazie ai sempre più intensi contrasti tra NATO e vertici UNPROFOR, accusato d’essere filo-serbo. Restano intrappolati nella “Sacca” 1.200 caschi blu del Bangladesh.

7 novembre – Il TPIJ emette il primo rinvio a giudizio: contro Dragan Nikolić, comandante del campo di concentramento di Sušica, nei pressi di Vlasenica (Bosnia orientale),, per crimini ai danni dei prigionieri del campo.

11 novembre – Clinton afferma di non considerare più legittimo l’embargo imposto al governo di Sarajevo. Le Monde, riportando voci diplomatiche, afferma che gli USA avrebbero installato su una nave da guerra nell’Adriatico un quartier generale operativo per dare alle truppe di Izetbegović istruzioni tattiche, una decisione che mette a disagio il vertice NATO.
Il TPIJ chiede alla Germania l’estradizione di Dusan Tadić. A inchiodare Tadić sono le testimonianze delle vittime: qualcuno lo ha riconosciuto nonostante il cappuccio nero e ha raccontato di varie torture da lui perpetrate nel campo di Omarska, come quando picchiò tre prigionieri fino a far perdere loro i sensi.

20 novembre – La Risoluzione 958 autorizza la NATO a intervenire nella Krajina e in particolare a Udbina, da dove partono gli attacchi aerei contro Bihać. Per approvarla, la Russia impone l’adozione della 959, che blocca qualsiasi operazione militare musulmana.

23 novembre – Il primo ministro bosniaco Silajdžić denuncia apertamente la politica filo-serba di Francia, Gran Bretagna, Russia e dei vertici dell’ONU. Questo spinge Boutros-Ghali a riconoscere la gravità della crisi politica delle Nazioni Unite nel contesto bosniaco.
Attacchi NATO a postazioni radar serbo-bosniache a Bosanska Krupa, Otoka e Dvor, a siti missilistici che lanciano contro i jet britannici e contro le postazioni di artiglieria che colpiscono Bihać. Per non indebolire il loro profilo, i serbo-bosniaci rispondono prendendo in ostaggio 350 caschi blu e ostacolando il transito degli aiuti umanitari.

27 novembre – Mentre gli USA cominciano a nutrire dubbi sull’efficacia del proprio intervento diplomatico, che ha riacutizzato le tensioni con l’Europa e ha indirettamente rinvigorito le offensive militari serbo-bosniache, a Belgrado i giornali scrivono: “Abbiamo vinto la guerra!”. Aumentano le indicazioni della presenza di mujaheddin tra le forze musulmane. La brigata dei mujaheddin fa capo a Zenica, dove è accampato anche un battaglione turco dell’UNPROFOR e sono concentrate organizzazioni umanitarie islamiche d’ispirazione integralista. L’esistenza di un rapporto tra organizzazioni umanitarie islamiche e i mujaheddin è materia controversa. Un funzionario dell’Alto Commissariato per i rifugiati valuta come nulli i rischi di un’islamizzazione della Bosnia in chiave integralista: “Nella Bosnia sotto controllo serbo o croato non c’è un solo minareto intatto. Qui, dove la maggioranza è musulmana, molte chiese cattoliche e ortodosse sono intatte”.

29 novembre – Croazia e Stati Uniti, a livello dei rispettivi ministri della Difesa, sottoscrivono un accordo segreto di collaborazione militare che contiene una serie di clausole sulla formazione dell’esercito croato e sulla partecipazione di generali USA alla pianificazione, all’armamento, all’intelligence e al supporto logistico. Le clausole prevedono installazione di velivoli spia statunitensi senza pilota sull’isola di Brač, ascolto elettronico del territorio, utilizzo degli aeroporti e porti dell’Adriatico. Gli USA garantiscono impegno diretto nel rafforzamento dell’esercito croato e nella sua preparazione per lo scontro decisivo con i serbi. Presso l’ambasciata USA a Zagabria è istituito un team per fornire assistenza al “Paese amico” con a capo l’ambasciatore Peter Galbraith che, in un’intervista al Večernji List di Zagabria, ammetterà che gli statunitensi sapevano della preparazione dell’Operazione Tempesta (Operacija Oluja), ma negherà la partecipazione diretta USA.
L’Operazione Inverno ‘94 (Operacija Zima ‘94.) in collaborazione tra esercito croato e forze governative bosniache contro l’enclave di Bihać porta alla liberazione di 200 chilometri quadrati di territorio. Si oppone una brigata della VRS, l’esercito della Repubblica Serba di Bosnia.

2 dicembre – A Bruxelles, il Gruppo di Contatto prospetta la costituzione di una confederazione tra Serbia e Repubblica Serba di Bosnia. Izetbegović si indigna per quello che considera un piano di spartizione territoriale del Paese.

14 dicembre – Karadžić presenta un piano di pace in sei punti e sollecita la mediazione di Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti, già mediatore in contesti delicati come Corea del Nord e Haiti. La missione sfocia in una proposta di accordo di tregua tra le parti dal 1° gennaio al 30 aprile 1995.

23 dicembre – Carter si reca a Pale dopo essere stato a Zagabria e Sarajevo e riesce a ottenere un cessate-il-fuoco di quattro mesi, dopo una serie impressionante di smentite tra le parti. Non firmano i serbi della Krajina e le truppe secessioniste di Adbić a Bihać.
A Sarajevo scatta una tregua, come sempre immediatamente disattesa: due bombe colpiscono un mercato. A Osijek, Tuđman non pronuncia parole distensive: “Se riusciremo a riportare i territori occupati della Krajina sotto la sovranità croata, porremo termine al mandato UNPROFOR e dovremo affrontare una guerra di liberazione”.

Sarajevo è assediata da oltre mille giorni.
Nei simboli, nelle relazioni e nella quotidianità, Sarajevo non è più Sarajevo. Il cosmopolitismo, la convivenza, il carattere plurale della popolazione erano fatti concreti, non slogan; erano il carattere intrinseco di Sarajevo come di altre città della BiH. Le città nei loro simboli, nella vita quotidiana e nelle relazioni, erano tutte città plurali.

Gennaio – Il generale britannico Rupert Smith, ex comandante delle Forze speciali di Londra sostituisce sir Michael Rose alla guida dell’UNPROFOR. A Rose i musulmani rimproverano d’essersi schierato a fianco della Repubblica Serba di Bosnia. In un’intervista alla BBC, Butros-Ghali esprime pieno sostegno a Rose, sottolineando come il suo compito non fosse quello di schierarsi a fianco di una delle parti coinvolte, ma quello di guidare una Forza di pace.

12 gennaio – Tuđman, confortato dal sostegno logistico-militare garantitogli in segreto dagli USA, assume un atteggiamento di sfida nei confronti di Belgrado e delle Nazioni Unite: minaccia l’uso della forza per la riconquista dei territori perduti nel ‘91 e dichiara di non consentire ulteriori proroghe alla missione UNPROFOR.

15 gennaio – Il battaglione olandese Dutchbat 3 arriva a Srebrenica per l’avvicendamento semestrale tra militari olandesi. L’unità dispone di 600 uomini, ma solo la metà è preparata per il combattimento; lo comanda il tenente-colonnello Thon Karremans. Appena giunti nella base di Potočari, una fabbrica a cinque chilometri dalla città, sembra una forza formidabile per la difesa dell’enclave. In realtà, la dotazione di armi può definirsi “leggera”, limitata a blindati trasporto truppe e a un sistema filo-guidato controcarro TOW, oltre alle armi individuali. Il Dutchbat porta con sé tutti i problemi decisionali, logistici e organizzativi dei vertici dell’ONU.

5 febbraio – A Monaco si riunisce il Gruppo di Contatto. Il piano di pace che scaturisce dall’incontro, una versione aggiornata del precedente “51-49”, sembra autorizzare, attraverso le previste operazioni di “evacuazione umanitaria” delle enclave protette, la “pulizia etnica” praticata dai serbo-bosniaci. Per questo anche Mazowiecki lo critica aspramente, ribadendo che il piano legittima la “pulizia etnica” con l’avvallo delle cinque potenze.

9 febbraio – Con l’inizio del Ramadan si intensifica l’offensiva nell’enclave di Bihać. Riprendono massicci i bombardamenti su Sarajevo. Gli scontri si riaccendono anche a Goradže, Žepa e Srebrenica, dove sono interrotti i rifornimenti.

13 febbraio – Il TPIJ incrimina 21 serbo-bosniaci, accusati di una serie di atrocità a scopo di “pulizia etnica” contro uomini e donne prigionieri nel campo di concentramento di Omarska. Solo uno degli accusati è in stato di detenzione e non è chiaro se gli altri saranno consegnati alla giustizia. Da Pale le autorità dei serbi di Bosnia fanno sapere che nessuno sarà mai consegnato a L’Aja, ma si dichiarano pronte a celebrare i processi in loco. Il capo d’accusa più grave, il reato di genocidio, è contestato solo al comandante del campo Željko Meakić, ritenuto responsabile di aver ordinato azioni sistematiche miranti all’eliminazione fisica dei musulmani e dei croato-bosniaci. Meakić è ritenuto corresponsabile di omicidi, stupri e torture consumati dai suoi subordinati. Sulla lista figurano i nomi dei due vice di Meakić, Miroslav Kvočka e Dragoljub Prcac, e altri 16 addetti al campo. Per crimini compiuti a Omarska, uno dei tre lager istituiti dai serbo-bosniaci nella regione di Prijedor, il TPIJ ha già incriminato il serbo-bosniaco Dušan Tadić.

28 febbraio – I serbi di Bosnia minacciano di colpire qualsiasi aereo NATO in volo su Tuzla, dopo aver constatato reiterati atterraggi di velivoli militari americani carichi di armi per le truppe governative bosniache. Anche l’UNPROFOR si dichiara contraria a tale attività aerea, che viola l’embargo e mette a repentaglio la sicurezza del personale sul campo. La Russia, coinvolta nel conflitto in Cecenia, per timore di ulteriori rivolte di stampo musulmano nelle altre repubbliche ex sovietiche, decide di riconoscere il governo di Sarajevo.

7 marzo – Il generale Smith, comandante dei caschi blu in Bosnia, a Vlasenica incontra Mladić, che gli annuncia l’intenzione di attaccare le “zone protette”.

16 marzo – La leadership dell’Herceg-Bosna protesta contro la misteriosa scomparsa di Santić, generale della milizia croato-bosniaca sequestrato dall’esercito governativo bosniaco. Da una settimana mancano notizie sulla sua sorte. Un comunicato da Mostar: “Fino a quando non verranno chiarite le circostanze che hanno portato alla scomparsa del generale Santić, la parte croata ha deciso di sospendere tutti i contatti con i partner musulmani della Federazione”.

6 aprile – Ricorre il terzo anniversario dell’assedio di Sarajevo; sono passati 1.097 giorni. Sono oltre 11.000 i morti, di cui più di 1.500 bambini, e 60.000 i feriti, 16.000 i bambini. Tutta la Bosnia conta 150.000 morti, due milioni di sfollati, 20.000 donne stuprate, 200 cessate-il-fuoco regolarmente violati, sei piani di pace abortiti. Il premier Silajdžić denuncia l’atteggiamento occidentale di semplice contenimento del conflitto, complice della strategia di Belgrado. In seguito ai bombardamenti sulla città, s’inaspriscono i rapporti tra ONU e serbo-bosniaci, che ignorano i reiterati appelli al cessate-il-fuoco.
A Sarajevo il rumore dei mortai è quotidiano, mentre i cecchini continuano a mietere vittime: sono almeno una dozzina i morti e i feriti che insanguinano giornalmente l’asfalto della città. L’attività dei diplomatici non riesce a trovare spazi di manovra per far tacere le armi, tutti gli appelli cadono nel vuoto.

8 aprile – A colpi di bombe, i serbo-bosniaci costringono alla chiusura l’aeroporto di Sarajevo, nonostante le minacce del generale Smith.

13 aprile – In seguito ai moniti del generale Smith, Karadžić e Mladić chiedono l’appoggio di Belgrado: in tre notti arrivano da oltre Drina 4.000 uomini e un’imponente dotazione di armi, munizioni e sistemi missilistici.

14 aprile – All’aeroporto di Sarajevo i cecchini serbo-bosniaci uccidono due caschi blu francesi. Parigi chiede una convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza e annuncia che ritirerà i suoi uomini se la tregua non verrà prolungata. Il Washington Post rivela che l’Iran arma i musulmani di Bosnia col consenso dell’amministrazione Clinton, che ammette, seppur a denti stretti.

24 aprile – Karadžić e Mladić sono inseriti nella lista dei criminali di guerra dal TPIJ, ma entrambi sono sostenuti politicamente. Il primo dalla Chiesa ortodossa e dal patriarca Pavle, il secondo dagli ambienti vicini a Milošević.

3 maggio – Lanciati missili Okran dai secessionisti serbi della Krajina su Zagabria: uccise cinque persone, ferite un centinaio. Colpito anche l’aeroporto. È la risposta all’offensiva croata dei giorni precedenti nell’enclave serba. Colpito il Teatro Nazionale, simbolo della cultura croata.
A Sarajevo, i musulmani attaccano su più fronti, specialmente sulle alture dello strategico monte Igman, con la copertura degli aerei NATO, impegnati a colpire obiettivi militari serbo-bosniaci. Verso Srebrenica, i serbo-bosniaci lasciano avanzare i musulmani, chiudendoli in una trappola. In seguito a quest’operazione, i musulmani attaccano i dintorni abitati da serbo-bosniaci.

5 maggio – Chris Guiness, portavoce ONU a Zagabria, esprime “disappunto e rabbia” perché le forze croate violano il cessate-il-fuoco, eseguono operazioni di “pulizia etnica”, trasferiscono prigionieri senza la supervisione dei caschi blu, operano in stato di manifesta ubriachezza. La missione di supervisione UE, tramite il suo portavoce, il francese George Reaumont, dice che tutto si svolge nel rispetto dei diritti umani.

7-8 maggio – Violenti bombardamenti provocano dozzine di morti a Sarajevo. Aumentano gli attacchi ai soldati del contingente ONU francese, che subisce le perdite maggiori.

8 maggio – Il governo olandese apre un’inchiesta a carico dei propri caschi blu di stanza a Srebrenica, accusati di aver gettato caramelle ad alcuni bambini per farli passare su un campo minato. È il primo episodio di una serie di processi alle truppe olandesi in Bosnia.

15 maggio – A L’Aja si apre un’inchiesta sul genocidio attuato in Bosnia, indagati Karadžić e Mladić. Emergono prove del coinvolgimento di mercenari russi e greci nelle fila serbo-bosniache che circondano la capitale bosniaca. Anche il leader serbo del Partito Radicale Šešelj partecipa direttamente all’assedio di Sarajevo come cecchino e si fa riprendere dalle tv mentre spara su alcuni passanti. Paradossalmente la sua sfortunata vittima è un fornaio di origine serbo-bosniaca.

16 maggio – Nuovi e più intensi bombardamenti si abbattono su Sarajevo, le armi pesanti sono sottratte al controllo dell’UNPROFOR. L’urlo delle sirene spinge i cittadini nelle cantine tra le esplosioni. Sono dozzine i feriti, rimangono sul selciato undici morti, tra cui una bambina di 12 anni. I caccia NATO sorvolano a bassa quota le postazioni dell’artiglieria serbo-bosniaca.

18 maggio – Il diplomatico USA Frasure e Milošević stringono una trattativa per una temporanea sospensione dell’embargo, in cambio dell’accettazione del piano del Gruppo di Contatto. Nel giro di un mese le trattative salteranno.

22 maggio – I serbo-bosniaci si riprendono grandi quantità di armi e munizioni dai depositi dell’UNPROFOR e inaugurano la tattica delle estorsioni. Karadžić dichiara che il personale delle Nazioni Unite sarà trattato da nemico.

24 maggio – Scatta l’allarme chimico a Sarajevo. Secondo un portavoce UNPROFOR i serbo-bosniaci usano bombe al fosforo. Radio Sarajevo annuncia: “Preparatevi contro il pericolo radioattivo e biologico”. Il comandante del contingente ONU minaccia serbi e musulmani bosniaci di far intervenire i caccia della NATO se non saranno ritirate le armi pesanti.

25 maggio – A Tuzla, una granata lanciata dai miliziani serbo-bosniaci uccide 71 giovani, tra cui molti studenti.
Il generale francese Janvier raccomanda al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in un’audizione a porte chiuse, di ritirare i caschi blu dalle zone protette di Srebrenica, Žepa e Goražde perché a parer suo le forze bosniache presenti sono “sufficienti”.
Quattro aerei F-16 USA e due F-18 spagnoli, decollati da Aviano, distruggono con bombe a guida laser depositi di armi serbo-bosniaci a Jahorinski Potok, presso Pale. La rappresaglia serbo-bosniaca non si fa attendere: bombardate Tuzla, Goražde, Srebrenica, Bihać e Sarajevo. Una sessantina i morti.

26 maggio – Attacchi NATO su Pale, distrutti sei bunker. Oltre 200 caschi blu sono presi in ostaggio e utilizzati come “scudi umani” davanti alle postazioni serbo-bosniache, affinché non possano essere attaccate dagli aerei NATO. Solo a Sarajevo 24 caschi blu sono presi in ostaggio e incatenati davanti a possibili bersagli dei raid NATO. Le foto fanno subito il giro del mondo.

27 maggio – Mladić lancia un assalto contro punti di osservazione ONU al ponte Vrbanja a Sarajevo. A mezzogiorno, la radio serbo-bosniaca trasmette l’ordine di Mladić: “Impiegare i membri dell’UNPROFOR catturati e gli altri cittadini stranieri, che si sono comportati da nemici del popolo serbo, davanti ai posti di comando, ai depositi, agli obiettivi possibili”. Jovan Zametica, portavoce di Karadžić, dichiara: “L’ONU in questa particolare situazione decide di assumere un assassino, chiamato NATO. È un sicario. Se la NATO vuole continuare con i suoi bombardamenti allora saranno uccise le truppe ONU qui sul campo, perché noi abbiamo posizionato le truppe ONU e gli osservatori in potenziali obiettivi che la NATO potrebbe colpire. La Comunità Internazionale dovrà pagare un prezzo molto alto. E non ci si fermerà qui”.

28 maggio – Abbattuto l’elicottero del Ministro degli Esteri bosniaco Ljubijankić, mentre vola verso Zagabria, sorvolando la Krajina occupata dai serbi. Colpito da un missile terra-aria cade al suolo, nell’impatto muoiono il ministro e i funzionari a bordo. All’agenzia Iskra i serbi dichiarano che il velivolo è stato colpito per aver violato lo spazio aereo della Repubblica di Krajina.

29 maggio – I serbi continuano a prendere caschi blu in ostaggio, complessivamente sono 374. Dall’inizio della missione UNPROFOR sono stati uccisi nella ex Jugoslavia 155 caschi blu.

30 maggio – Lungi da atteggiamenti distensivi, Tuđman celebra il Giorno della Patria con un’imponente parata.
Il Consiglio di Sicurezza pubblica un documento in aperta contraddizione con la Risoluzione 819, che istituiva le “aree protette”, riportando una proposta del rappresentante dell’ONU Akashi sul possibile ritiro dei caschi blu dalle enclave di Srebrenica, Žepa e Goradže. I serbo-bosniaci interpretano tale decisione come un via libera alla conquista di queste zone.

1° giugno – A Srebrenica il comando serbo-bosniaco, forte del documento ONU del 30 maggio, intima ai caschi blu olandesi di ritirarsi da una postazione strategica. Gli olandesi rifiutano. Contemporaneamente, il governo di Sarajevo ordina al comandante della difesa della città, Naser Orić, di ritirarsi verso Tuzla insieme a 80 uomini.

3 giugno – I Ministri della Difesa dei Paesi NATO e UE che partecipano all’UNPROFOR, riuniti a Parigi, annunciano la creazione della Rapid Reaction Force (Forza di Reazione Rapida, FRR). Sarà composta da 12.500 soldati britannici, francesi e olandesi, col compito di proteggere i caschi blu e sarà comandata dal generale Janvier.
Il Piano d’azione 40-104 prospetta un intervento massiccio della NATO in Bosnia: soldati, armi e munizioni sono spostati in Italia e Germania per un attacco. Clinton accantona l’ipotesi di un intervento dei Marines dopo aver verificato l’ostilità del Congresso. A Belgrado l’opinione pubblica confida nelle manovre diplomatiche di Milošević. A Srebrenica, le truppe serbo-bosniache attaccano il posto di osservazione OP Echo, prendono in ostaggio i caschi blu olandesi e li costringono al ritiro.

4 giugno – Incontro a Mali Zvornik tra i generali Janvier, Mladić e Perišić dell’Armata federale senza informare il comandante UNPROFOR Smith, sostenitore della fermezza verso i serbo-bosniaci. Si tratta segretamente per la cessazione dei raid NATO e la liberazione dei caschi blu sequestrati?

5 giugno – Sarajevo è stretta nella morsa dell’assedio, di nuovo al buio, senza acqua né gas, il ponte aereo sospeso, i convogli umanitari confiscati dai miliziani serbo-bosniaci, le scorte alimentari si stanno rapidamente esaurendo. Cento tonnellate di farina sono bloccate all’aeroporto. L’UNHCR informa che le riserve alimentari non superano il 15% del fabbisogno. Kemal Mesac, direttore del panificio cittadino, dichiara: “Stiamo vivendo la crisi alimentare più grave degli ultimi mesi: dai 95.000 pezzi di pane al giorno, siamo passati agli odierni 45.000; molto presto i forni potranno lavorare solo ogni due giorni”. Karadžić dichiara: “Solo noi possiamo aprire un corridoio umanitario sul nostro territorio”.

7 giugno – Nuovi bombardamenti sulla città prostrata. Carri armati serbo-bosniaci manovrano sulle colline intorno a Sarajevo, mentre i bosniaci si preparano a sfondare il fronte dell’assedio. Il sindaco di Sarajevo Kupusović dichiara: “Se l’UNPROFOR non è in grado di aprire una breccia per fare entrare gli aiuti umanitari, ci penseremo noi. Sarajevo è stufa della diplomazia dell’immobilismo, perché questo significa lo strangolamento della città e favorisce solo la strategia dei serbi”. I miliziani serbo-bosniaci liberano 108 ostaggi delle Nazioni Unite, ancora una volta con la mediazione di Belgrado.

10 giugno – Il Consiglio di Sicurezza trasforma la UNPROFOR in UNPF – United Nations Peacekeeping Force. Decisione che lascia invariati i compiti dei caschi blu: solo le targhe dei veicoli sono adeguate alla nuova Risoluzione.

13 giugno – Karadžić annuncia la liberazione di tutti gli ostaggi, ma ne mancano ancora 31. La pista che attraversa il monte Igman è chiusa, in città la popolazione è di nuovo nei rifugi, le granate cadono sulle strade deserte, all’ospedale di Koševo le schegge uccidono tre pazienti, già feriti nei giorni precedenti. Susanna Agnelli, Ministra degli Esteri italiana, si reca a Belgrado e propone una mediazione al governo serbo, affermando: “Credo nella sincerità di Milošević. Mi sembra pronto a riconoscere la Bosnia Erzegovina nei suoi confini”.

16 giugno – L’Esercito bosniaco (Armija BiH) lancia un’offensiva per la liberazione di Sarajevo. Coperti da una nebbiolina leggera, 20-30.000 fanti bosniaci vanno all’assalto nel tentativo disperato di spezzare il fronte.

18 giugno – Ennesima strage di civili a Sarajevo. Una granata uccide nove persone e ne ferisce 14 mentre fanno la fila per prendere acqua Si ripropone la necessità dell’intervento internazionale e si evidenziano le divergenze tra le potenze europee e gli USA. Anche il ruolo delle Nazioni Unite è sempre più dubbio.

19 giugno – L’inviato speciale dell’ONU Akashi assicura ai serbo-bosniaci che l’arrivo delle unità della FRR non influirà sulla missione originale: creare e mantenere la pace. Questi confusi segnali non sortiscono sui serbo-bosniaci il deterrente sperato; al contrario, concentrano sulle aree “protette” il loro interesse.

21 giugno – Cinque morti e due feriti tra i ricoverati dell’ospedale di Koševo; cinque i feriti in un mercatino semi-deserto; a Dobrinja sei giovanissime, dopo una giornata passata in cantina, escono a prendere un po’ d’aria sulla porta di casa: sono centrate da una granata. L’offensiva bosniaca è interrotta, le truppe si ritirano e un convoglio umanitario con 120 tonnellate di farina entra in città.

28 giugno – Per una granata serbo-bosniaca contro la sede della tv bosniaca muoiono cinque persone, 40 i feriti, tra cui giornalisti provenienti da tutto il mondo.
A Bruxelles, la NATO approva un piano per il richiamo dei caschi blu dalla Bosnia: in caso di richiesta tutto è pronto per inviare in 4-6 settimane 60.000 uomini per coprire il ritiro dell’UNPF.

30 giugno – Granate su un mercatino di Sarajevo uccidono quattro persone. Il governo bosniaco respinge Akashi, dichiarandolo persona “non gradita”. La leadership di Sarajevo critica fortemente l’ONU per la mancata difesa delle aree “protette” e per il mancato rifornimento della capitale. A Bonn, il parlamento approva il piano di Kohl per l’invio di aerei Tornado a sostegno delle forze ONU in Bosnia. Per la Germania è il primo dispiegamento di forze in zona di guerra dal secondo conflitto mondiale.

Luglio – Parte anche l’offensiva di terra contro Srebrenica. Quindici caschi blu sono presi in ostaggio. La NATO minaccia raid aerei.

3 luglio – Nell’enclave di Srebrenica le condizioni di vita sono al limite: si soffre la fame, mancano le medicine, l’acqua, la corrente elettrica. Gli uomini si avventurano nei villaggi circostanti alla ricerca di cibo, rischiando la vita. La gente vende tutto ciò che ha ai soldati ONU in cambio di cibo. Racconta un testimone: “Vendevano benzina, sigarette, cibo a prezzi altissimi, l’unica cosa a buon mercato era l’immondizia: chiudevano la loro spazzatura in sacchi e li vendevano a dieci marchi l’uno. La gente crepava di fame, i sacchi se li comprava, eccome!”.

4 luglio – Boutros-Ghali annuncia che la FRR è sottoposta alle direttive dell’UNPF e ne sancisce così l’ingessamento.
A Srebrenica salgono i livelli della crisi umanitaria: alcuni elicotteri governativi sono abbattuti dalle truppe di Mladić, che riprendono il bombardamento della città. I bosniaci rispondono, attaccando e bruciando villaggi a maggioranza serba.

6 luglio – Forte bombardamento nella notte su Srebrenica. Di fronte a un’assoluta incomprensione degli eventi da parte della Comunità Internazionale, l’UNPF nega sia un intervento difensivo sia la consegna di armi alla resistenza musulmana. Una prima richiesta di appoggio aereo da parte del colonnello Karremans, comandante del contingente ONU, viene rifiutata. Nonostante le reiterate richieste di aiuto da parte delle autorità locali e del governo di Sarajevo, le truppe olandesi, messe in una condizione di inazione, si ritirano. In città confluiscono molti rifugiati dalle zone circostanti. Nei giorni a seguire, i cinque posti di osservazione UNPF dell’enclave cadono in mano dei serbi di Bosnia. Alcuni soldati olandesi si ritirano nel compound, altri posti di osservazione si arrendono. Le forze di difesa bosniache, sotto un fuoco pesante, sono spinte verso la città. Col crollo del perimetro sud, circa 4.000 musulmani, raccolti in un complesso svedese per rifugiati, fuggono verso Srebrenica.

7 luglio – Seconda notte di bombe su Srebrenica: cadono 275 granate.

8 luglio – Trenta caschi blu olandesi vengono catturati dalle truppe di Mladić, dopo che tutti i posti di osservazione ONU nei dintorni di Srebrenica sono stati attaccati. Solo sette verranno liberati dopo una breve trattativa, le armi individuali sequestrate. A un posto di blocco dell’esercito bosniaco ha luogo uno scontro con i soldati musulmani, che li accusano di violazione del compito di difendere la città. Un casco blu olandese viene ucciso dai bosniaci: da questo momento i rapporti tra olandesi e bosniaci si inaspriscono.

10 luglio – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna fermamente gli avvenimenti di Srebrenica. Il vertice dell’UNPF garantisce ai musulmani che interverrà a loro sostegno, ma, in seguito alle minacce di Mladić di uccidere i caschi blu presi in ostaggio e all’invito di Chirac di non sparare contro i serbo-bosniaci, si registra l’ennesima dimostrazione di debolezza dei soldati olandesi a causa dei lacunosi e contraddittori ordini. A mezzanotte, il colonnello olandese Karremans annuncia alle autorità di Srebrenica il prossimo inizio dei raid della NATO, che non avverranno, e invita il comando militare bosniaco a smantellare la linea di difesa della città al fine di creare una fascia di sicurezza, garantita dal presidio ONU. Tale atto permetterà all’esercito serbo-bosniaco di non incontrare resistenza organizzata al momento dell’attacco finale.

11 luglio – La Vojska republike srpske (VRS, l’esercito della RS) si avvicina ad alcune centinaia di metri dalla città; il comando del battaglione olandese contatta il comando ONU e chiede spiegazioni sulla mancanza degli attacchi aerei. L’ufficiale di servizio risponde che il modulo per il supporto aereo non è stato compilato correttamente. A mezzogiorno è chiaro che le forze dell’Armija BiH non possono più difendere la città. Dopo reiterate insistenze, due tank serbo-bosniaci vengono colpiti dagli F-16 olandesi. Altri due aerei tornano indietro senza portare a termine la missione. Mladić minaccia come ritorsione la distruzione della città, la NATO promette che non attaccherà più le truppe serbo-bosniache. Il mediatore ONU Akashi, chiamato “piccolo topo” dai contendenti, non fa intervenire altri aerei NATO. Grazie al ritiro delle truppe bosniache preposte alla difesa della città, le milizie al comando di Mladić sfondano ogni resistenza e imperversano nel centro di Srebrenica. La popolazione in preda al panico fugge verso Potočari, dove si trova il comando del Dutchbat, il battaglione olandese. Srebrenica, proclamata dall’ONU “zona protetta”, cade nelle mani dei serbo-bosniaci. Nel tardo pomeriggio Mladić fa una passeggiata trionfale per le strade deserte di Srebrenica, ripreso dal giornalista serbo Zoran Petrović. Alle 20.30, all’Hotel Fontana di Bratunac, si tiene un incontro fra i rappresentanti del VRS e del battaglione dell’ONU. L’incontro è interrotto e ne viene indetto un altro per le 23.00, al quale dovrebbero partecipare anche i rappresentanti delle autorità civili di Srebrenica. Mladić comunica che radunerà i pullman per l’evacuazione della popolazione civile e promette una tregua fino alle 10.00 del giorno seguente, quando si dovrebbe tenere un altro incontro.
Nei villaggi di Jaglići e Šušnjari si raccolgono, a seconda delle diverse valutazioni, fra i 10 e i 15.000 civili, che iniziano una marcia verso Tuzla. Il numero dei profughi radunatisi a Potočari è di 17-25.000 persone. Molti civili seguono il ritiro dei caschi blu, nella speranza di ricevere difesa e assistenza, ma solo a una piccola parte è permesso entrare nel compound. Secondo quanto riportato da una successiva inchiesta del Ministero della Difesa olandese, almeno una quindicina di civili sono travolti dai blindati dei caschi blu in preda al panico. Un soldato olandese uccide due militari bosniaci che tentano di impedirgli la fuga. Testimonianze affermano di suicidi di civili per non cadere nelle mani delle truppe serbo-bosniache. I soldati olandesi consegnano spontaneamente alle truppe di Mladić 14 blindati, 18 jeep, un camion, sei mortai, 18 mitragliatrici, oltre a un numero imprecisato di armi leggere, giubbotti antiproiettile, elmetti e berretti blu delle Nazioni Unite. Nei giorni successivi, colonne di civili in fuga si arrenderanno ai loro carnefici proprio perché ingannati dalle divise ONU indossate dai miliziani di Mladić.

12 luglio – Alle 10.00 si tiene il terzo e ultimo incontro fra i rappresentanti di VRS e UNPF e le autorità civili di Srebrenica. A questo incontro sono rappresentati anche i profughi da Srebrenica. Mladić (a nome del VRS è presente il generale Krstić), comunica di voler compiere un controllo di tutti i maschi di età compresa fra i 12 e i 76 anni, assicurando che i civili saranno trattati secondo la Convenzione di Ginevra. In realtà, le atrocità e le esecuzioni a freddo sono già iniziate. In tutto il mondo verranno diffuse le immagini del brindisi tra Karremans e Mladić, mentre questi detta il suo ultimatum al comandante olandese. Dopo quest’incontro, forze della VRS entrano a Potočari e circondano la massa dei civili, sistemata nei capannoni della fabbrica, sede del comando olandese. Alle 12-00 circa i primi convogli con i profughi iniziano a lasciare Potočari. I militari della VRS iniziano a separare gli uomini da donne e bambini. Molti civili vengono uccisi davanti alle postazioni delle Nazioni Unite. La deportazione della popolazione civile dura per tutto il giorno. Gli uomini, separati dal resto della popolazione, vengono trasportati a Bratunac e rinchiusi in un hangar; più di 50 vengono portati fuori e uccisi sommariamente. Tra la fabbrica di zinco e la Alijina kuća, militari della VRS ammazzano 80-100 musulmani bosniaci. Portano via i corpi con dei camion. Altri prigionieri vengono trasferiti nel villaggio di Grbavci, vicino a Zvornik, e rinchiusi nella scuola locale.
La “colonna mista” di soldati e civili, che tentava di farsi strada fino a Tuzla, cade in un’imboscata. Tra Vlasenica e Zvornik, a Konjević Polje: alcune migliaia si arrendono o vengono fatti prigionieri. Un distaccamento della VRS cattura 16 musulmani bosniaci della colonna in ritirata da Srebrenica, li porta sulla sponda del fiume Jadar e con procedura sommaria ne uccide 15 su 16. Nelle prime ore del pomeriggio, militari della VRS trasferiscono circa 150 musulmani bosniaci, tutti maschi, in una strada a circa tre chilometri da Konjević Polje, li uccidono e li seppelliscono con macchine per il movimento terra. Un gruppo di 2.500-3.000 prigionieri rinchiusi nel campo sportivo di Nova Kasaba è portato a Bratunac; la mattina seguente questo gruppo sarà trasferito a Pilica. Militari della VRS uccidono oltre 1.000 musulmani maschi in un deposito nel villaggio di Kravica. Militari della brigata Vlasenica del Drinski korpus separano gli uomini dei convogli che arrivano da Potočari e li rinchiudono nella scuola di Tišća; caricano su un camion 25 uomini, li portano in un pascolo nelle vicinanze e li fucilano. Poco dopo mezzanotte, 20.000 profughi di Srebrenica tentano la fuga verso Tuzla, nella speranza di percorrere indenni gli 80 chilometri di territorio boschivo minato.

13 luglio – In una folle atmosfera di esaltazione collettiva, le truppe di Mladić realizzano a Potočari e nei territori circostanti Srebrenica una delle più atroci operazioni criminali del ‘900. Centinaia di donne vengono stuprate. Migliaia di uomini uccisi dopo aver subìto maltrattamenti di ogni tipo, i corpi gettati in fosse comuni. Le truppe di Mladić attaccano la colonna di fuggitivi verso Tuzla in una serie di imboscate, hanno luogo immediate esecuzioni di massa. Le case sono date alle fiamme. Le esecuzioni di massa continuano per giorni, addirittura fino al 22 luglio, nei boschi in direzione di Tuzla. Mentre la Comunità Internazionale continua a temporeggiare e ad affidarsi a Risoluzioni, come la 1.004, senza alcuna validità concreta, il quotidiano inglese The Indipendent scrive: “È il fondo del fondo dell’umiliazione per le Nazioni Unite”.
Nel corso della giornata il presidente francese Chirac ha un colloquio telefonico con l’omologo americano Clinton per fare il punto sulla mattanza in corso a Srebrenica, che richiede, secondo Parigi, un intervento armato per rioccupare l’enclave e ricacciare le bande agli ordini di Mladić. Chirac, preoccupato delle sorti dei musulmani, afferma che la Francia è pronta a offrire mezzi e uomini per la missione. Clinton, visibilmente imbarazzato, risponde con ampie e fumose precisazioni, affermando di temere, in caso di intervento, uno “scenario vietnamita”. La risposta di Chirac forse non è troppo diplomatica, tanto che nel documento è censurata: è evidente che Srebrenica e i suoi abitanti potevano essere salvati. A novembre saranno pubblicate alcune foto degli aerei spia USA che dimostrano come, già in questa fase, i vertici UNPF fossero al corrente di quanto stava avvenendo a Srebrenica e dintorni.

14 luglio – Terminata la “pulizia” di Srebrenica, le truppe serbo-bosniache tentano di conquistare anche Žepa, altra “zona protetta”, ma la resistenza della città si rivela più organizzata del previsto. I bosniaci minacciano di utilizzare i 79 caschi blu ucraini, che la presidiano, come “scudi umani” se la NATO non interverrà. Nel frattempo, sull’altra sponda serba esterna alla madrepatria, la Repubblica della Krajina, inizia l’Operazione Terra Bruciata da parte dei serbi di Knin, che attaccano l’enclave di Bihać, anche grazie al sostegno militare di Belgrado.

15 luglio – Karadžić afferma: “Le enclave musulmane non sono accettabili e le faremo scomparire, se necessario, con la forza. Siamo padroni di questa terra da molti secoli, non abbiamo cominciato noi la guerra”. I serbo-bosniaci attaccano ancora Žepa. Gli USA decidono di inviare elicotteri da combattimento a difesa di Goražde. Oltre alle truppe regolari serbe sul posto operano le Tigri di Arkan, estremisti specializzati in “pulizia etnica”. Polemiche tra Francia e Gran Bretagna dopo la minaccia di Chirac di ritirare i soldati francesi in mancanza di un piano preciso per difendere le “zone protette”.

16 luglio – L’enclave di Žepa è sottoposta a un intenso attacco da parte delle brigate serbo-bosniache.

17 luglio – Giungono le prime notizie sul massacro di Srebrenica e Potočari attraverso le testimonianze dei fuggitivi e dei militari olandesi: si parla di 15.000 civili partiti, mentre poco più di 5.000 hanno raggiunto l’area controllata dal governo di Sarajevo. Stime parlano di almeno 8.000 vittime, molte delle quali gettate in fosse comuni. È il più grande massacro di civili dalla fine della Seconda guerra mondiale in Europa. L’opinione pubblica internazionale è sconvolta e le responsabilità dell’eccidio sembrano condivise tra gli americani, che avrebbero potuto fermare il massacro sulla base delle proprie rilevazioni satellitari, e i caschi blu olandesi, che non hanno sparato neanche un colpo, accusati entrambi di aver agevolato il lavoro di “selezione” operato dai serbo-bosniaci. Su Izetbegović ricade il sospetto di aver ceduto alle pressioni di Karadžić e di aver avallato la presa di Srebrenica in cambio dell’alleggerimento della morsa su Sarajevo, ritiro degli ufficiali di Naser Orić compreso. Nemmeno i diari di Mladić chiariscono le vicende della più grave strage della guerra bosniaca. Le pagine che riguardano quel periodo sono state strappate, in quelle rimaste si leggono le preoccupazioni dei diplomatici stranieri, che chiedono informazioni al generale circa “alcune voci” su atrocità, massacri e stupri. La stima aggiornata delle vittime si avvia a superare quota 10.000. A Konjević Polje, 200 bosniaci musulmani vengono uccisi a sangue freddo dopo essersi arresi alle truppe di Mladić.

19 luglio – Un bombardamento delle truppe di Mladić causa la morte di due caschi blu francesi e suscita le ire di Chirac, che minaccia ritorsioni. Clinton, da un lato per il timore di essere superato dalla risolutezza del nuovo presidente dell’Eliseo, dall’altro per la necessità di apparire in buona luce in vista delle elezioni presidenziali, rafforza i propositi interventisti. Un comunicato dell’UNPF ammette: “Ormai non vi è più la possibilità di difendere nessuna delle zone protette”.

20 luglio – L’enclave di Žepa cade in mano serbo-bosniaca.I caschi blu ucraini trattano per la loro incolumità. Nei pressi del villaggio di Mečeš, una colonna di profughi di Srebrenica, composta da circa 350 civili, è intercettata da militari serbo-bosniaci e bloccata: 150 sono uccisi.

21 luglio – Durante un summit a Londra riemergono le contraddizioni della Comunità Internazionale. I cinque Paesi del Gruppo di Contatto, più quelli che hanno contingenti sul territorio, decidono di affidare la protezione dell’enclave di Goražde alla deterrenza aerea. Il Premier britannico Major continua a confidare nella soluzione diplomatica, gli USA premono per un intervento contro le truppe serbo-bosniache. Clinton riesce a convincere Boutros-Ghali sull’opportunità di eliminare il sistema della “doppia chiave”. D’ora in poi gli attacchi contro le postazioni serbo-bosniache possono essere decisi senza l’autorizzazione dell’ONU.

22 luglio – In risposta ai nuovi attacchi contro Bihać, i governi di Sarajevo e Zagabria stringono un ulteriore accordo per un’azione contro le truppe di Mladić e danno il via all’Operazione Estate ‘95 (Operacija Ljeto ‘95.). Le truppe croate, partendo dalla vallata di Livno, occupano 700 chilometri quadrati di territori strategici in quanto corridoio di comunicazione tra Banja Luka e Knin. Contemporaneamente, le truppe governative bosniache, sostenute dalla fornitura di armi provenienti dal mondo islamico, attaccano nella zona di Bugojno. La Repubblica della Krajina è accerchiata e deve ricorrere alla chiamata alle armi di minorenni e donne per far fronte all’offensiva croato-musulmana. Le frange più estreme del nazionalismo panserbo accusano i rappresentanti di Zagabria, di Belgrado, nonché lo stesso Mladić, di aver pattuito lo scambio tra Goradže, passata alla RS, e la Krajina, abbandonata al suo destino. Karadžić esautora Mladić proprio mentre Milošević annuncia di considerare autonomi i serbi della Krajina, rilanciando la sua immagine di uomo di pace.

24 luglio – Un improbabile e incredibile ultimatum delle Nazioni Unite minaccia i serbo-bosniaci “in caso di attacco alle aree protette”. La strage di Srebrenica fa infuriare Milošević, che dice a Mladić: “In quanto comandante dell’esercito devi avere una visione politica”.
Si presume che nel campo di prigionia di Kamenica, presso Zavidoviči, in Bosnia, gestito dai mujaheddin, sia stato decapitato un soldato serbo-bosniaco e che altri prigionieri siano stati costretti a baciare la testa recisa, poi appesa a un gancio. I prigionieri del campo sono torturati e picchiati quotidianamente: “Alcuni ricevevano scariche elettriche e altri pativano dolori terribili dovuti all’uso di tubi flessibili sotto pressione attaccati alle gambe”.

25 luglio – Il TPIJ formalizza le accuse contro il Presidente serbo-bosniaco Karadžić, il generale Mladić e il leader serbo della Krajina Martić per crimini contro l’umanità, gravi violazioni della Convenzione di Ginevra e crimini di guerra. USA, Francia e Gran Bretagna lanciano un ultimatum a Mladić: “Nuovi attacchi serbi contro le zone di sicurezza ONU verranno puniti con bombardamenti aerei della NATO”.

27 luglio – Le truppe serbo-bosniache conquistano il centro della “zona protetta” di Žepa; ai civili è garantita la salvezza sotto scorta delle truppe ucraine dell’ONU verso i territori controllati dal governo bosniaco, ma sono rimaste solo donne e bambini.
Sconcertato dall’atteggiamento della Conferenza di Londra, che ha accettato le nuove conquiste serbe sulla Drina nonostante i massacri (Srebrenica in primis), l’inviato speciale della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Tadeusz Mazowiecki, con gli occhi lucidi, annuncia le dimissioni. Il suo ultimo rapporto di 38 pagine denuncia gli orrori di Srebrenica, riassumendo le violenze, le sevizie, i saccheggi, le esecuzioni sommarie raccolte nell’arco di tre anni e l’incapacità dell’Occidente di assumersi le proprie responsabilità nei confronti della guerra, in particolare per la mancata difesa delle “aree protette”.

29 luglio – I croati attaccano la parte sud dell’Erzegovina. Le forze croato-bosniache, affiancate da unità dell’esercito regolare croato, arrivano a Bosansko Grahovo, a 30 chilometri da Knin, la roccaforte serba della Krajina. Tensioni USA-Russia per l’intervento croato in Krajina.

30 luglio – L’esercito croato e i croato-bosniaci occupano Glamoć che, con Bosansko Grahovo, permette di colpire Knin con l’artiglieria. Nella Krajina scatta la mobilitazione e il coprifuoco. Giungono rinforzi serbo-bosniaci da Bihać; dalla zona fuggono circa 20.000 civili.
Crescono i timori per la sorte delle migliaia di desaparecidos di Srebrenica. Il Comitato della Croce rossa fa sapere di aver trovato in due campi di prigionia serbo-bosniaci soltanto 164 dei 7.000 uomini che l’ONU calcola siano scomparsi dall’enclave caduta.

3 agosto – A Ginevra falliscono i negoziati tra le autorità croate e i serbi della Krajina. Bombardate città croate al confine, come Gospić. Bombardate Bosansko Grahovo e Glamoć, in palese violazione della no-fly-zone, ma gli aerei NATO non intervengono. Mladić informa l’ONU di aver ucciso il colonnello Palić, comandante bosniaco della difesa di Žepa: “Palić è stato ucciso in seguito a un impasse delle trattative. […] Si era offerto come garante per la salvezza dei civili”.

4 agosto – Alle 5.00 l’esercito croato lancia l’Operacija Oluja (Operazione Tempesta) per la riconquista dei territori della Krajina. Le forze ONU vengono avvertite che sta per iniziare un’operazione per “ristabilire la Costituzione, la legge e l’ordine”. Un esercito di 200.000 uomini, di cui 120.000 mobilitati nei giorni precedenti, rioccupa il territorio, ripulendolo dell’intera popolazione, che abbandona i campi, le case, ogni bene, perfino pasti sulla tavola, per raggiungere con auto, trattori e altri mezzi la Bosnia e la Serbia. Si oppone una forza serba a malapena di 60.000 uomini, di cui 20.000 inadatti alla battaglia. Mentre le artiglierie e i carri armati sputano sui serbi tonnellate di granate e dal cielo li martellano gli aerei della NATO, decollati dalla portaerei Roosevelt nell’Adriatico, Radio Zagabria diffonde un ipocrita messaggio di Tuđman, che invita le popolazioni serbe a restare nelle loro case e a non aver paura. Coloro che accolgono l’invito finiscono di lì a poco trucidati. Molti vengono uccisi lungo la strada, mitragliati da terra e dal cielo o vittime di sassaiole e linciaggi mentre attraversano i territori croati. L’operazione si rivela la più imponente, in termini di impiego di uomini e mezzi, dall’inizio del conflitto. Le milizie di Knin, impreparate all’attacco, si ritirano verso Banja Luka. Le agenzie di stampa diffondono una foto di Tuđman in una ridicola divisa bianca ornata da orpelli dorati, decorazioni e simboli croati, tanto che l’Economist vi aggiunge la didascalia “Napoleon Tuđman”.

5 agosto – A Sarajevo, all’odierna conferenza stampa dell’ONU, risponde il delegato dell’UNHCR, appena arrivato da Žepa, dove era incaricato di coordinare l’evacuazione dell’enclave. Uomo asciutto, voce bassa, spiega ai giornalisti: “Siamo arrivati a Žepa il 26 luglio per organizzare l’evacuazione dei civili. Tre giorni più tardi le milizie serbo-bosniache sono entrate nell’enclave”. Non sa dire quante abitazioni private siano state bruciate, ma afferma che “non mi è sembrato un saccheggio organizzato, ma solo un’azione spontanea da parte di truppe indisciplinate”. Dichiara che l’UNHCR ha evacuato “circa 6.000 persone dall’enclave”, ma di queste “ne sono state sottratte al nostro controllo dalle 1.000 alle 1.500”, portate “presumibilmente oltre il fiume Drina”. Nessuna notizia del sindaco di Žepa, del quale il delegato UNHCR si limita a dire che “è stato arrestato”.
L’Armata croata HVO nello stesso giorno si rende protagonista di una delle operazioni di “pulizia etnica” più rilevanti di tutto il periodo 1991-1995. Nella Krajina, le milizie croate del generale Gotovina, spesso drogate e ubriache, compiono, nei giorni e nelle settimane successive, atrocità contro i civili serbi rimasti. Le truppe di “liberazione” entrano nelle deserte cittadine di Drniš, Vrlika, Kijevo, Benkovac, in certi punti superano persino il confine bosniaco.
Si stima che 200-250.000 serbi siano obbligati alla fuga davanti all’esercito croato. I fondati timori di una “contro-pulizia etnica”, unitamente alla martellante propaganda delle radio serbe, costringono alla fuga migliaia di civili serbi. Secondo Amnesty International, tutte le case abitate dai serbi sono saccheggiate, un terzo dato alle fiamme e interi villaggi distrutti. Gli 8.000 chilometri quadrati della Krajina, della Slavonia occidentale e della Dalmazia tornano sotto il controllo croato dopo quattro anni, anche grazie agli accordi segreti tra Zagabria, Belgrado e Washington. Nonostante gli appelli del leader serbo della Krajina Martić e di quello serbo-bosniaco Karadžić, Milošević ordina all’Armata federale di rimanere inattiva di fronte all’offensiva croata, che sfonda ovunque e conquista Knin, dove vengono catturati anche 200 soldati ONU. Le reazioni all’Operazione Tempesta sono molteplici e differenti: mentre Russia e Unione Europea condannano l’offensiva, gli USA dichiarano di comprenderla e giustificarla perché elemento decisivo per la stabilizzazione dei Balcani. Si prospetta una divisione del territorio bosniaco tra la parte serba e quella croato-musulmana. Un ufficiale di collegamento croato racconta alla stampa che alcune settimane prima il generale Vuono della MPRI ha avuto un incontro segreto nell’isola di Brioni con il generale Červenko, capo di Stato maggiore croato, l’architetto della campagna di Krajina. Nei giorni che hanno preceduto l’attacco si sono tenute almeno dieci riunioni tra il generale Vuono e gli ufficiali croati che pianificavano l’operazione. Il 5 agosto, giorno della presa della capitale della Repubblica Serba di Krajina, diventa festa nazionale in Croazia.

6 agosto – Nella Knin conquistata dalle milizie croate sono centinaia i morti, decine le case distrutte, 30.000 i civili serbi che fuggono.
Il generale musulmano Dudaković ordina di incendiare i villaggi serbi della Krajina occidentale. Radio Zagabria annuncia che “la cosiddetta Krajina” non esiste più. Proprio a Knin il 17 agosto ‘90 iniziava la ribellione dei serbi di Croazia contro le autorità di Zagabria e migliaia di croati furono cacciati dalle loro case o uccisi dalla “pulizia etnica” serba. Le 18.00 segnano la fine dell’Operacija Oluja. Tuđman, dall’alto della fortezza turco-veneta di Knin, può esclamare: “Finalmente il tumore serbo è stato strappato dalla carne croata!”. I neo-ustaša scandiscono, interrompendolo: “Ante, Ante”, esaltando i loro due “eroi”. Uno è Ante Pavelić, il podglavnik (equivalente croato di “duce”). L’altro è Ante Gotovina, comandante del settore sud dell’Operazione. La sua immagine, riprodotta su centinaia di magliette e su grandi fotografie, è offerta provocatoriamente per le strade di Knin, dove si cantano inni fascisti, sventolando stendardi nero-teschiati. Una gigantografia di Gotovina è piantata sulla pietraia carsica. Diventerà l’“eroe” fuggiasco, in quanto ricercato dal TPIJ per crimini di guerra e contro l’umanità commessi contro la popolazione serba. Gotovina è accusato della morte di 150 civili serbi e, con altri membri dell’HVO, di aver perseguitato e espulso oltre 200.000 serbi dalla Krajina.

9 agosto – Il governo croato concede che i profughi escano dalla “sacca” e raggiungano la Serbia. Si vedono abbandonati letti, frigoriferi, oggetti vari, documenti personali. Nove anziani serbi, di cui alcuni con disabilità, vengono trascinati in una scuola e trucidati a sangue freddo. Un giornalista danese riporta infatti la testimonianza di un casco blu secondo in quale dei soldati in uniforme senza insegne hanno ucciso a sangue freddo diversi civili indifesi, di cui alcuni in sedia a rotelle. Secondo informazioni giornalistiche l’uccisione dei civili sarebbe avvenuta davanti a soldati dell’UNCRO, che stazionavano nei pressi della scuola di Dvor, che non avrebbero impedito il massacro poiché non avevano l’ordine di intervenire. Nei pressi di Sisak, alla presenza di soldati e poliziotti croati, alcune monache ortodosse vengono uccise a calci e bastonate. Il Glogus di Zagabria annuncia che molti croati vogliono che Tuđman sia nominato presidente a vita per aver estirpato dal paese la “malaerba”.
NATO e Nazioni Unite firmano un accordo che attesta le nuove intenzioni interventiste dell’Occidente. L’atteggiamento risoluto degli USA riesce a influenzare anche Mosca, Parigi e Londra, mentre provoca la frustrazione dei serbi di Bosnia, che si sfogano sulle enclave di Tuzla e di Goražde. A New York, il Dipartimento di Stato USA presenta, a porte chiuse, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sette fotografie satellitari, con data e ora, che comprovano le uccisioni di massa e le fosse comuni relative ai massacri di musulmani da parte dei serbo-bosniaci nella zona di Srebrenica a luglio.

10 agosto – Ucciso dai croati il giornalista della BBC John Scoefield, mentre con tre colleghi riprendeva un villaggio in fiamme tra Karlovac e Bihać; la scusa è aver scambiato la telecamera per un’arma. La Krajina è sigillata ai giornalisti stranieri, il che facilita le efferatezze.
Seconda metà di agosto – In Bosnia centrale il conflitto non si ferma. Clinton ripropone un piano di spartizione della Bosnia in due aree compatte: ai serbi il 49%, ai croato-musulmani il 51%. Izetbegović rifiuta. L’ONU accusa Zagabria per le atrocità contro i serbi della Krajina “liberata”.

27 agosto – È il giorno del trionfo di Tuđman, che pronuncia un duro discorso: “Buon viaggio di sola andata, naturalmente ai serbi, a quelli che se ne sono andati via in tre-quattro giorni, senza neanche il tempo di raccogliere i loro sporchi soldi e le loro mutande”.

28 agosto – Nuovo massacro a Sarajevo, è la seconda strage del mercato di Markale. I serbo-bosniaci lanciano cinque granate sul centro storico, una di queste cade su quel mercato, nella zona dove usano sostare i venditori di sigarette e i cambiavalute. La granata rimbalza sull’asfalto prima di esplodere, rendendo le schegge ancora più micidiali: dilaniano tutto ciò che incontrano in un raggio di 20-30 metri, provocando 37 morti e 90 feriti. Nel caos generale i sopravvissuti e i soccorritori fermano le auto per caricare i corpi straziati. Nel pronto soccorso dell’ospedale di Koševo regna la disperazione; i feriti sono sistemati sul pavimento in attesa di un soccorso, che forse non basterà a salvarli. Dopo meno di mezz’ora le immagini del massacro scorrono in diretta sui televisori di mezzo mondo. Il premier bosniaco Silajdžić rivendica la necessità di un intervento della NATO, coerente con le innumerevoli risoluzioni ONU relative alle cosiddette “zone protette”. Verso le 12.30 un mortaio bosniaco fa fuoco sulla chiesa ortodossa di Ilidža, dove è in corso una celebrazione, causando un morto e 40 feriti; immediata la reazione della televisione di Pale, che mostra al mondo le proprie vittime.
Fonti dell’ONU, mai smentite, affermano che la provenienza delle granate potrebbe essere dalle stesse postazioni bosniache. Il responsabile del mito secondo cui “non si sa chi abbia causato il secondo massacro di Markale” è l’ex capo degli Affari Civili delle Nazioni Unite in Bosnia, David Harland, che, testimoniando a L’Aja, riferisce di aver personalmente suggerito al comandante dell’UNPF di fare una dichiarazione neutra per non allarmare i serbo-bosniaci, che avrebbero potuto in qualche modo essere avvisati degli attacchi aerei della NATO.

29 agosto – Il portavoce ONU Ivanko affronta i giornalisti: “Nessuno ha visto i mortai serbo-bosniaci fare fuoco, ma gli specialisti di balistica sono concordi nell’accreditare la responsabilità del massacro all’artiglieria degli assedianti”. Al fuoco di fila delle domande dei giornalisti, su come e quando ci sarà l’intervento, su quando e dove si prendono le decisioni a riguardo, Ivanko risponde lapidario: “Nel quartier generale ONU a Zagabria, lo Stato maggiore delle Forze di pace in Bosnia sta valutando l’eventualità di una risposta armata al massacro di ieri”. Il leader serbo-bosniaco Karadžić invia una lettera ai presidenti di Russia e Stati Uniti, Eltsin e Clinton, affermando: “Dalle immagini tv si vede chiaramente che i cadaveri sono stati manipolati e che tra i ‘cadaveri’ ci sono anche pupazzi di stoffa e plastica”.
Il generale Smith, comandante dei caschi blu, sostiene che una relazione tecnica interna stabilisce che “al di là di ogni ragionevole dubbio, il proiettile è arrivato dalle posizioni dell’esercito serbo-bosniaco”. Conferma di aver udito voci secondo cui i musulmani si sparavano da soli, ma “nessuno mi ha dato prova di ciò”. Il colonnello russo Andrej Demurenko è allontanato dal suo posto all’UNPF perché si rifiuta di sottoscrivere le accuse ai serbo-bosniaci per l’ennesima strage al mercato. Il generale MacKenzie, ex comandante dei caschi blu a Sarajevo, in un suo libro denuncia l’eventuale sacrificio di innocenti della propria parte per opportunità politica o strategica. I rapporti ONU su queste opportunità sono secretati.

30 agosto – I piani d’intervento NATO diventano operativi. Dalle basi italiane di Aviano e di Villafranca e dalla portaerei Roosvelt decollano 60 cacciabombardieri; gli obiettivi sono dislocati intorno alle città di Sarajevo, Goražde, Tuzla e Mostar. Per la prima volta in quattro anni, la NATO sferra il suo potenziale, compreso il lancio di missili Tomahawk dalle navi in Adriatico. Verso le 2.00 inizia l’Operazione Deliberate Force. Colpite le postazioni radar, oscurato lo spazio aereo, l’aviazione alleata passa all’attacco. Il rombo dei jet squarcia la notte intorno a Sarajevo, svegliando la popolazione incredula, che sente il tanto atteso suono dei cacciabombardieri. Uno dei primi obiettivi è un deposito di carburante tra Ilijaš e Vogošća, il bagliore dell’incendio si vede da lontano. I Top guns colpiscono installazioni sulla collina di Polijne, poi sul monte Trebević, da dove potrebbero essere partiti i colpi responsabili del massacro di Markale. La missione punitiva colpisce anche il quartiere di Grbavica, roccaforte dei cecchini četnici, per poi bombardare la caserma Lukavica. Poi è l’ora del famigerato colle di Gavrice, da dove l’antiaerea sparava sui convogli che scendevano dal monte Igman, infine è la volta delle postazioni dell’artiglieria serbo-bosniaca a Ilidža. Alle 4.45 la Forza di Reazione Rapida, dalle postazioni sul monte Igman, inizia un intenso cannoneggiamento su obiettivi complementari all’attacco aereo. Anche i cannoni dell’UNPF aprono il fuoco sulle posizioni serbo-bosniache, colpendo a forcella con precisione devastante. Verso le 6.00 i serbo-bosniaci iniziano a bombardare Sarajevo: sono circa 50 le granate che cadono sulla città. In un primo momento gli F-18 mettono a tacere le batterie serbo-bosniache, ma ben presto sono fatti bersaglio obiettivi ONU in città. Una coppia di granate cade in prossimità della stazione degli autobus, mietendo nuove vittime civili.
Oltre al governo di Sarajevo, anche il Papa benedice l’intervento, molta stampa europea parla di perdita di sovranità territoriale da parte dell’Europa nei confronti degli USA, veri promotori dell’operazione. Milošević diventa l’unico leader serbo degno di trattative agli occhi dell’Occidente, anche grazie alla sua abilità politica, che lo porta a distaccarsi sempre più da Mladić e Karadžić.
Il comandante dei caschi blu Janvier invia una lettera al suo interlocutore, Mladić. Il messaggio fissa le condizioni per mettere fine ai raid aerei della NATO: stop ai combattimenti a Sarajevo, Bihać, Tuzla e Goradže; inizio di un’indagine sulla strage del mercato di Markale con la collaborazione di entrambe le parti. Mladić accusa l’ONU di non aver rispettato il riserbo circa i contenuti dell’accordo, ma risponde positivamente alle richieste della NATO: “Accetto in linea di principio che l’armamento pesante di entrambe le parti debba essere ritirato dalla zona di sicurezza secondo le condizioni che verranno approvate dalle parti. […] Inoltre chiedo l’immediata e completa cessazione delle ostilità in tutto il territorio dell’ex Bosnia Erzegovina”. È, quest’ultima, la precisazione importante. Mladić, parlando di “ex Bosnia Erzegovina”, vuole che da questo accordo nascano nuove entità statali, ma garantisce libertà di movimento all’UNPF e alle organizzazioni umanitarie. Si prospetta la tanto attesa fine dell’assedio di Sarajevo, più volte chiesta.

2 settembre – Scambi d’artiglieria tra le postazioni della FRR sull’Igman e quelle serbo-bosniache vicino alla caserma Lukavica e nei dintorni di Ilidža. La strada dell’Igman è momentaneamente chiusa. Nel pomeriggio, intenso bombardamento nella zona di Nedžarići, tra Dobrinja e l’edificio sede di Oslobođenje. Due bambini e cinque adulti, che stanno raccogliendo patate sui fianchi della collina di Mojmilo, sono feriti dalle esplosioni; subito risuona il rombo dei caccia, che mette a tacere i mortai serbo-bosniaci.
Il comando UNPF fa pervenire a Mladić un ultimatum di 48 ore, che scadrà alle 23.00 del 4 settembre. Entro tale termine, i serbo-bosniaci dovranno ritirare i pezzi d’artiglieria, i carri armati e i veicoli blindati oltre i 20 chilometri dal centro di Sarajevo. Dovranno sospendere tutte le azioni intorno alle zone “protette” dalle Nazioni Unite. Se i ricognitori NATO rileveranno che un considerevole numero di armi pesanti è stato portato fuori della zona di esclusione, saranno concesse altre 24 ore per completare il ripiegamento; in caso contrario, l’aviazione ricomincerà i raid punitivi fino a quando non avrà perseguito gli obiettivi imposti dall’ultimatum.

3 settembre – Senza preventivi accordi con gli ufficiali serbo-bosniaci competenti, è riaperto il “corridoio blu”, sotto la protezione dell’UNPF e della FRR, in grado di reagire in un tempo massimo di 40 secondi. I civili e i convogli umanitari sono liberi di entrare o uscire dalla città, nessun incidente turba il traffico dei veicoli.

4-5 settembre – Nella notte scade l’ultimatum imposto ai serbo-bosniaci ma, a parte il rombo dell’aviazione dell’Alleanza atlantica, non accade nulla.

5 settembre – I primi notiziari di Radio Sarajevo informano che i serbo-bosniaci hanno rimosso alcuni carri armati e pezzi d’artiglieria, raggruppandoli all’interno degli insediamenti civili di Grbavica, Lukavica e Ilidža. Alla conferenza stampa, i giornalisti apprendono che sono state rilevate rimozioni limitate, considerate insignificanti, di armi pesanti dalle postazioni che tengono l’assedio. Alle 12,40 si sentono le sirene d’allarme aereo. Il “corridoio blu” è immediatamente chiuso, caccia NATO compiono una missione sulla linea dell’assedio. Emergerà in seguito l’uso di proiettili all’uranio impoverito, per i quali si pensa di denunciare la NATO al TPIJ per crimini di guerra.

6 settembre – Da un dispaccio Itar-Tass, che fa riferimento alle operazioni segrete Ciclone Uno e Ciclone Due, coordinate dal capo dell’esercito mussulmano Delić, emerge che la strage del mercato di Markale del 28 agosto potrebbe avere altri responsabili. Si parla di strutture segrete parallele appoggiate dai servizi segreti occidentali, impegnate nella “strategia della tensione” contro la popolazione della Bosnia.

8 settembre – Il presidente russo Elstin sollecita la fine immediata dei raid in Bosnia e avverte che la NATO rischia di estendere le fiamme della guerra in Europa. A Ginevra, raggiunti i primi “accordi di principio” tra le parti per una soluzione negoziale della crisi. Riconoscimento dei confini internazionali della BiH e della sua divisione in due entità “democratiche” separate. Di conseguenza, riconoscimento della Repubblica Serba di Bosnia da parte della diplomazia USA, che ha completato un’inversione sostanziale delle proprie posizioni, accettando i princìpi della divisione etnica e del riconoscimento delle conquiste territoriali. Per Izetbegović la soluzione, anche se amara, è opportuna, mentre Milošević e Karadžić sono addirittura trionfanti nell’accettare la soluzione, che fino a poco tempo prima avevano sempre rifiutato. Per Belgrado resta aperto il contenzioso con Zagabria sui territori occupati della Slavonia orientale.

9 settembre – Mentre i bombardamenti NATO continuano, le truppe croate e musulmane, nonostante i reciproci sospetti, sferrano attacchi congiunti contro le posizioni serbo-bosniache. Colonne di civili serbi sono costrette alla fuga, 50.000 si dirigono verso Banja Luka difesa dalle Tigri di Arkan. Il generale Perišić e il responsabile dello spionaggio Stanisić incontrano Mladić: “Gli americani vogliono vederti. Vogliono usare Slobo[dan Milošević] e poi sbarazzarsi di lui”.

10 settembre – In seguito alle provocazioni di Mladić, la NATO sferra un attacco con missili Tomahawk,uno dei quali colpisce il centro di comunicazioni dell’esercito serbo bosniaco, interrompendo i collegamenti nella RS; colpiti altri siti a Banja Luka.

13 settembre – I musulmani bosniaci prendono Gornji Vakuf, i croato-bosniaci entrano a Jaice. Da Washington giunge il segnale di stop alle conquiste croato-musulmane, che hanno ottenuto sul campo più terreno di quanto “accordato” dal Gruppo di Contatto. L’attacco su Banja Luka, già colpita da missili della NATO, è fermato per non mettere in discussione l’esistenza, ormai accettata, della RS.

14 settembre – I raid della NATO sono sospesi, tutti i punti sono accettati dai serbo-bosniaci, si profila un accordo di massima tra il mediatore Holbrooke e Milošević. I caschi blu saranno sostituiti da truppe russe e statunitensi. I serbo-bosniaci accettano di ritirare le artiglierie a 20 chilometri da Sarajevo. Entro 24 ore riapertura dell’aeroporto di Sarajevo, l’assedio della capitale bosniaca sembra volgere al termine, ma sugli altri fronti si combatte ancora. I serbo-bosniaci sono in ritirata, incalzati dall’offensiva croato-musulmana. La Croazia vuole raggiungere un accordo sulla Slavonia orientale, che dovrebbe tornare croata. I serbi che vi abitano da prima della guerra, secondo quanto dichiara Zagabria, non saranno espulsi. Alla Serbia saranno alleggerite le sanzioni economiche.

15 settembre – Sarajevo respira, l’assedio è spezzato: durava dall’aprile 1992. È stato il più lungo assedio nella storia bellica moderna. In concomitanza con la visita del nuovo Ministro degli Esteri francese è riaperto l’aeroporto, la strada che porta a Ilidža è aperta al transito dei veicoli ONU senza nessun controllo serbo-bosniaco. La rimozione delle armi pesanti non procede, le poche armi rimosse sono in quantità insoddisfacente.

16 settembre – Scade l’ennesimo ultimatum, ma non sembra che i serbo-bosniaci nutrano la volontà di rispettare gli accordi. Il braccio di ferro continua, la pazienza della NATO e dell’ONU è quella dei più forti. Raggiunti dei risultati: riapertura dell’aeroporto ai voli militari, in attesa di riaprire il ponte aereo; apertura del “corridoio blu” al traffico civile e della strada verso Ilidža. Finalmente un numero giudicato significativo di pezzi d’artiglieria comincia a ripiegare fuori dalla zona di esclusione.

20 settembre – Dopo 3.400 raid, la maggioranza compiuti dagli USA, l’operazione Deliberate Force si conclude. Gli attacchi dimostrano che le forze serbo-bosniache erano poco più di una “tigre di carta”. Il messaggio per Karadžić e Mladić è tanto chiaro da indurli alla ricerca di soluzioni negoziali e al rispetto delle condizioni imposte.

21 settembre – Emergono prove di massacri di musulmani, si cercano fosse comuni. Senad Mejdanović, un ragazzo biondo e stralunato, è andato nella campagna di Prhovo con la polizia militare e ha cominciato a raspare la terra con le mani. Mejdanović è convinto che là sotto ci siano i 64 del massacro di Prhovo e tra essi i suoi quattro fratelli. È uno dei dieci che sfuggirono al manipolo serbo ed è sopravvissuto anche a 16 mesi di campo di concentramento.

27 settembre – A New York, in occasione del 50° anniversario della nascita dell’ONU, i Ministri degli Esteri di Serbia, Croazia e Bosnia Erzegovina definiscono i termini della nuova composizione del Paese. Izetbegović insiste perché truppe Usa siano inviate a Sarajevo per monitorare il processo di pacificazione. Parigi e Londra non approvano il protagonismo di Washington nella crisi bosniaca e auspicano un intervento risolutore sotto egida ONU, piuttosto che NATO.

3 ottobre – Sul campo si va definendo una suddivisione della BiH in due entità: i serbi occupano la parte settentrionale e orientale del Paese, i croati e i musulmani quella occidentale e meridionale: la composizione del Paese è sconvolta. I serbo-bosniaci riprendono le ostilità per riconquistare i territori perduti nelle ultime settimane.

4 ottobre – Caccia USA distruggono batterie di missili nel nord-ovest della Bosnia e nei pressi di Sarajevo.

5 ottobre – Il presidente Clinton annuncia il raggiungimento dei punti dell’intesa:

  1. L’accordo è valido per tutta la BiH ed entrerà in vigore in seguito all’attuazione dei punti successivi.
  2. La luce elettrica e il gas devono riprendere a essere erogati con normalità in tutta Sarajevo.
  3. La tregua avrà una durata di 60 giorni, nei quali saranno organizzati colloqui di pace a Washington verso la fine di ottobre e una Conferenza di pace a Parigi per definire la spartizione dei territori.
  4. I comandi militari dovranno proibire ogni azione offensiva, incluse le attività dei cecchini, la posa di mine e l’innalzamento di nuove barricate.
  5. Le parti si impegnano a garantire il trattamento umano dei civili e lo scambio dei prigionieri, che avverrà sotto la supervisione delle Forze di pace dell’ONU.
  6. Le parti dovranno collaborare con l’UNPF nell’attività di sorveglianza del rispetto del cessate-il-fuoco.
  7. Le parti dovranno consentire il libero passaggio tra Sarajevo e Goražde a tutto il traffico non militare.
  8. I firmatari rispetteranno integralmente gli impegni concordati, incluso l’obbligo di consentire a tutti i profughi di rientrare alle loro case e recuperare le loro proprietà.

Prima che la tregua sia resa operativa continuano gli scontri tra truppe croato-musulmane e i serbo-bosniaci, che riprendono attività di “pulizia etnica” nei circondari di Banja Luka, Prijedor e Zenica. In queste aree, dove vivevano almeno mezzo milione di croati e musulmani, adesso se ne contano appena 20.000.

8 ottobre – A due giorni dall’inizio del cessate-il-fuoco, l’artiglieria serbo-bosniaca bombarda un campo profughi vicino a Tuzla, dove sono raggruppati gli sfollati di Žepa e Srebrenica. Sono dieci i morti, di cui quattro bambini; 50 i feriti, di cui 20 bambini.

10 ottobre – Un minuto dopo la mezzanotte entra in vigore il cessate-il-fuoco sull’intero territorio della BiH. Le violazioni sono molte, ma l’accordo è sostanzialmente rispettato, tranne che nel nord-ovest, dove croati e bosniaci sottopongono a intenso bombardamento le posizioni serbo-bosniache a Prijedor.

10 ottobre – Il noto editorialista di Oslobođenje Zlatko Dizdarević, in una lettera aperta pubblicata da la Repubblica, commenta: “Ieri notte sarebbe dovuta cominciare la pace, una pace qualsiasi, una pace che il mondo ha deciso di volere a qualsiasi prezzo, anche a costo di dire che il cielo è nuvoloso, quando invece è azzurro. Quelli che decidono se il cielo è sereno o nuvoloso, vogliono una Bosnia qualsiasi, in cui bisogna salvare la testa di tutti quei criminali che, vicino a Tuzla, hanno ucciso donne e bambini. Ma la pace, quella vera, ci sarà solo quando vedremo gli assassini dei nostri figli in ginocchio, quando a Sarajevo potremo bere dal rubinetto di casa. Non ci sarà vera pace, solo perché lo hanno deciso gli americani, l’ONU o i giapponesi”.

29 ottobre – Elezioni in Croazia. Al voto possono partecipare anche i croati dell’Erzegovina sebbene non siano cittadini croati, bensì bosniaci. Nonostante la massiccia propaganda l’HDZ, Tuđman vince solo con il 44,8% dei voti.

1° novembre – Kofi Annan è nominato nuovo rappresentante di Boutros-Ghali per i Balcani, anche alla luce dei favori di cui gode a Washington.
Nella base aerea Wright-Petterson di Dayton, nell’Ohio, cominciano gli accordi per la pacificazione e la suddivisione della BiH. Milošević, Tuđman e Izetbegović si riuniscono per la prima volta dal ‘91. Gli USA minacciano tutte le parti in caso di mancato successo delle trattative: i musulmani ricevono il monito di non confidare a oltranza del sostegno della NATO, mentre croati e serbi sono minacciati di sanzioni economiche. Dopo l’accordo tra Tuđman e Milošević sulla Slavonia orientale, che sancisce l’amministrazione delle Nazioni Unite nei territori contesi, i negoziati si arenano sulla spartizione delle due entità bosniache e sullo status di Sarajevo. I serbi di Bosnia devono abbandonare l’idea della “Grande Serbia” e del progetto di unificazione con la madrepatria. Milošević è accusato dall’opposizione interna di essersi venduto agli americani.

8 novembre – I presidenti Clinton e Eltsin definiscono i dettagli della partecipazione russa all’Ifor – Implentation Force, che dovrà assicurare il rispetto degli Accordi di pace in BiH.

10 novembre – A Dayton, Alija Izetbegović e Krešimir Zubak, presidente della Federazione croato-mussulmana, sottoscrivono un accordo per rafforzare la Federazione rimasta in gran parte sulla carta. Il presidente croato Tuđman firma come testimone. Mostar, ora divisa, sarà unificata.

15 novembre – Mladić e Karadžić, ormai definiti “idioti” anche da Milošević, sono accusati di crimini di guerra, di genocidio e crimini contro l’umanità dal TPIJ in relazione al genocidio di Srebrenica.

18 novembre – Con una mossa a sorpresa nei negoziati di Dayton, Milošević accetta l’indivisibilità di Sarajevo, attirandosi le ire dei serbo-bosniaci.

21 novembre – A Dayton, il piano di pace redatto dagli Stati Uniti è approvato da Milošević, rappresentante di “tutti” i serbi, da Tuđman per i croati e da Izetbegović per la Bosnia, in realtà rappresentante solo dei musulmani bosniaci. Una guerra tra le più insensate, ammesso che ve ne siano di sensate, si conclude. Milošević ne esce come chi, con la rinuncia del progetto della “Grande Serbia”, ha elargito maggiori concessioni agli avversari e per questo è riabilitato agli occhi della Comunità Internazionale. Tuđman può dichiararsi soddisfatto perché tutto il territorio croato è tornato sotto il controllo di Zagabria. Izetbegović torna a Sarajevo con le garanzie statunitensi di un’assistenza politica e militare al suo Paese. Gli USA, veri artefici della sottoscrizione degli accordi sanciscono la propria supremazia a livello internazionale. Chi ne esce maggiormente sconfitto sono i serbi di Bosnia, che hanno potuto visionare le carte relative alla suddivisione delle due entità due ore dopo l’annuncio di Clinton e, dal punto di vista diplomatico, i Paesi europei, relegati a un ruolo di facciata per tutto il corso dei negoziati, accusati, in forma più o meno latente, di aver servito la causa serba nel corso degli anni. La Francia è addirittura sospettata di aver incoraggiato il rifiuto serbo alla sottoscrizione degli Accordi.
Accordi di Dayton – General Framework Agreement
È composto di 165 pagine, 12 annessi e 102 carte topografiche.
Sarajevo è la capitale unica della BiH, che resta integra e formalmente unita, ma suddivisa in due entità: la Federazione di Bosnia Erzegovina (FBiH) e la Repubblica Serba (RS). Gli organi comuni sono la Presidenza, ripartita fra i rappresentanti dei tre popoli costitutivi, il Consiglio dei Ministri, il Parlamento bicamerale, la Banca Nazionale e il Tribunale Costituzionale. È consentito ai profughi di rientrare nelle proprie case e per i criminali di guerra si prospettano le accuse del TPIJ.
Le truppe straniere, eccetto le 60.000 a comando NATO e sotto l’egida dell’ONU, sono invitate a uscire dal territorio nazionale entro un mese. All’IFOR (Implementation Force), chiamata a garantire la pace fuori dai confini dei Paesi dell’Alleanza Atlantica, si affianca l’Alto Commissario per gli Affari civili Carl Bildt, co-presidente della Conferenza di pace per la ex–Jugoslavia. Il documento finale è un compromesso tra il riconoscimento di conquiste territoriali realizzate manu militari e le promesse di assicurare il corso della giustizia per i criminali di guerra.

22 novembre – Nella sala conferenze dell’Hotel Hope di Dayton i tre presidenti firmano il trattato-accordo. Si stringono la mano una sola volta, senza mai rivolgersi la parola. Izetbegović, parlando al suo popolo: “Questa non è una pace giusta, ma è meglio della continuazione della guerra. In queste condizioni internazionali non era possibile ottenere di più”. Milošević: “Nessuno deve rimpiangere le concessioni, anche penose, che abbiamo dovuto fare”. Tuđman: “Siamo riusciti laddove tutti pensavano che avremmo fallito”. In realtà il prezzo da pagare per i serbo-bosniaci è la rinuncia a parte del territorio e ai quartieri a maggioranza serba di Sarajevo, che più di 100.000 residenti dovranno abbandonare. Il prezzo da pagare per i musulmani bosniaci è la rinuncia a una Bosnia unitaria da loro dominata. Il prezzo da pagare per i croato-bosniaci è la rinuncia alla costituzione di un’entità separata da annettere alla Croazia. Il prezzo da pagare per tutti i cittadini della Bosnia sono le conseguenze di più di tre anni di conflitto e l’occupazione militare da parte di truppe straniere a controllare un territorio privato di qualsiasi sovranità. Mentre si registrano ulteriori episodi di “pulizia etnica” nella RS, le Risoluzioni 1021 e 1022 determinano la fine dell’embargo sulle armi per la BiH e la sospensione delle sanzioni economiche contro la RFJ, imposte nel 1993. Le sanzioni restano in vigore solo per i serbi di Bosnia, finché il comandante dell’IFOR non abbia attestato il loro completo ritiro nei territori concordati.

27 novembre – A Sarajevo scoppiano alcuni incidenti, che permettono a Karadžić di rilanciare l’idea della divisione della città, mentre il parlamento approva gli Accordi di Dayton tra tensioni per la consegna ai serbi di alcuni territori storicamente musulmani e dubbi sull’opportunità della presenza di truppe straniere nel Paese. A Zagabria, Tuđman è accusato di aver avallato segretamente con Milošević il riconoscimento della Serbia come unica erede della Jugoslavia titoista.

14 dicembre – Ratifica a Parigi del Trattato di Dayton. All’Eliseo i leader di Serbia, BiH e Croazia firmano il testo. Gli Accordi sono sottoscritti anche dai componenti il Gruppo di Contatto: Clinton per gli USA, Chirac per la Francia, Černomyrdin per la Russia, Kohl per la Germania, Major per il Regno Unito e Gonzalez per l’Unione Europea. Negli ambienti diplomatici circola una disincantata definizione del trattato: “Una pace oscena, fondata sulle divisioni etniche e sul diritto del più forte, ma ormai l’unica possibile”. La NATO e non più l’ONU vigilerà sul rispetto degli Accordi, l’Italia punta i piedi per una propria maggiore presenza.
I tre anni di guerra hanno distrutto il tessuto sociale e civile della BiH. I morti sono stati 200-250.000, 30.000 i dispersi, i casi di stupro 25.000; sono state scavate 143 fosse comuni e predisposti 715 campi di concentramento. Oltre due milioni di persone, tra profughi e sfollati, sono state costrette ad abbandonare le proprie case, il 90% della popolazione è disoccupata.

20 dicembre – Termina la missione UNPF, al suo posto la forza multinazionale IFOR, che si dispiega in BiH sotto il nome in codice Operazione Joint Endeavor per implementare gli Accordi di Pace. È la più grande missione militare nella storia della NATO, con circa 63.000 soldati provenienti da diverse nazioni. È strutturata su tre divisioni multinazionali, rispettivamente sotto comando statunitense, britannico e francese; il generale Joulwan, capo delle forze USA in Europa, è designato comandante supremo, mentre sul campo comanda l’ammiraglio Leighton Smith, anch’egli statunitense.

8 gennaio – Chiuso il ponte aereo dell’UNHCR, dopo 1.285 giorni, con oltre 30.000 voli per assicurare la sopravvivenza della popolazione assediata.

9 gennaio – A Mostar si riaccendono gli scontri tra croati e musulmani con morti e feriti. A Sarajevo i cecchini tornano a sparare; una granata serbo-bosniaca colpisce un tram.

19 gennaio – I soldati serbo-bosniaci lasciano Sarajevo come vogliono gli Accordi di Dayton, ritirandosi a due chilometri dalla linea di demarcazione. Grbavica, il quartiere serbo da dove per anni si è sparato, è un deserto spettrale sotto la neve. I soldati dell’IFOR prendono possesso di questa terra di nessuno. 

31 gennaio – Cade l’ultimo bastione dell’assedio di Sarajevo: le barricate sul ponte Bratstvo i Jedinstvo sono rimosse senza preavviso dall’IFOR: sia i bosniaci che i serbo-bosniaci non hanno ordini specifici.

4 febbraio – Muore per una mina un soldato USA durante la visita del Segretario di Stato statunitense Christopher. A Sarajevo alcuni cecchini continuano a sparare: feriti 2 soldati inglesi. Militari italiani prendono il controllo del ponte Vrbanja, il “ponte dei cecchini”. 

8 febbraio – Mostar, una folla di croati inferociti minaccia di linciare il sindaco internazionale, il tedesco Koschnick, resosi colpevole di aver creato circoscrizioni elettorali inaccettabili.

9 febbraio – Il sottosegretario USA Holbrooke torna in Bosnia per cercare di far rientrare le tensioni a causa dei fatti di Mostar e Sarajevo. Dichiara che in nessun caso si possono cambiare gli Accordi di Dayton.

11 febbraio – Kosovo, commandos mascherati dell’UÇK (Esercito di Liberazione del Kosovo), lanciano bombe a mano e sparano raffiche di kalashnikov contro un campo di rifugiati serbi della Krajina: nessuna vittima.

15 febbraio – Un’unità speciale dell’IFOR scopre vicino a Sarajevo un covo di addestramento di presunti terroristi: 11 arresti, 8 bosniaci e 3 iraniani. Convince poco la versione di Izetbegović che giustifica la presenza del gruppo come un’unità anti-terroristica e gli iraniani come diplomatici accreditati da Teheran.

21 febbraio – Sarajevo, massiccio esodo delle famiglie serbo-bosniache dai quartieri che saranno sotto il controllo musulmano. Mostar è dichiarata “città aperta”, anche se attraversare il vecchio limite significa incorrere in posti di blocco. È fortissima la resistenza croata a che la città sia di nuovo accessibile a tutti.

1° marzo – Passaggio ai musulmani del sobborgo di Iližda e capitale di nuovo collegata al resto del territorio croato-musulmano. Iližda era il maggiore sobborgo a presenza serba, 17.000 persone: oggi ne restano 2.000. Prossimi momenti cruciali saranno il rientro graduale dei 2.000.000 di rifugiati e le elezioni politiche.

2 marzo – Sarà processato per crimini di guerra e contro l’umanità il generale Đukić, vice-capo di Stato maggiore dell’esercito serbo-bosniaco: lo ha deciso il TPIJ.

3 marzo – 20.000 persone in piazza a Belgrado contro il regime: l’opposizione serba fa sentire la sua voce. Il Partito Socialista riconferma alla presidenza Milošević.

19 marzo – Grbavica, l’ultimo quartiere di Sarajevo a presenza serba, passa sotto la giurisdizione della Federazione croato-mussulmana. Sarajevo è riunificata. Fuggono a decine di migliaia dai quartieri periferici che, in base agli accordi, devono passare sotto controllo musulmano. Rimangono i rancori, le nostalgie, i rimpianti. L’anarchia e la rabbia accendono gli ultimi fuochi: i serbo-bosniaci e gli ultimi paramilitari četnici abbandonando il quartiere bruciando e minando molte abitazioni. Mentre Grbavica brucia, i bersaglieri arrestano alcuni giovani incendiari. A Ilidža, bande armate terrorizzano il sobborgo, depredando i pochi abitanti che hanno deciso di rimanere, edifici sono dati alle fiamme.
Una donna serba si fa esplodere una bomba a mano in seno. Una donna bosniaca con la sua bambina sono vittime dell’esplosione di una mina mentre visitano la loro casa, abbandonata all’inizio dell’assedio. Sempre a Ilidža, poliziotti bosniaci sono assaliti da giovani serbi. Gli episodi di violenza si moltiplicano, bande di bosniaci in cerca di vendetta e di bottino terrorizzano i serbi rimasti, derubandoli. Sarajevo è riunificata, ma sfuma la possibilità di ricostruire la Sarajevo multietnica vissuta fino al 1992.
A Goražde si completa il trasferimento degli abitanti serbo-bosniaci: la città passa sotto la giurisdizione croato-musulmana. Alla mezzanotte si concludono anche le operazioni di smilitarizzazione della “zona di separazione”, una fascia larga quattro chilometri sorvegliata dall’IFOR, dividendo la FBiH dalla RS.

23 marzo – Il TPIJ emette un mandato di cattura per 4 croato-bosniaci sospettati di crimini contro l’umanità. Due sono già stati arrestati, l’accusa è tortura e omicidio nei campi di prigionia nei pressi di Konjic. 

9 aprile – Belgrado riconosce l’indipendenza della Repubblica di Macedonia. Secondo il Ministro degli Esteri tedesco Kinkel cade l’ultimo impedimento per i Paesi della UE a riallacciare i rapporti diplomatici con l’attuale Jugoslavia (Serbia e Montenegro).

21 aprile – A Bosanski Brod, un gruppo di croato-bosniaci è preso a sassate da serbo-bosniaci mentre cerca di visitare un cimitero cattolico. Due giorni dopo, circa 600 rifugiati serbo-bosniaci, che cercano di visitare le loro case a Glamoč, nella Federazione croato-musulmana, sono respinti dai croati.

24 aprile – 2 musulmani sono uccisi e 10 feriti mentre cercano di rientrare nelle loro case nel villaggio di Sjenina, controllato dai serbo-bosniaci.
In Kosovo è in crescita la tensione tra le parti a causa del massiccio arrivo di profughi serbi dalla Krajina, con lo scopo di riequilibrare i rapporti tra le etnie nella provincia. Questa scelta provoca la dura reazione della Lega democratica del Kosovo, il partito di maggioranza dell’etnia albanese. Nuovi scontri con morti. Azioni rivendicate da un’organizzazione poco nota: l’UÇK.

7 maggio – Si apre a L’Aja il primo processo per crimini contro l’umanità nella ex Jugoslavia. Alla sbarra il serbo-bosniaco Dušan Tadić, esecutore materiale di almeno 30 omicidi, stupri e torture nei confronti di 18 prigionieri rinchiusi nel campo di Omarska. Tadić è stato arrestato in Germania nel febbraio ‘94 perché riconosciuto da alcuni prigionieri sopravvissuti al campo di prigionia: si dichiara innocente e vittima di uno scambio di persona. Rischia l’ergastolo.

14 maggio – Muore a Belgrado il generale Đukić. In 3.000 partecipano al suo funerale. Alla cerimonia funebre del suo vice, sfidando il TPIJ che sollecita la sua estradizione, partecipa anche il ricercato Mladić, in divisa, con un’espressione cupa. Mladić si è fatto accompagnare da un altro ricercato per crimini di guerra, il colonnello Šljivančanin. È la prima volta che Mladić esce dalla Bosnia Erzegovina dopo gli Accordi di Dayton.

16 maggio – A Belgrado, Milošević destituisce il governatore della Banca centrale Avramović. La Serbia ammette la grande difficoltà economica e chiede l’aiuto finanziario occidentale, ma aggiunge che non potrà continuare a sottostare alle richieste di contropartite condizionali quali la consegna di Karadžić e Mladić.

13-14 giugno – La Conferenza di Firenze sull’attuazione degli Accordi di Dayton fissa al 14 settembre la data delle elezioni in Bosnia. Nonostante il richiamo del TPIJ e dell’OSCE sull’assoluta necessità di procedere all’arresto di tutti gli accusati di crimini contro l’umanità, Karadžić e Mladić in testa, la Comunità Internazionale si pronuncia solo contro il loro riapparire sulla scena politica. Il Primo Ministro serbo-bosniaco tuona accuse di fuoco contro il TPIJ, definito uno strumento politico, dichiara che non consegnerà nessun suo concittadino e non esclude la partecipazione di Karadžić alle prossime elezioni.

30 giugno – A Mostar, le elezioni municipali consegnano la maggioranza del Consiglio comunale ai musulmani. I croati minacciano di non riconoscere i risultati.

2 luglio – Karadžić rinuncia alla presidenza serbo-bosniaca in favore di Biljana Plavšić, teorica dell’impossibilità “biologica” di convivere con croati e musulmani, ma è rieletto all’unanimità Presidente del partito.

17 luglio – Holbrooke torna in Bosnia per dirimere la questione del mandato di cattura per Karadžić e Mladić. Tenta la carta del coinvolgimento di Milošević, agitando la minaccia di sanzioni. Il leader serbo non ha interesse alla consegna dei due, temendo di poter essere coinvolto. 

19 luglio – Ultimatum di Holbrooke a Karadžić: dimissioni entro la mezzanotte o il suo partito non sarà ammesso alle elezioni. Karadžić lascia la presidenza del Partito Democratico di Bosnia.

1° agosto – L’auto-proclamata repubblica di Herceg-Bosna è sciolta.

4 agosto – A Mostar scade l’ultimatum della UE per l’insediamento del consiglio comunale a maggioranza musulmana, ma i croati non ci stanno. Negoziato un accordo: maggioranza ai musulmani, sindaco ai croati, cantone della Neretva ai musulmani.

Settembre – Firmato un accordo tra Milošević e Rugova per il ripristino della lingua albanese e dello studio della cultura albanese nelle scuole pubbliche, ma l’applicazione è continuamente ritardata.

11 settembre – Il TPIJ annuncia di aver localizzato una fossa comune presso il villaggio di Pilica, 20 chilometri a nord di Zvornik. Secondo l’ONU nasconderebbe i resti di 1.700 musulmani uccisi dopo la conquista di Srebrenica.

13 settembre – Il TPIJ incrimina un generale croato per “crimini di guerra”. Per la prima volta la Croazia è formalmente accusata di aver partecipato alla guerra in Bosnia.

14 settembre – Si vota in Bosnia. Il clima è teso, ma senza incidenti significativi. Vincono ovunque i nazionalisti, è definitivamente sancita la divisione etnica della BiH.
L’HDZ di Zubak ottiene un plebiscito tra i croati col 14%, mentre al Partito Democratico Serbo SDS di Krajsnik va il 22%. Le liste miste e per la convivenza ottengono il 12%. Arkan presenta il Partito dell’Unità Serba, finanziato con 225.000 dollari dall’OSCE. Più compatto il voto musulmano per l’SDA di Izetbegović, cui va il 40%: è il vincitore assoluto e di conseguenza sarà il Presidente di tutta la BiH fino al ‘98. L’OSCE accerta brogli, soprattutto a favore dell’SDA, e una percentuale di votanti pari al 107%, ma sceglie di non invalidare le votazioni su pressioni USA.

5 settembre – Attorno a Tuzla l’ONU riesuma 400 corpi da fosse comuni.

3 ottobre – A Parigi, s’incontrano Milošević e Izetbegović: Bosnia e Serbia-Montenegro riprendono le relazioni diplomatiche. Milošević riconosce le frontiere della BiH.

25 ottobre – A L’Aja, il testimone chiave contro Dušan Tadić, il “boia di Omarska”, ritratta le accuse: avrebbe ricevuto pressioni dai leader serbo-bosniaci per dire il falso.
Tirana news annuncia la morte per arresto cardiaco di Mladić, in un rifugio in Serbia. Pale smentisce. Si diffondono voci secondo le quali sarebbe stata Belgrado a toglierlo di mezzo perché ritenuto pericoloso in un processo.

3 novembre – Si vota in Jugoslavia (Serbia e Montenegro) per il governo federale. Vittoria della coalizione di sinistra tra l’SPS  di Milošević, lo JUL di sua moglie Mirijana Marković e l’ND di Mihajlović. Gli albanesi del Kosovo disertano le urne.

9 novembre – Mladić è destituito senza che si sappia se è vivo o morto. Con lui sono rimossi parecchi alti quadri: pare sia in atto una guerra di potere tra i vecchi capi militari vicini a Belgrado e Banja Luka, intenzionati ad applicare il Trattato di Dayton, e i leader di Pale.

11 novembre – Militari e polizia serbo-bosniaci sparano su rifugiati musulmani che cercano di rientrare nel proprio villaggio nei pressi di Brčko, nella Bosnia nord-orientale.

16 novembre – Il Ministro della Difesa bosniaco e il suo vice sono rimossi su pressione degli USA a causa dei loro forti rapporti con i Paesi islamici; si sblocca la fornitura di armi.

17 novembre – Secondo turno elettorale in Jugoslavia: Zajedno (la coalizione di opposizione) vince a Belgrado e nelle maggiori città serbe; Milošević vince al livello federale, soprattutto grazie al voto nelle campagne.

18 novembre – La NATO decide per il rinnovo del mandato IFOR con circa metà degli uomini, Clinton s’impegna per l’invio di 8.000 uomini. L’ONU annuncia il ritrovamento di altre fosse comuni nei pressi di Žepa.

19 novembre – La Corte Suprema jugoslava annulla parte dei risultati del voto e decide la ripetizione nei seggi in discussione. Zajedno annuncia che diserterà il nuovo turno. Iniziano le “passeggiate” di protesta.

29 novembre – A L’Aja, il croato-bosniaco Dražen Erdemović è condannato a dieci anni per l’uccisione reo confessa di quasi 100 persone; sconterà la pena in Italia. Gli assassinii sono stati commessi uno a uno a Srebrenica nel luglio ’95 da un’unità speciale dell’esercito della RS, il X Distaccamento Sabotatori, di cui Erdemović faceva parte come soldato semplice. È il primo a essere processato per i fatti di Srebrenica.
A Belgrado si rivota, vince la coalizione di Milošević, ma Zajedno non si presenta. Continuano intanto le manifestazioni, i palazzi governativi sono bersagliati dal lancio di uova, ma sono rari gli scontri. L’informazione di Stato ignora completamente le imponenti manifestazioni, unica voce i pochi mezzi di informazione indipendenti.

3 dicembre – A Belgrado ancora manifestazioni. Cominciano le azioni di polizia: arrestati i leader dell’opposizione, chiuse le radio della protesta. I media governativi continuano a ignorare i fatti.
A Sarajevo, in seguito all’uccisione del capo dei Servizi segreti di Itzebegović, emerge una trama di traffici poco chiari: le ipotesi sull’omicidio ruotano attorno al traffico d’armi.

7 dicembre – Diciannovesimo giorno della protesta. Le manifestazioni si allargano in tutta la Serbia. Milošević fa la prima dichiarazione pubblica: “Non sarà usata la forza”.

12 dicembre – Milošević propone alle opposizioni una verifica dell’OSCE sui risultati del voto.

16 dicembre – In seguito alla Risoluzione 1088 del Consiglio di Sicurezza, la NATO invia in Bosnia una nuova forza: la SFOR (Stabilisation Force, Forza di stabilizzazione), formata da truppe provenienti da 36 Paesi e con la partecipazione anche di soldati tedeschi. A un anno dalla ratifica del Trattato di Dayton, i territori etnicamente omogenei rappresentano l’80% della Bosnia; nel 1990 erano il 5%.

31 dicembre – L’esercito jugoslavo rivendica la sua posizione di neutralità al servizio dello Stato, da chiunque governato. Sconfessa l’appoggio dato alle opposizioni da alcuni alti ufficiali e fa mancare il previsto sostegno a Milošević. Anche il parlamento montenegrino prende le distanze dal regime di Belgrado, forse per timore di sanzioni internazionali. Discorso televisivo di fine anno di Milošević, che minimizza ogni problema sociale ed economico, ma la Serbia ha un tasso di disoccupazione del 50%, lo stipendio medio mensile è inferiore a 200 marchi, l’inflazione al 100%, le industrie serbe producono il 25% della produzione ante ‘91, il PIL pro-capite è di circa 1.000 dollari, nel ‘91 era di 5.400 dollari.